Infinite Jest rimane il libro che ti rovina la vita e che quasi nessuno ha finito

Infinite Jest rimane il libro che ti rovina la vita e che quasi nessuno ha finito

Trent’anni fa David Foster Wallace ci avvertiva: diventeremo zombie digitali. Aveva ragione. Questo è Infinite Jest, il libro che nessuno ha finito.


Sono passati trent’anni da quando hai preso in mano quel mattone da 1200 pagine chiamato Infinite Jest. Ricordi ancora la sensazione: ti sentivi intelligente solo a trasportarlo in metropolitana, con la copertina ben visibile perché tutti vedessero che tipo di lettore colto eri. Poi lo hai aperto e hai capito che avresti dovuto fare avanti e indietro tra il testo e le note per tutta la vita. Dopo tre mesi di lotta contro flussi di coscienza indecifrabili, gergo tecnico-scientifico e digressioni infinite, lo hai mollato a pagina 347. E lì è rimasto, sulla libreria, a ricordarti che non sei abbastanza intellettuale per questo mondo.

Infinite Jest il punto di fine e di inizio

Il primo febbraio del 1996 usciva Infinite Jest di David Foster Wallace, e il mondo della letteratura americana non sarebbe più stato lo stesso. Trent’anni dopo, ci troviamo qui a interrogarci su cosa sia rimasto di quest’opera colossale che ha terrorizzato generazioni di lettori e fatto sentire inadeguati persino i critici letterari. Perché sì, Wallace aveva ragione su tutto. Ci aveva avvertiti. Ci aveva detto che saremmo finiti soli, alienati, occupati a scrollare gli schermi fino a rincoglionirci completamente. E noi? Noi abbiamo scrollato lo stesso.

Infinite Jest rimane il libro che ti rovina la vita e che quasi nessuno ha finito

Riprendendo in mano oggi questo libro, da un lato può sembrare tremendamente premonitore, capace di anticipare un mondo dove il capitalismo ha invaso ogni centimetro della nostra quotidianità. Dall’altro, profondamente ancorato agli anni Novanta, a quel periodo di “sospensione degli eventi” tra la caduta del Muro di Berlino e l’11 settembre. Come se Wallace ci avesse immaginati zombie digitali, ma lo avesse fatto dai sobborghi tranquilli di un campus americano, senza mettere in conto che nel frattempo qualcuno avrebbe ricominciato a sparare in faccia alla gente.

Una lettura complessa e densa di significati

Infinite Jest è un romanzo massimalista che parla di tutto: dal bisogno ossessivo di intrattenimento all’alto livello di competitività della società americana, dalla dipendenza in tutte le sue forme alla difficoltà di comunicare in un mondo iperstimolato. Wallace alterna scene di violenza efferata ad altre di dolcezza estrema, momenti di umorismo nero spietato ad altri di sincerità commovente. Ha un gergo tutto suo fatto di termini scientifici, sigle, marchi, nomi di farmaci e molecole che ti fanno venire voglia di mollare tutto e andare a vivere in un eremo. E poi ci sono quelle maledette note finali: centinaia di pagine collocate in fondo al volume, dense e cervellotiche, che non puoi saltare perché sono fondamentali per capire la trama.

La trama? Eccola: siamo in un futuro imprecisato dove Stati Uniti, Canada e Messico si sono fusi in un’unica federazione chiamata ONAN (sì, proprio come sembra). Al centro di tutto c’è un film intitolato Infinite Jest  talmente coinvolgente e ipnotico da creare dipendenza totale in chi lo guarda. La gente preferisce morire di fame piuttosto che staccarsi dallo schermo. Vi ricorda qualcosa? Tipo voi che guardate video di gatti su TikTok alle tre di notte invece di dormire? Wallace l’aveva capito nel 1996, quando gli smartphone non esistevano nemmeno. Uno spunto così ingegnoso che fa quasi rabbia.

Infinite Jest rimane il libro che ti rovina la vita e che quasi nessuno ha finito

Infinite Jest un muro invalicabile per molti scrittori del suo tempo

Edoardo Nesi, che nel 2000 curò la prima traduzione italiana per Fandango, lo definisce “una summa del postmodernismo”. Fu percepito come una novità assoluta, come leggere l’Ulisse di Joyce ma aggiornato ai tempi moderni. Però c’è un problema: Infinite Jest è un’opera da cui gli scrittori delle generazioni successive hanno potuto attingere pochissimo. È troppo geniale per essere imitato. Ci sono invenzioni così stratosferiche (come l’Eschaton, un gioco di strategia a metà tra Risiko e scacchi ambientato su campi da tennis che simula la Terza guerra mondiale) che provare a replicarle sarebbe semplicemente ridicolo.

