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Brexit, senza accordo? Le ultime dal Consiglio europeo

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Il 31 dicembre scadrà il periodo di transizione per il raggiungimento di un accordo post-Brexit. Il Consiglio europeo si è detto pronto a continuare i negoziati ma l’ipotesi “no deal” non è più così lontana.


Da quando, lo scorso 1° febbraio, è entrato in vigore l’Accordo di recesso del Regno Unito dall’Unione europea, Londra e Bruxelles stanno provando in tutti i modi a scongiurare il no deal, vale a dire una Brexit immediata e senza accordo, che rischierebbe di reintrodurre dazi e dogane. In linea con le disposizioni del recesso, il periodo di transizione previsto per il raggiungimento di un partenariato sulle future relazioni tra Ue e Regno Unito scadrà il 31 dicembre 2020, per cui il tempo stringe e i negoziati sono giunti a un momento cruciale. 

Considerati i tempi di ratifica da parte dell’Unione, l’accordo con il Regno Unito sui rapporti post-Brexit dovrebbe concludersi entro il prossimo 31 ottobre 2020, per consentire l’entrata in vigore del nuovo deal a partire dal 1° gennaio 2021, al termine del periodo transitorio.

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I round negoziali che si sono susseguiti, a partire dal 2 marzo 2020, hanno palesato una serie di significative divergenze tra UK e Unione europea: dalla struttura e governance dell’accordo (l’Ue propende per uno strumento unico e complessivo, mentre il Regno Unito vorrebbe negoziare un accordo di libero scambio e una serie di distinti accordi settoriali), alla disciplina dei diritti di pesca, fino agli impegni in materia di level playing field (parità di condizioni nei settori degli aiuti di stato, ambiente, lavoro e tasse, al fine di eludere la concorrenza sleale) e alla cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale (il Regno Unito vorrebbe, infatti, non essere vincolato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, né dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia Ue).

Trovare, nonostante le divergenze correnti, un accordo sui rapporti con il Regno Unito avrebbe dovuto essere la “mission impossible” dei leader dell’Unione al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre scorsi. In concomitanza con l’incontro di Bruxelles, scadeva infatti l’ultimatum lanciato dal governo britannico di Boris Johnson per trovare un accordo con l’Unione europea sui rapporti post-Brexit. Nelle sue dichiarazioni di inizio settembre – oltre che nelle conversazioni delle ultime settimane con la presidente della Commissione Von der Leyen e il capo negoziatore europeo, Michel Barnier – il premier britannico aveva sottolineato il desiderio di Londra di raggiungere un accordo, a beneficio di entrambe le parti, entro il 15 ottobre. Benché a ridosso del Consiglio i negoziati si siano intensificati, Regno Unito e Ue non sono giunti a un significativo slancio nelle trattative.

Alla vigilia del Consiglio europeo, l’Unione ha rivendicato progressi corposi e tempestivi da parte di Londra. Il capo negoziatore per l’Ue, Barnier, non ha mancato infatti di sottolineare lo stallo dei negoziati, dovuto essenzialmente alle difficoltà che negli ultimi mesi il Regno Unito ha avuto nel cooperare, specie nei settori della politica estera, la politica di difesa e la mobilità. Gli sforzi cui gli Stati sono stati chiamati nella gestione della pandemia hanno certamente contribuito a rallentare il processo negoziale, ma non può certo dirsi che le misure nel frattempo adottate dal governo Johnson abbiano agevolato il raggiungimento di un accordo con l’Ue.

Da ultimo, la Camera dei Comuni ha approvato l’Internal Market Bill che, modificando il “protocollo irlandese” dell’Accordo di recesso, finalizzato a evitare la reintroduzione di un confine “duro” tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, viola l’intesa sulla Brexit e compromette il raggiungimento di un trattato commerciale di libero scambio tra Londra e Bruxelles. Proprio per questo, con una lettera di messa in mora, la Commissione europea ha intimato il Regno Unito di riconsiderare entro un mese la legge sul mercato interno (che dovrà adesso essere approvata dalla Camera dei Lord), minacciando di avviare un’azione legale.

Con lo stallo dei negoziati e l’avvio della procedura legale da parte della Commissione Ue, la prospettiva di raggiungere, entro il 15 ottobre, un accordo sulla Brexit, appariva dunque già di per sé compromessa. Gli stessi capi negoziatori, Frost e Barnier, avevano già ipotizzato di continuare il confronto oltre il 31 ottobre, con la possibilità di addivenire comunque a un accordo laddove al Consiglio europeo non fosse stata raggiunta un’intesa complessiva sui capitoli più urgenti: commercio, trasporti e migrazioni. 

E almeno in linea teorica, pare proprio che così sarà. Nelle conclusioni finali, pur rilevando con preoccupazione come i progressi sulle questioni di fondamentale interesse per l’Unione non siano ancora sufficienti per raggiungere un accordo, il Consiglio europeo si è detto comunque pronto a negoziare ancora, nel rispetto delle “linee rosse” già segnate nel corso delle precedenti negoziazioni. 

A fronte di ciò, i leader europei hanno chiesto alla Commissione di prepararsi anche a un’eventuale Brexit senza accordo. La posizione dei capi di governo, tra cui il premier italiano Giuseppe Conte, può essere sintetizzata con le parole della cancelliera tedesca Angela Merkel che, all’inizio della seduta, ha detto: «vogliamo un accordo, ma non a qualsiasi prezzo».

Il Consiglio europeo ha quindi ribadito la necessità dell’Unione di avere un partenariato quanto più stretto possibile con il Regno Unito sulla base delle direttive del 25 febbraio 2020, nel rispetto degli orientamenti del Consiglio europeo precedentemente concordati, nonché delle sue dichiarazioni, in particolare quelle del 25 novembre 2018, specie per quanto riguarda la parità di condizioni, la governance e la pesca. In questo contesto, il Consiglio europeo ha invitato il capo negoziatore dell’Unione a proseguire i negoziati nelle prossime settimane, chiedendo al Regno Unito di attuare pienamente l’accordo di recesso e i suoi protocolli e di compiere i passi necessari per rendere possibile un’intesa.

In breve, per l’Unione l’accordo può dirsi praticamente raggiunto e sta a Londra rispettarlo. Il premier britannico, che si era detto pronto a concludere il periodo di transizione con un accordo parziale sul modello di quello esistente tra Ue e Australia, dovrà adesso decidere se continuare o meno a negoziare. Le prime reazioni del capo negoziatore inglese, David Frost, però, non lasciano almeno al momento ben sperare. Il consigliere di Johnson si è mostrato, infatti, deluso per le conclusioni del Consiglio europeo sui negoziati, sostenendo che l’Ue non si stia più impegnando a lavorare «intensamente» per raggiungere un futuro partenariato con il Regno Unito. Insomma, per sapere se per gli inglesi sarà un capodanno con o senza accordo, toccherà aspettare ancora. La certezza, ad oggi, è una: più la lancetta scorre più la pressione sale. E benché l’Ue si dica pronta ad affrontare anche l’ipotesi non più così lontana di un no deal, in questa corsa contro il tempo la speranza rimane ancora quella di giungere a un’intesa complessiva che possa scongiurare i danni di una Brexit immediata.


 
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Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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