Kubrick, Pasolini e gli Epstein Files: il cinema aveva già denunciato il potere
Kubrick e Pasolini avevano già raccontato i meccanismi di potere emersi nei file Epstein? Cinema, élite e realtà che si sovrappongono.
Quando Stanley Kubrick nel 1999 portò al cinema Eyes Wide Shut, molti lo liquidarono come un thriller erotico sofisticato. Quando Pier Paolo Pasolini nel 1975 realizzò Saló o le 120 giornate di Sodoma, fu accusato di provocazione estrema, pornografia politica, eccesso insostenibile. Oggi, alla luce delle rivelazioni contenute nei cosiddetti Epstein Files, quelle opere sembrano meno metafora e più diagnosi.
Kubrick spiega il potere esercitato senza conseguenze
Non si tratta di sostenere che Kubrick o Pasolini avessero previsto nomi e circostanze specifiche. Sarebbe una lettura semplicistica. Il punto è un altro: entrambi hanno messo in scena la struttura del potere quando smette di avere limiti, quando si autoalimenta nel privilegio e quando utilizza il corpo come strumento di dominio.

Il caso Epstein ha mostrato qualcosa che sociologi e politologi studiano da decenni: le élite chiuse tendono a sviluppare dinamiche autoreferenziali, meccanismi di protezione reciproca e sistemi di silenzio. In Eyes Wide Shut, la famosa sequenza del rituale mascherato non è solo un momento di tensione narrativa. È la rappresentazione di un’aristocrazia contemporanea che si riconosce attraverso codici, simboli, segretezza e impunità. Il protagonista, interpretato da Tom Cruise, non viene punito fisicamente: viene escluso. Ed è l’esclusione, non la violenza, a rappresentare la vera sanzione nel mondo del privilegio.
Kubrick costruisce una parabola sul desiderio, ma soprattutto sull’accesso. Il potere non è definito dall’atto sessuale in sé, ma dalla possibilità di esercitarlo senza conseguenze. È questa asimmetria a diventare il cuore politico del film.
Per Pasolini il vero potere è quello economico e culturale
Pasolini, con Saló, va ancora oltre. Ambientando la vicenda nella Repubblica di Salò, trasforma l’opera del Marchese de Sade in un’allegoria del potere totalitario moderno. I corpi dei giovani prigionieri vengono ridotti a oggetti, merci, strumenti di soddisfazione. Non c’è eros: c’è amministrazione del dominio. Il potere si manifesta come burocrazia dell’umiliazione.

Rileggere Saló oggi significa cogliere l’intuizione pasoliniana secondo cui il vero totalitarismo non è solo politico, ma economico e culturale. È la capacità di trasformare ogni cosa, anche la dignità umana, in consumo. Nei documenti legati al caso Epstein emerge proprio questa dinamica: una rete di relazioni in cui ricchezza, influenza e accesso esclusivo costruiscono un ecosistema parallelo, separato dalle regole comuni.
Il parallelismo non va forzato in chiave complottista. Non siamo di fronte a una sceneggiatura hollywoodiana replicata nella realtà. Piuttosto, questi film funzionano come dispositivi critici: mostrano cosa accade quando il potere si concentra e si sottrae al controllo pubblico.
Il silenzio nel caso Epstein che fa rumore
C’è un altro elemento che li accomuna: il silenzio. In Eyes Wide Shut, il protagonista comprende che alcune verità non devono essere pronunciate. In Saló, le vittime gridano, ma nessuno ascolta. Nel caso Epstein, per anni le denunce sono rimaste ai margini, ignorate o sottovalutate. Il meccanismo di delegittimazione delle vittime è una costante nei sistemi di abuso strutturale.

Il cinema, in questo senso, non anticipa i fatti. Intercetta i meccanismi. Gli artisti, quando riescono a cogliere lo spirito del tempo, mettono in forma narrativa ciò che nella società esiste già in forma latente. Kubrick e Pasolini hanno raccontato l’intreccio tra sesso, potere e impunità non come scandalo morale, ma come architettura sistemica.
Forse il motivo per cui oggi quei film risultano meno “eccessivi” e più disturbanti è proprio questo: la distanza tra finzione e cronaca si è assottigliata. Le dinamiche di esclusività, i circoli chiusi, la protezione reciproca tra figure influenti non sono più soltanto materia narrativa.
Resta però una differenza fondamentale. Il cinema mette in scena e costringe a guardare. La realtà, spesso, preferisce distogliere lo sguardo. E allora la domanda non è se Kubrick e Pasolini avessero previsto qualcosa. La domanda è se noi, spettatori e cittadini, siamo disposti a riconoscere i segnali quando l’arte li rende visibili.
Forse il vero scandalo non è che certi meccanismi esistano. È che continuino a sorprenderci ogni volta.


