TikTok e l’inutile guerra ai social, è “blackout” italiano

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Continuare a dare la colpa alle vetrine non renderà migliori i manichini. La storia della piccola Antonella e della sua sfida su TikTok è il blackout delle nostre soluzioni.


La scorsa settimana, il 22 gennaio, il Garante italiano per la protezione dei dati personali è intervenuto in maniera perentoria nei confronti di TikTok con un blocco immediato fino al 15 febbraio a proposito dell’uso dei dati degli utenti iscritti di cui non è garantita con sicurezza l’età anagrafica minima per l’iscrizione (13 anni). 

L’«urgenza» con cui il Garante si è precipitato a “punire” il social network cinese è dovuta a un caso di cronaca avvenuto appena il giorno prima: la morte di una bambina palermitana di 10 anni, Antonella Sicomero, soffocata con una cintura nel proprio bagno di casa – a detta della sorellina di 9 anni – a causa del «gioco dell’asfissia».

La guerra degli ignoranti

Da giorni è partita la folle guerra alla tecnologia con l’analisi delle responsabilità dei social e delle nuove “sfide” virali reputate dannose per bambini e ragazzi nel mondo. Su tutti i giornali si è parlato della tragedia di Palermo, da quelli nazionali a quelli europei, fino ai quotidiani d’oltreoceano. Pare che sia stata un’indiscrezione proveniente dalla sorellina della vittima ad aver scatenato i giornali e l’opinione pubblica contro TikTok, reo di aver portato Antonella a un suicidio accidentale con una “Blackout Challenge”. 

La Blackout Challenge sarebbe una sfida che consiste nel soffocamento fino al limite dell’asfissia, eseguita per provare una presunta sensazione di euforia (causata nient’altro che dalla carenza di ossigeno e dall’intossicazione da anidride carbonica, nota anche come quasi morte). 

C’è un ma, e anche bello grosso: di questa challenge non v’è traccia su TikTok e non è il trend che «sta uccidendo i nostri figli». Normalmente, si tratta di video brevi che nulla hanno a che fare con corde, con la morte o con lo svenimento. Inoltre, il fenomeno Blackout risale ad alcuni anni fa e non sembrerebbe così imponente e diffuso da risultare realmente la “nuova scioccante moda tra i giovani”.

Lo sciacallaggio mediatico

È comunque ripartita in questi giorni la carrellata delle “cose pericolose che fanno i giovani”, fra Jonathan Galindo, Blue Whale, Planking, Momo e Hanging Challenge, quest’ultima clamorosamente scambiata da diverse testate per la sfida mortale alla quale è stata data la responsabilità della morte di Antonella. Perché, si sa, dato che «hang» è il verbo inglese che significa “appendere” (utilizzato anche per “impiccare”) deduttivamente doveva essere la Hanging Challenge la sfida della morte, anche se basta una rapida ricerca su un social qualunque per capire che si tratta di una sfida di resistenza fisica e di sospensione “appesi” su un’asse.

Questa e altre fantasiose interpretazioni hanno riempito il web e le bacheche italiane e – va detto – internazionali. Queste narrazioni, spesso, hanno anche una importante responsabilità sui casi di emulazione e pubblicità di pratiche e fenomeni pericolosi di cui prima, in realtà, non si conoscevano i dettagli. 

Su alcune testate si sono persino diffusi i “manuali” alle sfide della morte nella stessa pagina che conteneva anche accorati appelli alla protezione dei bambini dai pericoli di internet e dei social. Sono stati citati anche eminenti quanto attendibili studi statistici effettuati da Skuola.net su un numero di 1000 (mille!) studenti e che confermano che «più di un ragazzo su dieci conosce la Blackout Challenge» e per questo motivo «tantissimi ragazzi, soprattutto minorenni, sfidano la sorte per mettersi in mostra». È il trionfo dell’approssimazione.

C’era una volta il social per “restare vicini”

Se il lato dell’informazione “stereotipata” è una fetta piuttosto consistente della pubblica miopia sui social, l’altro problema è quello educativo. È solo un lontano ricordo il ruolo di ricompattamento sociale destinato alle star sui social e agli odiati influencer.

In questi casi, che siano bambini di 5 anni o anziani di 65 a guardare video, sfide e altre iniziative sulle piattaforme di condivisione più frequentate, non ha importanza, via libera a tutti gli strumenti iperconnessi con il globo. Ma appena succede il dramma si aprono gli occhi per quei cinque o dieci giorni sulla qualità dei luoghi virtuali.

tiktok
Non è un problema anagrafico

Quello del blocco imposto dal Garante è infatti un passo successivo e, per forza di cose, tardivo su un sistema di condotte e consuetudini che sono quasi parte integrante di una comunità – tutti gli utilizzatori dei social – che è anagraficamente molto ampia.

C’è un problema che concerne i minori e le autorizzazioni che riescono a ottenere molto facilmente per qualsiasi contenuto su internet? Sicuramente sì. C’è un analfabetismo digitale galoppante senza età – siano X, Millennials (Y) o Z – che danneggia l’una e l’altra (e l’altra ancora) generazione? Soprattutto. È necessario dare colpe a questo o a quell’altro social o, peggio, assegnare “colpe sociali” a fattori quali l’emancipazione, la sessualità, le mode o i mezzi di comunicazione? No.

