Francesca Albanese contro l’ipocrisia (del giornalismo)
Francesca Albanese si trova, ancora una volta, a combattere contro l’ipocrisia. Bloccata, di nuovo, nel punto esatto in cui si incrociano potere, narrazione e responsabilità pubblica. L’assalto alla redazione del quotidiano La Stampa e lo stop alle cittadinanze onorarie raccontano molto meno di lei, e molto di più del modo in cui il sistema politico‑mediatico italiano gestisce il dissenso quando mette in discussione il racconto dominante sulla Palestina.
Il “monito” che la stampa non vuole ascoltare
L’irruzione nella sede torinese de La Stampa è un atto violento, che colpisce un presidio simbolico della libertà di informazione. La condanna è stata trasversale, e Francesca Albanese non si è sottratta: ha parlato di necessità di giustizia per quanto accaduto, ha ribadito che la violenza, anche dentro un sistema violento, finisce per rafforzarlo.
Ma è la frase sul “monito per la stampa” ad aver acceso il cortocircuito. Dire ai giornalisti che devono tornare a fare il proprio lavoro, riportando i fatti e provando a contestualizzarli, è stato interpretato da gran parte della classe politica come una colpa ulteriore, quasi un’aggravante morale. Il ministro Luca Ciriani ha bollato quelle parole come sconcertanti, Filippo Sensi ha parlato di orrore, la Fnsi le ha definite pericolose e penose: nel mirino non c’è più solo una relatrice Onu, ma l’idea stessa che si possa criticare l’ecosistema mediatico mentre rivendica, giustamente, protezione dalla violenza.
Il nodo è qui: quando Albanese ricorda che le grandi mobilitazioni per la Palestina hanno trovato spazi limitati o distorti nel racconto mainstream, non sta giustificando l’assalto, sta indicando una frattura. Una democrazia matura dovrebbe saper tenere insieme due verità: che un giornale non si tocca, e che il giornalismo non è intoccabile.
Cittadinanze onorarie come specchio politico
Dopo l’episodio di Torino, la discussione si sposta rapidamente sulle cittadinanze onorarie, trasformate in strumenti di segnalazione politica più che in riconoscimenti simbolici. A Bologna, dove il titolo le è stato conferito, si moltiplicano le richieste di revoca: per alcuni, una città che si richiama alla tradizione antifascista non può onorare chi, a loro avviso, non difende la libertà di stampa. Nei comunicati e nelle dichiarazioni si legge una preoccupazione autentica, ma anche una semplificazione: ridurre l’intera azione di una relatrice Onu per i diritti umani a una frase controversa, estrapolata da un discorso più ampio sul sistema dell’informazione.
A Firenze, la sindaca Sara Funaro decide di fermare in anticipo il percorso verso la cittadinanza onoraria, definendo Albanese una figura divisiva. Il messaggio è chiaro: in una città che si propone come luogo di sintesi e dialogo, non c’è spazio per chi polarizza il confronto sul Medio Oriente, anche se il suo incarico internazionale nasce proprio dall’urgenza di denunciare asimmetrie e violazioni strutturali. È il paradosso di molti contesti europei: si chiede mediazione a chi è chiamato a raccontare conflitti fondati sulla sproporzione di potere, come se la neutralità formale bastasse a garantire giustizia.
Intanto, in altri territori dove Albanese è già cittadina onoraria, come Trani, emergono imbarazzi pubblici, inviti a prendere le distanze, appelli impliciti a una forma di “normalizzazione” del suo linguaggio.
L’ipocrisia come struttura, non come insulto
Nel rispondere agli attacchi, Albanese parla di tentativi di “affossarla”, respinge l’idea dello scivolone, insiste sulla condanna dell’assalto e della violenza in generale. Ma non ritira il cuore del suo discorso: in un sistema già violento, fatto di occupazione, bombardamenti, embargo, disparità giuridiche, anche il modo in cui l’informazione seleziona, gerarchizza e racconta i fatti non è neutro. È in questo senso che la sua accusa di ipocrisia va letta non come invettiva personale contro noi i giornalisti”, ma come critica strutturale a un ecosistema che tende a proteggere se stesso quando viene messo in questione.
La reazione compatta contro di lei, che unisce esponenti di maggioranza e opposizione, ordini professionali e sindacati, restituisce un’immagine precisa: la libertà di stampa è giustamente difesa quando viene attaccata fisicamente, ma fatica a interrogarsi quando il conflitto riguarda i suoi stessi criteri di racconto. Parlare di Genova e delle altre piazze oscurate o ridimensionate non significa “se la sono cercata”, significa chiedere perché alcune forme di dissenso entrano nel perimetro del dicibile e altre restano sullo sfondo.
In questo quadro, le battute di Albanese sul “non esilio come Dante”, dopo il no di Firenze, non sono solo ironia. Sono anche il segnale di una consapevolezza: ogni volta che un’istituzione ritira o nega un riconoscimento in risposta a una critica scomoda, sposta un po’ più in là il confine di ciò che può essere detto sul rapporto tra Occidente, guerra e informazione.


