L’ennesimo articolo sul femminicidio in Italia

L’ennesimo articolo sul femminicidio in Italia

Le morti di Sara Campanella e Ilaria Sula sono gli ultimi eclatanti e tragici casi di femminicidio in Italia che raccontano tutte un’unica storia ereditata da donna in donna, una lunga vena rossa che sulla mappa del nostro paese racconta cosa siamo, come siamo fatti, come vogliamo restare.


Il caso di Sara Campanella

Sara Campanella, studentessa ventiduenne originaria di Misilmeri (Palermo), frequentava il corso di Tecniche di Laboratorio Biomedico presso il Policlinico di Messina. Il 31 marzo 2025, all’uscita dal tirocinio, è stata aggredita e uccisa a coltellate da Stefano Argentino, 27 anni, suo collega universitario. L’aggressione è avvenuta in pieno giorno, nei pressi di un distributore vicino allo stadio “Giovanni Celeste”. Dopo l’omicidio, l’assassino è fuggito, ma è stato arrestato poche ore dopo nella sua abitazione a Noto. L’accusa è di omicidio pluriaggravato.

Il caso di Ilaria Sula

Ilaria Sula, anche lei ventiduenne, era originaria di Terni e studiava Statistica all’Università La Sapienza di Roma. È scomparsa il 23 marzo 2025, dopo essere uscita di casa la sera, senza dare spiegazioni. Il 26 marzo, durante un incontro nell’appartamento dei genitori di lui, Samson ha colpito Ilaria con tre coltellate al collo, uccidendola. Ha poi nascosto il corpo in una valigia e lo ha abbandonato in un dirupo. Per giorni ha cercato di depistare le indagini, fingendo che Ilaria fosse ancora viva, inviando messaggi ai familiari e pubblicando storie Instagram con il suo telefono. Proprio questi messaggi, giudicati sospetti dal padre della ragazza, hanno aiutato gli inquirenti ad arrivare alla verità. Samson ha infine confessato, ed è stato arrestato con l’accusa di omicidio volontario aggravato e occultamento di cadavere.

Non casi isolati

Sono tante le cose in comune tra questi due tragici eventi, ma una fra tutte fa gola a chi vuole vedere solo una parte del quadro: nessuna di loro ha denunciato in tempo. I social così si riempiono di foto e video promotori della denuncia come risoluzione deterrente della violenza di genere e del femminicidio in Italia; come se fosse semplice, sia emotivamente che burocraticamente contrastare il femminicidio in Italia,e non dolo. È la società stessa che scoraggia questo passaggio e che, nel quotidiano, appare come qualcosa di troppo esagerato che “rovinerebbe la vita di quell’uomo”.

La denuncia per stalking può restare archiviata per anni prima che parta un effettivo processo mentre le dinamiche violente degli uomini vengono legittimate da un’istituzione che non interviene prontamente.

Non è solo l’uomo in sé che uccide, bensì un sistema che ogni giorno nutre un’invisibilità strutturale, in cui le donne non sono mai abbastanza  «credibili», per ottenere giustizia. Non sono mai «abbastanza» ferite, non sono mai «abbastanza» violente. A qualcuno, sembrano sembrare troppo fastidiose, troppo insistenti, troppo fuori posto quando chiedono rispetto e parità. La verità è che, al di là dell’omicidio, la violenza di genere è un sottofondo quotidiano, costante, che la società minimizza e spesso ignora.

L’ennesimo articolo sul femminicidio in Italia

Il governo attuale è la ciliegina sulla torta di questa negligenza. Nel corso del 2023, i fondi per la prevenzione della violenza contro le donne siano stati ridotti del 70%, passando da 17 milioni di euro stanziati nel 2022 a 5 milioni nel 2023. La lotta al patriarcato? Un miraggio. A parole, tutti sembrano indignati, pronti a fare la loro parte, creare leggi ad hoc. Ma se scendiamo nella realtà delle politiche educative, troviamo un vuoto colmo di qualunquismo e securitismo.

E mentre parliamo di donne, non possiamo dimenticare le persone trans. La tragedia del suicidio di Alexandra Garufi è il triste epilogo di una storia che purtroppo si ripete. La marginalizzazione, la non accettazione, la violenza psicologica e fisica sono reale routine nella vita di chi cerca di vivere liberamente la propria identità di genere. Eppure, nonostante la retorica inclusiva, il governo Meloni non fa nulla per tutelare le persone trans, né nel percorso sanitario né nella protezione legale. I tavoli tecnici sui percorsi affermativi di genere stanno escludendo le persone attiviste e la comunità LGBT+.

Le radici della violenza di genere e del femminicidio in Italia

Le morti di Sara Campanella e Ilaria Sula sono gli ultimi eclatanti e tragici eventi che raccontano tutte un’unica storia ereditata da donna in donna, una lunga vena rossa che sulla mappa del nostro paese racconta cosa siamo, come siamo fatti, come vogliamo restare. Il femminicidio in Italia ma non solo, è la risposta di una società che si aggrappa alla sua violenza storica e la riproduce quotidianamente.
Trascorriamo le nostre ore col dito incollato allo schermo, senza nemmeno renderci conto di cosa passa sotto ai nostri occhi, ma ecco che ci siamo fermati quando tra, un reel di gattini e uno di ricette, vediamo l’annuncio di una ragazza scomparsa. Ci fermiamo un attimo, la guardiamo, leggiamo in che zona d’Italia si trovava e poi ci diciamo “è spacciata”.

È stato così per Giulia Cecchettin, per Sara Campanella e poi ancora per Ilaria Sula. Lo sapevamo già. Forse questo già soltanto dovrebbe bastare ad armarci per scavare le radici del problema: se rispetto alle generazioni precedenti di donne, abbiamo acquisito dei diritti legali e legittimati, la radice della cultura patriarcale rimane comunque la stessa. E le radici sono difficili da estirpare perché non si vedono e ciò che non si vede, sembra non avere alcun valore d’interesse.

L’ennesimo articolo sul femminicidio in Italia

Vignetta di Giuseppe Castiglione

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