Legge anti-LGBTQ+ in Turchia: identità sotto attacco
Recep Tayyip Erdoğan oltrepassa già da tempo un confine invalicabile dei diritti umani, ma con la nuova proposta di legge anti-LGBTQ+ la Turchia sembra pronta a varcare una soglia ancora più pericolosa: quella in cui l’identità diventa reato.
La proposta di legge anti-LGBTQ+
Nella bozza di legge presentata a febbraio 2025, il governo turco propone di limitare l’accesso alla transizione di genere con requisiti medici e burocratici quasi impossibili da soddisfare, fino all’obbligo di sterilità.
Allo stesso tempo, intende criminalizzare qualsiasi espressione considerata “contraria al sesso biologico” e prevedere il carcere per chi celebra o partecipa a un’unione simbolica tra persone dello stesso sesso. Tutto questo viene mascherato da una presunta difesa dei valori morali e della famiglia tradizionale, ma dietro la retorica rassicurante si cela una profonda repressione.
Retorica del nemico e controllo morale
Erdoğan, con la consueta teatralità dei leader autoritari, parla di “piaga LGBT”, di giovani da salvare dalla “perversione”, di una società da purificare. Il valore della famiglia diventa uno scudo politico per difendere un sistema conservatore, bigotto, capitalista e patriarcale. Ogni deviazione dai modelli di genere e ruolo stabiliti secoli fa viene trasformata in peccato o in minaccia.
Il silenzio dell’Europa
Mentre la Turchia si avvicina a un modello di controllo morale che punisce l’identità, l’Europa democratica osserva in silenzio. Un silenzio complice, lo stesso che pesa nel caso di Alessia Tanzi, donna trans italiana umiliata in Egitto.
Alessia Tanzi è stata fermata al Cairo, spogliata, fotografata e derisa dalle autorità egiziane in quanto donna trans. Ha raccontato di aver subito trattamenti degradanti, senza ricevere alcun sostegno istituzionale. Nemmeno dalla premier Giorgia Meloni è arrivata una presa di posizione chiara o un gesto di solidarietà. Questo silenzio pesa più di qualsiasi insulto. Se la difesa della dignità femminile si ferma quando la donna in questione è trans, allora non si tratta di tutelare le donne, ma di un’idea selettiva e conveniente di femminilità.
Un filo rosso da Ankara a Roma
Da Ankara al Cairo, fino a Roma, emerge lo stesso filo rosso: la politica come arma di distruzione civile. Erdoğan la usa apertamente, costruendo consenso attraverso paura e odio. Altri la esercitano tacendo o voltandosi dall’altra parte, lasciando che la discriminazione agisca indisturbata. Chiamarlo “dibattito” è una presa in giro. Non si tratta di uno scontro di culture, ma di un atto di dignità: esserci, esistere, affermare la propria identità. Perché nulla è più forte dell’identità autentica, nemmeno il potere.