Prima questione: le impostazioni della piattaforma

Un mese fa il Garante aveva espresso preoccupazioni riguardo la tutela dei minori su TikTok. Il social era stato accusato di essere facilmente aggirabile e di avere un’informativa sull’utilizzo dei dati troppo difficile da comprendere persino per un adulto. Nonostante la task force europea voluta un anno fa e richiesta al Comitato europeo per la protezione dei dati personali (Edpb), il Garante italiano ha aperto autonomamente un procedimento formale nei confronti della piattaforma ottenendo proprio dieci giorni fa delle modifiche da parte di TikTok.

Dal 16 gennaio tutti i profili di TikTok intestati a utenti di età compresa tra i 13 e i 15 anni sono diventati privati di default, dato che l’impostazione iniziale era prima “pubblica”. Di conseguenza, spiega TikTok, «soltanto i follower approvati possono vedere i contenuti di questi utenti». Non solo: per tutti gli under 16 è possibile scegliere sulla possibilità di ricevere commenti solo tra “amici” o “nessuno”. 

Fra le altre tutele aggiunte figura anche «la possibilità di scaricare soltanto i video creati da utenti con più di 16 anni» mentre, di solito, gli altri utenti possono decidere di consentire il download o meno. Infine, per gli utenti di età compresa tra i 13 e i 15 anni, è stata impostata automaticamente su “Off” l’opzione “Suggerisci il tuo account agli altri”.

È chiaro come tutte le limitazioni che possono tutelare la permanenza dei minori sui social arrivano a diminuire le problematiche inerenti “terzi” o il contatto con una certa tipologia di utenti ma, di fatto, non riescono a impedire del tutto a un utente minimamente abile di accedere a un territorio proibito. La soluzione deve essere altrove o, comunque, una combinazione di diversi fattori fra cui il controllo esterno (e diretto) sui minori.

Seconda questione: il controllo da parte degli adulti

Sembrerà banale ma il dialogo, il caro vecchio parlare coi più piccoli, oltre a non avere nessun costo, è anche l’attività più redditizia se si vogliono guadagnare informazioni su un mondo sconosciuto come quello dei social. Non servono a niente le guide per il “genitore modello” – come quella della Polizia Postale di cui comunque non si parla mai nelle scuole – che invitano a «vedere che video ricevono i bambini», a «stabilire un limite massimo di tempo da trascorrere connessi» o, ancora, a «parlare dei rischi legali o medici di alcune sfide sui social».

I dispositivi dei bambini o dei ragazzi – spesso un regalo e non un prestito – possiedono delle password, anche la piccola Antonella ne aveva una tutta sua. È raro che i genitori conoscano la password dello smartphone dei figli.

La necessità di limitare l’utilizzo della connessione non solo è controproducente ma è il chiaro segno dei tempi e può voler dire sostanzialmente due cose: la prima è che, erroneamente, si crede che internet non fornisca mezzi di intrattenimento, divertimento o passatempi adeguati ai bambini e ai ragazzi da condividere con gli adulti; la seconda è che si reputano i bambini totalmente incapaci di capire se un comportamento è dannoso o no, e i bambini non sono stupidi (ma non sono autonomi). 

Si gioca tutto sulla sottile differenza tra educare e istruire: non servono i dieci comandamenti, serve l’esempio, la condivisione di un comportamento corretto. Il commento del padre di Antonella è stato: «Voleva essere la regina, la star di TikTok e c’è riuscita. È finita proprio come voleva lei»; emerge qui, in queste e in altre parole raccolte a margine della tragedia, la consapevolezza del tipo di utilizzo massiccio dei social portato avanti dalla bambina.

Inutile dire che se il deficit educativo appartiene a una generazione precedente è più probabile che quella successiva ne esprimerà le medesime manifestazioni.

Ultima questione: non c’è un’ultima questione

Continuare a dare la colpa alle vetrine non renderà migliori i manichini. Dietro ogni profilo c’è un turbinio di sentimenti, di interpretazioni e di paure che a volte restano sconosciute fino a quando non si esprimono in situazioni tragiche che non possiamo lontanamente immaginare; dietro ogni bambino c’è, il più delle volte, una serie di account e di informazioni carpite dal web che è impossibile controllare al cento per cento (e non sarebbe necessario farlo). 

La piccola Antonella non è stata uccisa da “questa sporca società in cui viviamo”, non è stata uccisa da TikTok, e probabilmente non è morta neanche a causa di una pericolosa challenge estinta da anni. Antonella, coi suoi account social, poteva anche essere una addicted come tanti altri, vittima e attiva interprete di questo odierno distanziamento sociale imposto dalla pandemia, ma è figlia di un altro, diverso, distanziamento sociale: quello tra centro e periferia, tra adulti e bambini, tra genitori e figli. 

In definitiva, questa distanza si colma in molto tempo, con molte questioni, in un processo che non contempla la crocifissione di un social, di due genitori o di una comunità. In fondo, l’umanità è un continuo susseguirsi di genitori del domani.


Daniele Monteleone

Caporedattore. Scrivo tanto, urlo tantissimo. Passione irrinunciabile: la musica. E poi un amore smisurato per l'arte, tutta.

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