FOMO, il peccato capitale dell’offline: come salvarsi

FOMO, il peccato capitale dell’offline: come salvarsi

Divisi tra il momento vissuto e quello immaginato, consumiamo esperienze senza abitarle. La FOMO come disagio silenzioso della contemporaneità.


Sarà certamente capitato a tutti di sentire parlare negli ultimi anni di questo stato psicologico detto per l’appunto FOMO (Fear of Missing Out).

La FOMO è la paura persistente di essere esclusi da esperienze significative, l’ansia che qualcosa di importante stia accadendo altrove ponendoci quindi nella condizione di restare perennemente connessi per non perdere aggiornamenti, eventi o relazioni. Si identifica come stato psicologico alterato perché predispone verso l’ipervigilanza di un luogo altro (evidentemente digitale) a discapito di una presenza mentale e fisica nel luogo in cui realmente ci si trova.

Sappiamo tutti benissimo di essere potenzialmente affetti da questa patologia. Chi più, chi meno siamo tutti soggetti ad entrare in contatto con questo disturbo o, per usare un termine medico scientifico, a divenire ospiti di questo parassita.

L’illusione dell’altrove. Un male antico, un nome nuovo

I social media costruiscono un teatro permanente dell’altrove: viaggi, successi, relazioni, felicità sempre visibili e sempre parziali. La vita degli altri sembra accadere con maggiore intensità, mentre la nostra appare in pausa. Così nasce l’ansia: se non ci sono, se non partecipo, se non vedo, perdo valore.

In questo flusso continuo, restare indietro equivale a scomparire. La FOMO diventa allora il sintomo di una precarietà più profonda: non temiamo solo di perdere un evento, ma di perdere significato.

Sebbene il termine sia recente, la paura di vivere “meno” degli altri non è nuova. Seneca, nelle Lettere a Lucilio, ammoniva già nel I secolo d.C.: “Non è poco il tempo che abbiamo, ma molto quello che perdiamo”.

Nel Novecento, Pier Paolo Pasolini denunciava il rischio di una vita ridotta a consumo e rappresentazione. Oggi quella profezia sembra compiuta: l’esperienza vale se è dimostrabile, condivisibile, misurabile in like. La FOMO diventa così una forma di alienazione: non viviamo per vivere, ma per dimostrare di esserci stati.

FOMO, il peccato capitale dell’offline: come salvarsi

La voglia di emulazione rispetto alle tendenze modaiole ci spinge inoltre verso una perdita identitaria: se questa cosa la fanno tutti, voglio farla anche io

La sapienza dimenticata delle tradizioni popolari

Ma se la FOMO è una condizione mentale in cui spesso si ritrova l’uomo adulto moderno, non vale la stessa regola per i bambini o per l’adulto del secolo scorso che viveva quasi sempre un’immersione totale nel presente. Le tradizioni popolari, i rituali comunitari, i giochi dell’infanzia sono vere e proprie scuole di attenzione.

Nelle piazze, nei cortili, nei campi polverosi dei paesi, i bambini giocavano a nascondino, a campana, a pallone, alle biglie. Giochi poveri di oggetti ma ricchissimi di tempo. Non c’era cronometro, non c’era confronto con altrove, non c’era la paura di perdersi qualcosa: tutto accadeva lì.

Era così forte la concentrazione sul gioco che il tempo si dissolveva. L’ora non esisteva più. La voce della madre che chiamava dalla finestra si faceva lontana, irreale, come se appartenesse ad un altro mondo, tanto da non riuscire nemmeno a sentirla. Quel fenomeno che oggi la psicologia definisce flow era, allora, semplicemente vivere.

Le tradizioni popolari dal lavoro nei campi alle feste di paese, dalle filastrocche ai racconti tramandati oralmente educavano alla presenza. Non c’era l’ossessione dell’evento migliore, ma la partecipazione a ciò che c’era. Ogni gesto aveva un ritmo, ogni stagione un tempo, ogni attesa un senso.

L’infanzia come anticorpo esistenziale

Questo è un punto fondamentale: tutti noi possediamo già gli anticorpi contro la FOMO. Non dobbiamo crearli da zero, dobbiamo solo ricordarli.

