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Codacons contro Ferragni: la vera blasfemia è l’ignoranza

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La fotografia realizzata dall’artista Francesco Vezzoli che ritrae Chiara Ferragni come una Madonna, ha urtato la “sensibilità” del Codacons che forse non ha mai aperto un libro di arte.


Ha fatto parecchio discutere, in questi giorni, la fotografia realizzata dall’artista Francesco Vezzoli il quale ha “osato” ritrarre la nota influencer Chiara Ferragni, da sempre bersaglio di haters e critiche di ogni sorta, nei panni di una moderna Madonna con bambino – rivisitazione dell’omonima opera recante la firma di Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato – per un numero speciale di Vanity Fair.

Ha osato sì, dato che l’opera non è stata particolarmente apprezzata e tacciata di blasfemia dal CodaCons, l’associazione dei consumatori. «Sfruttamento della figura della Madonna», «offesa al popolo cristiano e al sentimento religioso»: queste sono le accuse dell’associazione che, raccolte in un esposto, si auspica arrivino niente poco di meno che al Papa in persona affinché possa intervenire in merito.

Ciò che fa riflettere è stata l’affermazione (tra le tante) riguardante il mondo dell’arte, il quale dovrebbe ritenersi “turbato” dalla foto in questione tanto quanto dovrebbe esserlo il Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, anche lui tra i destinatari dell’esposto.

L’arte odierna è denuncia. Fateci caso: l’arte è il frutto, perlopiù, di una profonda osservazione della società di oggi; si ciba dei problemi, delle controversie che sentiamo ma non ascoltiamo e non le viviamo davvero; li mastica e li ripropone sotto un’ottica diversa, più cruda, meno edulcorata da cui il nostro sguardo non può prescindere. Scripta manent, si dice, così come anche ciò che è concretamente tangibile o osservabile tende a rimanere, scuotere e indurre a riflessione più di una immagine fugace.

Ma l’arte contemporanea è soprattutto provocazione: è sondare il terreno del politically correct, proprio quello su cui quasi tutta la società sembra affondare le radici oggi. Il terreno dei falsi buonisti, di chi grida allo scandalo e all’eresia perché è più comodo fingersi corretti dinanzi al mondo intero per riceverne un plauso, che mostrarsi nella propria natura, esplicitata lontana da occhi indiscreti. È il terreno delle maschere, delle doppie facce: è il terreno che l’artista Francesco Vezzoli, volutamente o no, ha saggiato aggiungendo un tocco pop, o trash, da un punto di vista molto soggettivo.

Tuttavia, Vezzoli non è l’unico ad aver oltrepassato il famoso limite tra il giusto e sbagliato, istituito dalla pubblica morale e il buoncostume: re nostrano della provocazione è l’artista Maurizio Cattelan. Irriverente, narcisista – ama far parlare e parlare di sé – con occhio attento su ciò che ci circonda, stupisce e fa storcere il naso nel 1999, con una delle sue opere più discusse: La nona ora.

Protagonista della scultura in questione fu Papa Giovanni Paolo II, accasciato al suolo sotto il peso di un meteorite. Inutile dire che al tempo il grido allo scandalo e le accuse di blasfemia furono scontate anche se, a onor del vero, non vi era nessuna offesa da parte dell’artista nei confronti della più alta carica religiosa. Tutto ha un senso, a partire dal titolo: la “nona ora” altro non è che le ore 15:00, secondo l’antico orologio che vedeva l’avvio della giornata lavorativa alle 6 del mattino; come sappiamo, secondo le antiche scritture le ore 15:00 rappresentano l’orario della morte di Cristo, morte simbolica culminata con la sua Resurrezione: dunque il suo piegarsi ma non spezzarsi del tutto. Così Giovanni Paolo II, “Cristo in terra”, uomo tra gli uomini, piegato ma non spezzato dal peso del male – rappresentato dal meteorite – e aggrappato con tutte le sue forze alla grande croce, è l’emblema di una umanità che cerca di farcela, tentando di non soccombere al peso del male.

Maurizio Cattelan “La nona ora”

Rimanendo in territorio italiano impossibile non citare Luigi Ontani e i suoi tableaux vivants, quadri viventi, ovvero la rivisitazione di tele rinascimentali e non, in chiave filmica o fotografica con l’artista stesso come protagonista: una volta nelle vesti dell’Ecce Homo, dal volto sofferente rivolto verso l’alto e sanguinante per via della corona di spine, perfetta imitazione dell’immagine di Cristo che l’artista tiene in mano, come se si dilettasse nel gioco degli specchi o avesse messo in atto la scelta artistica della “foto nella foto”. 