Francesco Pacifico (scrittore e traduttore italiano senior editor della rivista Il tascabile dell’Enciclopedia Treccani) ricorda il primo impatto come “un bagliore accecante”. Era la massima espressione di uno scrittore dal talento stratosferico, capace di mettere in soggezione chiunque. Non è che ci fosse tanto da rubare: semplicemente ti faceva passare la voglia di scrivere. Wallace racconta sofferenza e disagio attraverso personaggi dal talento eccezionale, ragazzi e adulti iperallenati, capaci di prestazioni fuori scala, ma questa eccezionalità finisce per diventare una giustificazione implicita del dolore. Come se l’essere dei genietti rendesse la sofferenza più accettabile, o addirittura meritata.

Genialità, sport e droga

Il protagonista Hal Incandenza è una giovane promessa del tennis capace di imparare a memoria l’intero Oxford English Dictionary, assillato dall’ambizione di emergere in due ambienti spietatamente competitivi come lo sport e l’accademia. Suo padre James, il regista di Infinite Jest, dopo aver rincorso per tutta la vita l’affermazione nel cinema d’autore, si suicida infilando la testa in un forno a microonde. Dall’altro lato c’è Don Gately, ex tossicodipendente e rapinatore che lavora in un centro di recupero ed è un po’ il cuore morale del libro: con il suo impegno per restare sobrio fa da contraltare all’intellettualismo competitivo e autodistruttivo degli altri personaggi.

Il romanzo ebbe il merito di dare una voce nuova e potentissima al disagio e alla depressione. È come un gigantesco panopticon da cui non ci si può nascondere né fuggire. Ma oggi questa visione così dolorosa e priva di speranza può risultare respingente: la realtà è fatta anche di scorciatoie, botole e nascondigli. In Infinite Jest non ce ne sono.

Wallace crea inconsapevolmente il simbolo del maschio colto che vuole farsi notare

E poi c’è il fenomeno del culto. Dopo l’uscita del romanzo, Wallace diventò una specie di santone della letteratura. La venerazione esplose ulteriormente dopo il suo suicidio nel 2008. Gli studenti dei campus americani crearono una mitologia attorno alla sua figura, imitando la capigliatura, le posture, il modo di vestire. Infinite Jest diventò il romanzo del “maschio intelligentone che vuole farsi notare”. Un feticcio culturale, un simbolo di prestigio: leggerlo (o raccontare in giro di averlo letto) serviva a mostrarsi intelligenti, sofisticati, seri. Ancora oggi “I survived Infinite Jest” è uno dei motti più associati al libro.

Infinite Jest rimane il libro che ti rovina la vita e che quasi nessuno ha finito

Alcune critiche femministe coniarono il termine “lit bro” per descrivere quegli uomini che costruiscono la propria immagine attorno a pochi libri considerati difficili, usandoli come strumenti di affermazione culturale. “Ama David Foster Wallace” è diventato sinonimo di “ok, è un altro di quei figli di puttana”. Nei campus americani lo consigliavano alle fidanzate in modo autoritario, come si impone un disco di death metal a chi ascolta solo musica leggera. Per fortuna in Italia questa dinamica non si è mai replicata del tutto.

Cosa è Infinite Jest dopo 30 anni

Possiamo dire che interrogarsi sull’eredità di Infinite Jest ha senso solo fino a un certo punto: è il libro di un’altra epoca. Non è autocompiaciuto e consolatorio come molta narrativa odierna, ed è tremendamente ostico: note chilometriche, descrizioni infinite, personaggi che scompaiono e ritornano dopo centinaia di pagine.

Tutto questo non si concilia con la nostra soglia di attenzione attuale, quella che ci fa abbandonare un video dopo tre secondi se non ci cattura subito.Trent’anni dopo, Infinite Jest resta un capolavoro inaccessibile. Un monumento alla dipendenza, all’intrattenimento compulsivo, alla nostra incapacità di staccarci dagli schermi. Wallace ci aveva avvertiti che saremmo finiti così: soli, alienati, rincoglioniti. E noi, cosa abbiamo fatto? Abbiamo scrollato. Continuiamo a scrollare. Proprio come lui aveva previsto, da quei sobborghi appartati di un campus americano, trent’anni fa.

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