La fiaba e il bisogno umano della narrazione

La fiaba ed il bisogno umano della narrazione

C’era una volta il bisogno di una voce e forse c’è bisogno ancora. Le fiabe non sono solo espedienti per formare durante l’infanzia, ma costruiscono l’adulto di domani.


C’erano una volta le fiabe, e ci sono ancora, o almeno dovrebbero esserci. Mentre siamo immersi in un flusso ininterrotto di parole, immagini, opinioni, raramente accade che ci fermiamo ad ascoltare una voce narrante che dia forma e senso alle cose.

Eppure, dentro ognuno di noi, c’è un bisogno antico e viscerale: sentirsi raccontati, vivere dentro una storia che unisca il caos in un filo di significato. Vogliamo tutti essere parte di una narrazione che dia un senso agli eventi e che possibilmente preveda anche un lieto fine.

La narrazione è ciò che trasforma gli eventi in esperienza, e l’esperienza in identità. Senza una voce narrante, interna o esterna, la vita diventa una sequenza di fatti privi di logica affettiva, e l’essere umano si smarrisce.

La fiaba come nascita della creatività e della coscienza

Le fiabe sono il primo strumento creativo dell’infanzia. Nelle immagini del bosco, del lupo, del viaggio iniziatico, il bambino scopre il linguaggio dei simboli, impara che il mondo è complesso, che esistono ombre e luce, pericolo e salvezza.

Le fiabe educano a immaginare e a distinguere. Bruno Bettelheim, filosofo austriaco, sosteneva che le fiabe forniscono al bambino una grammatica morale: insegnano che il male può essere nominato, riconosciuto e infine superato. Non negano l’oscuro, lo rendono narrabile.

La fiaba ed il bisogno umano della narrazione

È da questa capacità di narrare il male che nasce la coscienza del bene e soprattutto impara a non demonizzare la paura. Le neuroscienze oggi confermano ciò che la psicologia aveva intuito: ascoltare una storia attiva i circuiti cerebrali dell’empatia e della regolazione emotiva.

In altre parole, il bambino che ascolta una fiaba impara a sentire l’altro dentro di sé, a immedesimarsi, a comprendere le conseguenze delle azioni. È la base neurologica della moralità.

La voce che manca

Guardando alcuni fatti di cronaca, violenze insensate, crudeltà gratuite, vite spezzate per un impulso o per noia, si ha l’impressione che chi li compie non abbia mai imparato a immaginare. Si potrebbe ipotizzare che tali soggetti siano stati un tempo bambini ai quali nessun adulto abbia letto una fiaba prima di andare a dormire. Nessuno ha insegnato loro a trasformare la paura in simbolo, la rabbia in racconto, il male in possibilità di riscatto.

Chi non ha mai abitato una storia non conosce la distanza che separa un pensiero da un gesto, una collera da un atto. Non sa che nella fiaba si può vincere senza distruggere, perdersi senza annientare, cadere senza scomparire. È questo il potere formativo delle narrazioni: insegnano il limite e la conseguenza.

Gianni Rodari nel suo Grammatica della fantasia scriveva che “la creatività è una necessità primaria”, e che ogni bambino ha diritto all’immaginazione come ha diritto al pane o all’istruzione. Perché chi non sa immaginare, non sa nemmeno scegliere. E dove l’immaginazione non cresce, cresce l’indifferenza.

Rodari ci ha lasciato anche un monito lucido e profetico: «Tutti gli usi della parola a tutti. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo.» Ed in questo caso, schiavo di sé stesso.

Il cervello narrativo: pensare è raccontare

Le neuroscienze cognitive descrivono il cervello come una macchina narrativa: un organo che elabora il mondo in forma di storia. Quando ascoltiamo un racconto, il nostro cervello si sincronizza con quello di chi parla, un fenomeno chiamato “neural coupling”, creando un ponte tra due menti.

La fiaba ed il bisogno umano della narrazione

È un atto di connessione profonda, ma anche di costruzione di senso.

Raccontare fiabe per restare vivi

Abbiamo bisogno di fiabe non per addolcire la realtà, ma per abitarla creativamente. Ogni volta che raccontiamo o ascoltiamo, esercitiamo una delle funzioni più vitali del pensiero umano: trasformare il caos in forma.

È un gesto di libertà, di immaginazione, di resistenza alla disumanità, perché là dove nessuno racconta, cresce il silenzio e nel silenzio, il bene e il male diventano indistinti, confusi, intercambiabili.

La narrazione della fiaba, che l’adulto ha potenzialmente sempre sottovalutato come strumento esclusivamente propedeutico alla fase di addormentamento dei bambini, serve piuttosto a svegliare le coscienze.

Tutti abbiamo bisogno di fiabe

Si dovrebbe ricominciare, grandi e piccoli, a leggerle, ascoltarle, viverle. Non per fuggire dalla realtà, ma per imparare di nuovo a trasformarla. Perché nelle fiabe il male non vince mai davvero, e ogni oscurità porta in sé un varco di luce.

Ogni volta che apriamo un libro e ascoltiamo una voce che racconta, il mondo si rimette in moto: il possibile si dilata, il quotidiano si incrina di meraviglia. Gli adulti, più dei bambini, hanno bisogno di ritrovare quel respiro.

Le fiabe non appartengono all’infanzia: appartengono alla parte più viva e curiosa di noi, quella che non smette mai di cercare il senso e la bellezza. Ci insegnano che la fantasia non è evasione, ma un modo per respirare più a fondo dentro la realtà.

E allora raccontiamole ancora ai bambini, agli adulti, a noi stessi. Perché finché c’è qualcuno che racconta, c’è ancora speranza che il mondo, anche quello più buio possa essere riscritto. Perché tutti, adulti e bambini, abbiamo bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile. Perché c’era una volta… E, se vogliamo, ci sarà ancora.

di Veronica Cappellini

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