Non solo Cristo ma anche santi, come per esempio il martire San Sebastiano più e più volte rappresentato in tele rinascimentali e non (come quello dell’artista Guido Reni, a cui Ontani fa volutamente riferimento), la cui iconografia – conosciutissima – ritrae il santo flagellato a morte da dardi. Insomma, basta sfogliare la piccola brossura dell’artista Ontani, L’Onfalone, per rendersi conto che parte del suo lavoro è caratterizzato da riferimenti e misticismi religiosi.

Ci si può rendere altresì conto che è impossibile sentirsi disturbati da queste opere perché alla vista sgradevoli o moralmente contestabili: l’unica cosa che si potrebbe evincere e, in parte, discutere, è l’aria quasi eterea e soffusa che caratterizza le composizioni e il pregnante narcisismo dell’artista che, come sopradetto, è il protagonista assoluto delle sue stesse opere: narcisismo che non ben si sposa con i volti, quasi sempre sofferenti, di santi e affini. Eppure, allora, nessuna accusa rilevante era pervenuta a riguardo.

Il riferimento religioso in opere provocatorie non è una scelta solo italiana, soprattutto se tali opere hanno il compito di rappresentare una denuncia sociale. Quale miglior occasione per smuovere le coscienze oltrepassando il limite del politically correct? Una di queste è la Pietà dell’artista Paul Fryer in cui un Cristo Martoriato è “accomodato” su una sedia elettrica. La croce viene, dunque, sostituita da un nuovo spaventoso mezzo di morte contemporaneo, denunciando così la pena capitale presente in alcuni Paesi del mondo.

Ma torniamo al pomo della discordia, l’ultima opera di Francesco Vezzoli. L’artista, nonché fotografo rinomato, non è nuovo nella realizzazione di opere che prevedono la sovrapposizione di volti celebri su tele preesistenti dall’iconografia religiosa: basti pensare alla mostra tenuta nel 2011 a New York presso la Galleria Gagosian: il titolo, Sacrilegio, dice tutto. Le protagoniste più famose sono le Madonne di Leonardo, Sandro Botticelli, Giovanni Bellini e altri maestri ancora rivisitate o, per meglio dire, “rimodernizzate” con i volti delle supermodel, le top 90s come Linda Evangelista, Claudia Schiffer, Kim Alexis.

Non solo il contenuto, ma anche il “contenitore” diventano sacrileghi: la galleria, infatti, presentava le sembianze di una cappella del ‘500 con un piccolo spazio, chiamata la Cripta della memoria, dove era esposta la Madonna con Bambino del Pinturicchio i cui volti saranno sostituiti da due personaggi d’eccezione, ovvero l’artista stesso e la madre.

La mostra si rivelerà un flop, uno scandalo volutamente cercato che, però, oltrepasserà i limiti della noia. Ma comunque nessun esposto fu presentato, nonostante l’idea alla base della mostra del 2011 sia praticamente uguale alla foto incriminata che ha scatenato le furie del benpensante Codacons. E ciò fa sorridere.

Perché fa sorridere? Beh, semplicemente perché il Codacons, in primo luogo, sembra non conoscere i lavori dell’artista in questione e di non avere una conoscenza della storia dell’arte nella sua totalità; ma soprattutto, pare disconosca la natura provocatoria dell’arte – in special modo quella contemporanea – intentando battaglie a difesa della pubblica decenza e della morale, proficue come quelle di Don Chisciotte contro i mulini a vento.

In secondo luogo, probabilmente, il vero problema è proprio la coppia formata da Chiara Ferragni e del marito Fedez con cui è sempre affiorata una “atavica discordia”, con le accuse del Codacons – anche a priori – a suon di brutte figure, che suonano come un atteggiamento da “due pesi e due misure”. Probabilmente depositare l’ascia di guerra, estratta per futili antipatie o perché alla ricerca di ritorni economici, sarebbe la giusta scelta per evitare figuracce nazionali, così come aprire un libro di storia dell’arte. Un consiglio: se si intenta una causa al riguardo, sarebbe bene che vi sia una solida conoscenza e preparazione di fondo.


 
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Alessia Bonura

Classe 1989, da sempre amante e poi cultrice dell'arte, specialmente contemporanea, amo comunicarla con una buona dose di critica e tanta passione.

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