L’overtourism porta al collasso le città, ecco alcuni esempi aberranti
Nel periodo natalizio le città in trend sui social (ad esempio Napoli), si preparano ad affrontare il più grande sovraccarico di turisti. L’overtourism diventa sempre più un problema che minaccia i cittadini autoctoni, le amministrazioni e soprattutto l’ambiente.
Le immagini hanno fatto rapidamente il giro dei social: un vicolo di Napoli talmente affollato da rendere impossibile camminare. Le persone avanzano a piccoli passi, incastrate una contro l’altra, in una fiumana umana simile a cyborg fuori controllo, mentre i residenti restano intrappolati nelle loro stesse strade. È una scena che ricorda un ingorgo autostradale più che un tipico scorcio della città, eppure è proprio in quel vicolo che si è materializzato un cortocircuito ormai familiare. L’overtourism non è più un concetto estratto da dossier istituzionali, ma un fenomeno che si manifesta nella quotidianità delle città, persino nei loro angoli più autentici.

Quel video, pochi secondi destinati a diventare virali, racconta molto più della semplice curiosità di un momento: è la fotografia di un Paese e di un mondo che fanno fatica a gestire un turismo sempre più massiccio, sempre più incontrollato, e soprattutto sempre più sganciato dal rispetto dei luoghi che attraversa.
L’overtourism: un problema che è anche culturale
Negli ultimi anni si è iniziato a parlare di overtourism per descrivere tutte quelle situazioni in cui il numero di visitatori supera la capacità di un luogo di accoglierli in modo sostenibile. Ma ridurre tutto a una questione di quantità rischia di essere fuorviante. L’overtourism non è solo l’arrivo di “troppi turisti”, bensì la conseguenza di una visione del viaggio diventata rapida, compulsiva, orientata non tanto alla conoscenza quanto alla fruizione immediata di icone da condividere sui social. È un turismo che si concentra sempre negli stessi punti delle città, le svuota di significato e finisce per travolgere la vita quotidiana dei residenti.
L’Italia sotto pressione
Il nostro Paese è uno dei più colpiti da questa trasformazione. Venezia è diventata l’emblema dell’overtourism globale, tanto da introdurre un ticket d’ingresso per chi vuole visitarla in giornata: una misura che ha diviso l’opinione pubblica ma che testimonia una realtà ormai insostenibile. Firenze e Roma vivono una situazione non molto diversa: gli affitti brevi hanno trasformato interi quartieri in dormitori temporanei per turisti, espellendo progressivamente i residenti storici. Napoli, negli ultimi anni, ha visto un’esplosione di popolarità che ha portato benefici economici, certo, ma anche dinamiche difficili da controllare. Le strade dei quartieri più caratteristici sono diventate fiumi ininterrotti di visitatori che spesso rendono complicate le attività quotidiane di chi quei luoghi li vive da sempre.

La trasformazione non riguarda solo le grandi città. I borghi, le Cinque Terre, la Costiera Amalfitana: luoghi un tempo considerati rifugi tranquilli ora vivono la pressione di flussi continui, generati da fotografie “perfette” circolate online e diventate simboli di un immaginario collettivo in cui ogni viaggio deve per forza includere almeno uno scatto virale.
Il risultato è che la vita quotidiana si modifica lentamente ma inesorabilmente. Le botteghe tradizionali chiudono, sostituite da attività pensate unicamente per un consumo rapido e stagionale. I prezzi degli alloggi lievitano. Gli spazi pubblici si riempiono al punto da diventare difficilmente fruibili. La città si trasforma in un luogo espositivo, in cui i residenti non si sentono più abitanti ma comparse di un set turistico.
Un fenomeno globale: da Barcellona a Bali
Il caso Napoli dialoga alla perfezione con quello di molte altre città nel mondo. A Barcellona, ad esempio, le proteste dei residenti sono diventate frequenti: la città vive una tensione continua tra l’enorme flusso turistico e la qualità della vita degli abitanti, messa a dura prova. Amsterdam ha cercato di correre ai ripari vietando la costruzione di nuovi hotel e lanciando campagne rivolte a turisti in cerca di divertimento facile, diventati negli anni un problema quotidiano. A Kyoto, in Giappone, i quartieri tradizionali e i templi storici sono stati travolti da un turismo fotografico così aggressivo da costringere le autorità a introdurre nuove regole per proteggere la privacy dei residenti e la sacralità di determinate aree.
E poi c’è Bali, che da paradiso tropicale si è ritrovata a fare i conti con crisi idriche e un degrado ambientale che mette a rischio la sopravvivenza stessa dell’ecosistema. O l’Islanda, un tempo meta per pochi e oggi vittima di un afflusso incontrollato che ha reso fragilissime molte zone naturali.

