Guerra in Ucraina, quei 559 bambini senza futuro
Ottocentosessantasette giorni fa i bambini ucraini non conoscevano la guerra. Così come fanno i nostri figli, la mattina si alzavano e facevano cose da bambini: giocavano, andavano a scuola, facevano i capricci per mangiare le verdure.
Ottocentosessantasei giorni fa i bambini ucraini hanno conosciuto la guerra ed è una cosa che non può che cambiarti nel profondo. Non solo perché giocare, andare a scuola e mangiare le verdure è diventato complicato, ma, soprattutto, perché è entrata nel loro mondo una presenza che non fa parte della realtà dei bambini, la morte.
«L’infanzia è il regno in cui nessuno muore» scriveva Edna St. Vincent Millay, in Ucraina quel regno è stato distrutto. Secondo quanto riportato dal portale governativo ucraino «Figli della guerra», il quale ammette l’impossibilità di stimare esattamente il numero di bambini vittime delle ostilità in territorio ucraino, dall’inizio dell’invasione nel febbraio 2022, i bambini uccisi sono stati 559.

Cinquecentocinquantanove bambini hanno dovuto rinunciare al futuro, ma molti altri non riescono a immaginarne uno. Altri 1.450 sono rimasti feriti, 1.961 sono scomparsi, 19.546 sono stati deportati e/o sfollati con la forza. Per ognuno di questi bambini l’infanzia, quel regno in cui nessuno muore, è un flebile ricordo.
Il tempo in cui il mondo era un interrogativo al quale mamma e papà sapevano rispondere è finito, perché ciò che i bambini insieme a tutta la popolazione ucraina stanno subendo da oltre due anni senza intravederne la fine, non trova una risposta, nemmeno nel più saggio degli adulti.
L’infanzia è il regno in cui nessuna domanda dovrebbe trovare l’unica risposta nella crudeltà dell’essere umano, nella sua sete di potere, nell’indifferenza verso il dolore degli innocenti. In Ucraina l’infanzia non esiste più.
Ci sono bambini che combattono mostri non solo nei sogni, ci sono adulti che sono costretti a restare in silenzio per non dover mentire, ci sono esseri umani che hanno smesso di credere nell’umanità prima ancora di imparare a farlo.
Lunedì 7 luglio un attacco missilistico russo ha colpito due ospedali a Kiev, di cui un centro oncologico pediatrico. Un ospedale in cui i bambini stavano già combattendo una guerra è stato raso al suolo, togliendo la vita a due persone, ferendone sessanta, e distruggendo speranza di chi è rimasto.
Nell’evacuazione molti bambini hanno dovuto interrompere trattamenti salva-vita come la dialisi, quelli immuno depressi sono entrati in contatto con troppe persone, rischiando un infezione che li porterebbe alla morte.
Oltre all’ospedale pediatrico, a Kiev, in uno dei più imponenti attacchi degli ultimi mesi, è stato colpita una clinica per la maternità, facendo intravedere un accanimento nei confronti di chi non dovrebbe avere bisogno di difendersi da tanta crudeltà.
I bambini non sanno fare la guerra, in nessuna parte del mondo. Sono gli adulti ad insegnare loro il male, la violenza, la tirannia, l’ingiustizia. I bambini che hanno imparato tutto questo non possono dimenticarlo. Saranno per sempre figli di quel male, di quell’ingiustizia. Diventeranno adulti ingobbiti dalla tirannia con ampie cicatrici pronte a ricordare loro un infanzia distrutta troppo presto e, troppo spesso, mossi dalla rabbia e dal lutto per ciò che gli è stato negato.

I numeri approssimativi che ci raccontano i morti per un male che non li riguarda, ci svelano una storia meschina che finisce con loro, in visi innocenti ancora in grado di sorridere.
I numeri che ci parlano di ferite, di deportazioni, di sparizioni, raccontano un’altra storia, quella di un futuro che, se dovesse arrivare, potrebbe essere ancora più doloroso del loro presente.