Li abbiamo sperimentati da bambini, quando la felicità non dipendeva dallo sguardo degli altri ma dall’intensità dell’esperienza. Quando un pomeriggio poteva durare un’eternità e una pozzanghera diventare un oceano. Quando perdersi in un gioco significava, paradossalmente, trovarsi.

In quest’ottica diventa fondamentale analizzare che i bambini non devono essere privati di tali anticorpi piazzandoli anche loro davanti a degli smartphone solo per farli stare calmi, ma il loro rimanere connessi col presente è fondamentale, anche a costo di qualche capriccio o piagnisteo. Per noi adulti invece, scavare dentro di noi stessi significa tornare a quel sapere corporeo e intuitivo: ricordare cosa vuol dire essere così presenti da dimenticare tutto il resto.

Recuperare il qui e ora

Le tradizioni popolari non insegnavano a “non perdere nulla”, ma ad abitare ciò che c’è. La FOMO ci dice che altrove è sempre meglio; la memoria profonda dell’infanzia ci ricorda che meglio è dove siamo davvero. Recuperare la presenza è un atto di radicamento. Non si tratta di rifiutare il presente tecnologico, ma di non esserne assorbiti completamente. In questa visione possiamo quindi considerare la FOMO non come una condanna irreversibile, ma solo una dimenticanza.

Dentro di noi esiste ancora il bambino che sapeva giocare fino a sparire nel gioco, che non temeva di perdere nulla perché era già dentro tutto. Scavare dentro di sé non significa guardare indietro con nostalgia, ma riconoscere una competenza antica: la capacità di essere pienamente presenti. Ed è forse proprio lì, in quel sapere semplice e popolare, che si nasconde la vera cura.

Oltre la FOMO: il ritorno alla presenza

In risposta alla FOMO, negli ultimi anni si parla di JOMO (Joy Of Missing Out): la gioia di scegliere, di rinunciare consapevolmente, di accettare il limite. Non si tratta di isolamento, ma di libertà.

Accettare di perdere qualcosa significa recuperare ciò che conta davvero: il tempo vissuto, l’attenzione, il silenzio. Come suggeriva ancora Seneca “La vita non è breve se impariamo ad abitarla”.

C’è stato un tempo in cui sparire era normale. Anzi, necessario. Bastava contare fino a dieci, correre a nascondersi e restare lì, immobili, mentre il mondo continuava senza di noi. Si chiamava nascondino. Oggi, invece, sparire è diventato sospetto. Se non rispondi, se non guardi, se non partecipi, sembra che tu stia perdendo qualcosa. Eppure, da bambini, avevamo già imparato il contrario.

FOMO, il peccato capitale dell’offline: come salvarsi

L’arte di scegliere un solo posto

Nel gioco del nascondino c’è una regola non scritta: puoi scegliere un solo nascondiglio. Quando ti infili dietro un cespuglio o sotto una scala, stai rinunciando a tutti gli altri posti possibili. E va bene così. Non c’è ansia per il “posto migliore” che non hai scelto. C’è solo il posto in cui sei.

È una lezione potente: ogni scelta implica una rinuncia, ma la rinuncia non è una perdita, è il prezzo della presenza. Il valore dell’attesa. Mentre sei nascosto, non sai cosa succede agli altri. Non sai chi è stato trovato, chi sta correndo, chi ha quasi vinto. E non puoi controllarlo. L’attesa non è riempita da stimoli, ma da silenzio, respiro, ascolto. Il cuore batte, i secondi si allungano. Sei completamente dentro il momento.

La FOMO nasce proprio dall’incapacità di stare in quell’attesa. Essere invisibili non significa non esistere. Nel gioco, sei invisibile. Nessuno ti vede. Nessuno ti nomina. Eppure, esisti pienamente. Oggi spesso confondiamo visibilità con valore. Se non siamo online, se non siamo aggiornati, se non partecipiamo, sembra che stiamo scomparendo. Forse dovremmo solo ricordarci come si faceva a contare fino a dieci, chiudendo gli occhi, sparendo per un po’. E restare lì, senza paura.

di Veronica Cappellini

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