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Gli Ainu, la popolazione indigena del Giappone

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La discriminazione iniziata con la colonizzazione di Hokkaidō nell’era Meiji ha quasi distrutto la loro cultura, ma gli Ainu resistono e chiedono più diritti.


Gli Ainu sono la più antica popolazione della regione di Hokkaidō, ma in pochi la conoscono. Hanno vissuto nell’isola settentrionale dell’arcipelago giapponese per secoli, finché la loro sopravvivenza culturale è stata messa a dura prova negli ultimi 150 anni.

Le origini della popolazione Ainu sono incerte. Secondo alcuni studi, sarebbero i discendenti dei popoli che abitavano l’Asia settentrionale. In un periodo imprecisato – alcuni suppongono intorno al 1300 – gli Ainu si stabiliscono nell’isola di Hokkaidō e in Sakhalin, in Russia, dove vivono a contatto con la natura. Nutrono una varietà culturale che include una lingua propria (denominata lingua ainu), musica, cerimonie, nella quale la caccia e la pesca sono alcuni degli elementi più tradizionali. Una delle cerimonie più importanti nella cultura Ainu è quella che coinvolge dei cuccioli di orso, che vengono cresciuti come parte della famiglia per due anni e venerati come divinità prima di essere sacrificati in un rituale: il concetto della cerimonia – che comprensibilmente sembrerà inspiegabile a molti che leggono – è quello di “liberare” lo spirito dalla sua forma corporea per “rimandarlo” al regno celeste.

Un altro tratto distintivo della loro cultura è quello dei tatuaggi, inclusi quelli che raffigurano dei sorrisi sul viso. Per gli Ainu, erano percepiti come un simbolo di bellezza, un talismano e uno strumento indispensabile per preparare il loro corpo per la morte.

Nella seconda metà del 1800, con la Restaurazione Meiji, l’equilibrio dell’isola cambia. Il Giappone inizia quella transizione che lo porterà a sfuggire al controllo degli imperi occidentali e in molti abbandonano l’isola centrale dell’arcipelago, diretti a nord. Hokkaidō diventa una colonia, e per la popolazione Ainu inizia un periodo di discriminazione sistematica.

Spostati dalle montagne, verso il centro dell’Isola, gli Ainu vengono sottoposti a un processo di “assimilazione” e registrati come “ex Ainu”. Con il Hokkaido Former Aborigines Protection Act del 1899, la “protezione” degli Ainu passa ufficialmente per una confisca dei loro territori. Non possono più pescare salmone né cacciare nelle loro terre, riporta Kunihiko Yoshida, professoressa di legge all’università di Hokkaidō. Devono adottare nomi e lingua giapponese e abbandonare cultura e tradizioni, incluse quelle a loro più care, come i tatuaggi tradizionali e la cerimonia dell’orso. Negli anni ‘30 alcuni ricercatori saccheggiano delle tombe Ainu, prelevando delle ossa per motivi di studio, senza mai restituirle.

Un gruppo di Ainu nel 1870

Pressati da una opprimente discriminazione che grava sulla comunità ancora oggi, in molti nascondono le loro origini, troppo diverse per la rigida società giapponese. Un sondaggio del 2017 ha registrato in Hokkaidō poco più di 13 mila persone Ainu, molte meno delle stimate. «La società non accettava gli Ainu, e non lo fa neanche ora» commenta Mai Ishihara, un’antropologa dell’Università di Hokkaidō. «Ci sono ancora molte persone che tengono segreta la loro identità Ainu ai loro bambini». Una realtà che la ricercatrice ha vissuto sulla sua pelle, scoprendo solo a 12 anni che la nonna materna apparteneva alla popolazione Ainu.

«I grandi problemi sono la povertà e l’istruzione» commenta Tadashi Kato, direttore esecutivo della Ainu Association of Hokkaido a Japan Times. «Non puoi andare al liceo se sei povero e non hai di che vivere, anche se fai gli esami. Ho visto molti bambini che hanno dovuto rinunciare [agli studi] per la povertà, anche se andavano bene».

Riscoprire le radici di una cultura che è stata così profondamente attaccata non è facile, anche se sono stati fatti alcuni passi avanti nel corso degli ultimi decenni. Nel 2009 il Giappone ha adottato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni, finalmente iniziando a considerare nuove politiche indirizzate alla popolazione Ainu. Dieci anni dopo, Tokyo ha attuato una legge che riconosce la popolazione Ainu come indigena” e quest’anno – con qualche ritardo dovuto alla pandemia da Covid-19 – ha inaugurato un museo nazionale.

«L’obiettivo di questa legge è di creare una società in cui le persone che si identificano come Ainu possano essere fiere delle loro origini senza temere conseguenze o discriminazione» ha detto Kenichi Ochiai, professore associato di diritto costituzionale al Center for Ainu and Indigenous Studies all’Università di Hokkaidō.

Un passo avanti, sì, ma ben lontano dall’obiettivo. Durante le consultazioni, conclusesi nel 2018, i rappresentati Ainu avevano richiesto diritti su terreni di proprietà dello Stato, maggiori fondi per insegnare la cultura e lingua Ainu, e delle scuse da parte del governo. Nessuna di queste è stata tenuta in considerazione. «Gli Ainu non possono ancora pescare il loro salmone e vengono ancora costruite delle dighe che sommergono i luoghi sacri» riferisce Yoshida. «Non c’è autodeterminazione, niente diritti collettivi, né risarcimento. È solo una performance culturale. Il riconoscimento è simbolico, ma non così significativo».

«Io voglio dire al mondo che il Giappone ha un popolo indigeno. Le persone non lo sanno» racconta Ryoko Tahara, attivista Ainu e presidente della Ainu Women’s Association alla BBC. «Voglio che ci rispettiamo tutti l’un l’altro, che ci trattiamo con rispetto e viviamo in pace in questo Paese. E, naturalmente, vorrei che le ossa dei nostri antenati ci fossero restituite. Riportatele alle tombe da dove sono state prese».


 
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Maddalena Tomassini

Maddalena Tomassini

Nerd della comunicazione da sempre, scrivo come giornalista da tre anni. Attenta alle tematiche sociali e dei diritti umani, spendo in penne più di quanto dovrei.

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