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TikTok, USA e Cina: schermaglie a tempo di musica

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Si tratta di una danza, neanche tanto aggraziata, con tanti attori e troppi interessi. I protagonisti di questa storia sono politici, uomini d’affari lobbisti e ideologi: i diritti dei cittadini sono solo sullo sfondo.


TikTok è tutto tranne che un social network con canzoni, balletti o esercizi di narcisismo camuffati male da profondi spunti di riflessione. Si espande nel mondo con uno scopo: raccogliere dati. Si tratta di una macchina fine, che sfrutta l’inconscio e la scarsa capacità di attenzione dei suoi utenti, la loro pigrizia, istinti e preconcetti.

Come tutte le piattaforme del nuovo millennio, raccoglie informazioni in modo innovativo: classificando e riorganizzando i propri database per offrire, certo, la migliore esperienza possibile, ma soprattutto per creare accurati modelli di acquirenti, passati, presenti e futuri.

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TikTok vende tutto, con la sua pubblicità entra a gamba tesa nel mercato, in un settore finora inesplorato, per pudore o perbenismo: quello dei minorenni. Si, perché anche se la maggioranza della popolazione del social ha un’età compresa fra i 18 e i 24 anni, parecchi utenti hanno soltanto 12-16 anni. Nessuno ha mai studiato questi piccoli internauti così da vicino, nessuno ha mai imparato tanto in così poco tempo.

Per adesso hanno un piccolo potere d’acquisto, certo, che spesso si attiva al pianto ininterrotto nelle orecchie di mamma e papà. Domani avranno probabilmente un capiente portafogli. Oppure saranno politici, economisti, ambasciatori: di cui il governo cinese conoscerà paure e desideri d’infanzia.

Come Facebook, ma in modo più simile ad Instagram, TikTok assimila anche reti relazionali, di diverso livello e profondità, facendo del direct la spia qualitativa primaria del legame interpersonale. Nell’area EMEA, i messaggi possono essere usati solo dai maggiori di 16 anni, ma nel resto del mondo non sono diffusi i limiti d’età. E poi, aggirare il blocco è facile: basta dichiarare un’età diversa dalle impostazioni, il gioco è fatto.

Questa è l’altra faccia della piattaforma che usano 8 milioni di utenti in Italia: quella che interessa chi ha bisogno di capire le persone, vendere, convincere. Queste sono le motivazioni che hanno spinto Cina e Stati Uniti ad uno scontro frontale caratterizzato da una rapidissima escalation.

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Ma perché? Se hanno bisogno di dati, gli Stati Uniti, possono già accedere a quelli di Facebook e Instagram (che minacciano l’UE di ritirarsi dal mercato del vecchio continente nel caso volesse davvero impedire loro di esportare dati negli States).

Qui casca l’asino: le popolazioni delle piattaforme di Zuckerberg sono vecchie, nate per la maggior parte in un mondo analogico, spesso poco avvezze al digitale e quindi prive di quell’“istinto al pixel” che tanto interessa chi vuole far leva sulla psicologia delle masse del XXI secolo.

L’esperimento Snapchat (che puntava allo stesso target di pubblico di TikTok) è fallito. Così la cultura americana suprematista ha reagito nell’unico modo che conosce: con la forza.

Le dichiarazioni di Trump sono veloci e taglienti, come ci ha abituati. Invoca un blocco immediato di TikTok su tutto il suolo degli Stati Uniti. Una delle giustificazioni più belle è la sempreverde “occhio per occhio, dente per dente”: visto che i cittadini cinesi non possono usare Google, Facebook, YouTube and WhatsApp, presto gli americani non potranno più usare TikTok.

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In realtà è solo l’inizio di un grande braccio di ferro, che si consumerà nelle prossime settimane e mira ad infiltrare grandi distributori americani di tecnologie all’interno della piattaforma, in modo tale da avere accesso a dati inestimabili. Non è la tutela degli stessi che interessa, è chiaro. Al centro di tutto c’è solo la loro acquisizione da parte del governo.

Prima siamo costretti ad assistere ad un tira e molla sulla cessione del social network a Microsoft e Walmart. L’affare sfuma nonostante la presenza di una deadline pensata affinché il colosso cinese venda la piattaforma prima di essere oscurata, entro il 15 Settembre.

Così entra in gioco Oracle, altro grande gigante statunitense: si prende tempo e la deadline slittata al 12 novembre prossimo. L’accordo arriva al tavolo di Trump e lui, in poche ore, benedice tutti dal suo alto scranno. La Cina, fino a ieri quasi silente, reagisce con una durissima dichiarazione. La proposta di accordo viene definita “sporca” e il governo degli yankee, presto accusato di “bullismo”.

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Queste schermaglie, chiaramente, si iscrivono all’interno di una più vasta strategia che tocca accordi commerciali e persino il Vaticano. Con un tempismo a dir poco eccezionale, torna in auge la raffigurazione della Repubblica Popolare Cinese come di quell’avaro e bieco nemico con cui neanche di religione è possibile discutere.

Nessuno conosce il futuro. Siamo però sicuramente di fronte all’ennesima lezione di quanto i nostri dati, le nostre abitudini, le nostre relazioni siano importanti e preziose. Dovremmo sentirci onorati ma anche saltare subito sull’attenti. Su queste note, qualcuno balla con la nostra possibilità di essere privatamente noi stessi, liberi di scegliere, da pregiudizi, stereotipi e condizionamenti indotti tramite una raffinata profilazione digitale.


 
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Ignazio Morici

Ignazio Morici

Advisor in strategie di comunicazione, sono specializzato in brand awareness e marketing CX. Attivista di Amnesty International, scrivo di attualità. (www.morici.eu)

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