Mascolinità tossica, una radice dura da estirpare
Nella mischia lo vediamo sempre questo tipo di atteggiamento, dai commenti sui social alle piccole azioni quotidiane. La mascolinità tossica è come un’infezione arrivata alla radice, radice che andrebbe estirpata.
Negli ultimi giorni, i casi di femminicidio di Ilaria Sulla e Sara Campanella hanno scosso profondamente l’opinione pubblica, riportando al centro del dibattito la questione della mascolinità tossica e delle sue radici culturali. Questi episodi tragici non sono eventi isolati, ma sintomi di una cultura che ha storicamente associato la mascolinità al dominio, al controllo e, nei casi più estremi, alla violenza.
Le origini storiche della mascolinità tossica
Le radici di questo fenomeno affondano nella storia. Fin dall’antichità, le società patriarcali hanno costruito l’identità maschile attorno alla forza fisica, al coraggio in battaglia e alla capacità di imporsi sugli altri. Nella cultura greco-romana, l’eroe era spesso un guerriero, mentre il Medioevo ha rafforzato l’idea del cavaliere protettore e dominatore. Con la rivoluzione industriale, il maschio è stato ridefinito come il capo della famiglia, il lavoratore instancabile, il decisionista per eccellenza.
La costruzione sociale della virilità
Nel tempo, la cultura ha continuato a rafforzare questi stereotipi. Il modello di uomo “forte e silenzioso” è stato glorificato nei film, nelle serie TV e nella letteratura. L’educazione stessa ha giocato un ruolo fondamentale: espressioni come “non piangere, sii un uomo” hanno instillato nei bambini la convinzione che mostrare emozioni fosse sinonimo di debolezza. Questo ha contribuito a un modello di virilità che respinge la vulnerabilità e valorizza invece l’aggressività e il controllo e in molti casi i tipici tratti del narcisista patologico.
L’analfabetismo emotivo e la repressione dei sentimenti
Uno degli effetti più dannosi della mascolinità tossica è l’imposizione di una rigidità emotiva agli uomini. Fin dall’infanzia, a molti viene insegnato che emozioni come la paura, la tristezza o l’insicurezza sono segni di debolezza, mentre la rabbia e l’aggressività sono più accettabili. Questo porta a una sorta di analfabetismo emotivo, in cui gli uomini crescono senza gli strumenti per riconoscere e gestire i propri sentimenti più fragili. La difficoltà nel comunicare le proprie emozioni può tradursi in relazioni disfunzionali, incapacità di affrontare il rifiuto e, nei casi più estremi, in episodi di violenza.
Mascolinità tossica nei media e nella cultura pop
Cinema e televisione hanno spesso esaltato l’immagine dell’uomo duro e dominante. Nei film d’azione, il protagonista risolve i problemi con la violenza, nei fumetti l’eroe è un combattente invincibile, mentre nella musica tra cui il genere trap, si esaltano spesso concetti di virilità legati alla prevaricazione. Anche nei videogiochi, il modello di eroe maschile è spesso un personaggio solitario, aggressivo, che sopprime ogni emozione per imporsi sugli altri.
Il ruolo della famiglia e dell’educazione
Questa costruzione della mascolinità ha un impatto profondo sul modo in cui gli uomini vivono le relazioni affettive. Se sin da piccoli vengono educati a reprimere i propri sentimenti e a vedere la donna come un essere da conquistare o possedere, diventa difficile sviluppare una visione sana dell’affettività e della sessualità.
La manosfera e la radicalizzazione online
Negli ultimi anni, la cosiddetta manosfera ha amplificato la mascolinità tossica in modi pericolosi. Forum online, gruppi su YouTube e TikTok diffondono idee misogine, presentando il femminismo come una minaccia e rafforzando l’idea che l’uomo debba riaffermare la propria “superiorità”. Movimenti come i redpillati e gli incel diffondono narrazioni tossiche che legittimano atteggiamenti di controllo e aggressione. Tutto questo oggi è alla mercé di tanti adolescenti che incanalano le loro insicurezze in odio verso le donne.
L’importanza dell’educazione affettiva e sessuale
Di fronte a questi fenomeni, è essenziale promuovere un’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Paesi come i Paesi Bassi e la Svezia hanno già introdotto programmi educativi che insegnano ai giovani a gestire le proprie emozioni, a comprendere il consenso e a sviluppare relazioni basate sul rispetto reciproco. In Italia, invece, questi temi vengono spesso trascurati o osteggiati preferendo l’introduzione dello studio della Bibbia nelle scuole laiche, lasciando un vuoto educativo che viene poi riempito da modelli tossici proposti dai media e dalle comunità online.
75 alla fine è il numero dell’inesperienza
I tragici casi di Ilaria Sulla e Sara Campanella non sono episodi isolati, ma il risultato di una cultura che deve essere profondamente trasformata. Buona parte del lavoro però lo detiene la magistratura, che con le sentenze può in parte essere monito nei casi estremi di violenza.
Non aiuta però riconoscere 75 coltellate come segno di inesperienza e non come mera crudeltà. Alcune sentenze sono davvero pericolose.
Serve un cambiamento che parta dalle istituzioni, dalla scuola e dalla famiglia, per costruire un modello di mascolinità che non si basi sul dominio, ma sul rispetto e sull’empatia. Solo attraverso l’educazione e la consapevolezza sarà possibile interrompere questo ciclo di violenza e garantire alle future generazioni una società più equa e sicura.