In ognuno di questi casi emerge lo stesso conflitto: da un lato la ricchezza prodotta dal turismo, dall’altro un territorio urbano o naturale che non riesce più a reggere il peso di milioni di persone attratte dalle stesse immagini, dagli stessi luoghi iconici, dalla stessa promessa di un’esperienza “autentica” che però, nel processo stesso di essere cercata, finisce per scomparire.
Il prezzo ambientale della popolarità
A soffrire non sono solo le città e i loro abitanti, ma anche gli ecosistemi. Il turismo di massa comporta un consumo enorme di acqua ed energia, spesso concentrato in periodi molto specifici dell’anno. Inquina: lo fanno gli aerei, lo fanno le navi da crociera, lo fanno i mezzi che collegano mete molto battute. Genera rifiuti che i sistemi locali non sono strutturati per smaltire. Erode i suoli, danneggia le coste, altera gli equilibri delle aree protette, che da rifugi naturali diventano attrazioni difficili da gestire.
La crescita del turismo crocieristico rappresenta forse il simbolo più evidente di questo squilibrio: migliaia di persone che sbarcano simultaneamente, consumano risorse in modo concentrato e alterano in poche ore la normalità dei luoghi in cui fanno tappa.
La trasformazione del viaggio nell’era dei social
Se l’overtourism cresce, è anche perché il turismo stesso è cambiato. Il viaggio, da esperienza personale e intima, si è trasformato in una performance pubblica. Non basta andare in un luogo: bisogna dimostrare di esserci stati. I social hanno costruito un immaginario in cui alcuni luoghi ovvero quelli più fotografati, più taggati, più riconoscibili, assumono un valore simbolico che spinge milioni di persone a visitarli, spesso per replicare la stessa immagine vista online.
Non si viaggia più per scoprire, ma per raccontare di aver scoperto. Questo meccanismo crea una pressione continua su pochi hotspot globali, trasformati in mete obbligate per chiunque voglia sentirsi parte di una narrazione condivisa. È la cultura del “posto giusto”, della foto perfetta, della testimonianza immediata. Una cultura che alimenta la cosiddetta FOMO turistica: la paura di non aver visto abbastanza, di essere rimasti indietro rispetto agli altri, di non aver collezionato i luoghi simbolo di un immaginario collettivo.
Così il turista contemporaneo diventa quasi un collezionista di destinazioni, più attento a costruire un archivio visivo di spostamenti che a vivere realmente il luogo in cui si trova. E, paradossalmente, più un luogo diventa popolare online, più la sua stessa popolarità contribuisce a deteriorarlo, cambiando ciò che lo rendeva speciale.
Verso un turismo più consapevole
Di fronte a questo scenario non si tratta di demonizzare il turismo, ma di ripensarlo profondamente. Alcune città stanno cercando di farlo con misure più o meno radicali: limitazioni agli ingressi, controlli sugli affitti brevi, regolamentazioni più severe per proteggere i quartieri storici e distribuire meglio i flussi di visitatori nel corso dell’anno. Sono tentativi a volte controversi, ma che testimoniano una consapevolezza crescente: il turismo non può essere lasciato senza regole, soprattutto quando diventa una minaccia per la vivibilità dei luoghi e per il loro futuro.
Ma una parte fondamentale del cambiamento riguarda anche i viaggiatori stessi. Serve una diversa cultura del viaggio, che privilegi la lentezza, la scoperta genuina, il rispetto dei territori e delle comunità che li abitano. Un turismo che non si limiti a consumare i luoghi ma li incontri davvero.
Ripensare il modo in cui viaggiamo significa restituire respiro ai territori, ma anche ridare profondità al nostro sguardo. Significa scegliere di vedere meno ma vedere meglio, di rallentare, di osservare, di ascoltare. Significa, soprattutto, ricordare che il vero viaggio non si misura in fotografie pubblicate, ma in ciò che resta quando le luci dei social si spengono.


