La rivoluzione copernicana della politica economica

La rivoluzione copernicana della politica economica

La decisione della Commissione europea di aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia e altri sei Paesi è il simbolo concreto della fine di una fase economica.


La Commissione europea lo scorso 19 giugno ha aperto la procedura di infrazione, ai sensi dell’articolo 126 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), per deficit eccessivo, per l’anno 2023, nei confronti di Italia, Francia, Belgio, Ungheria, Malta, Polonia e Slovacchia. A questi Stati, in un primo momento, si affiancavano altri Paesi che sono riusciti, però, a seguito di un aggiustamento dell’andamento dei conti pubblici nel corso di quest’anno a schivare la procedura.

Questa decisione chiude definitivamente un ciclo economico emergenziale, nel quale l’applicazione di quanto previsto dall’articolo menzionato in precedenza era “sospesa”; ciclo, questo, evolutosi da una prima fase di contrasto agli effetti economici della pandemia da Covid-19 e successivamente al dispiegarsi delle ripercussioni scatenatesi col conflitto in Ucraina. 

I Paesi in questione, naturalmente, presentano degli squilibri nei conti pubblici che le nuove regole macroeconomiche europee intendono vigilare e, nella fattispecie, un rapporto fra deficit e PIL che, in alcuni casi, ha anche superato abbondantemente il limite del 3% come visibile nella tabella  in basso, riformulata sui dati provenienti dal documento della Commissione circa l’apertura della Procedura di infrazione. 

PaeseRapporto Deficit/pil 2023Rapporto Deficit/pil 2024
Italia7,4%4,3%
Francia5,5%5,3%
Belgio4,4%4,4%
Ungheria6,7%5,4%
Malta4,9%4,3%
Polonia5,1%5,4%
Slovacchia4,9%5,9%

A seguito dell’avvio della Procedura, comincerà quella serrata fase di trattative tra Stati membri, Commissione e Consiglio che porterà alla definizione di una “traiettoria” di rientro per i conti pubblici di quel Paese in un arco temporale che si delinea fra i 3 e i 5 anni secondo le difficoltà presenti. Una prima fase di aggiustamento dovrà però avvenire entro sei mesi dalla definizione della Procedura, con il probabile rischio di una manovra correttiva per il Paese in questione.

Il percorso di aggiustamento, con buona probabilità, non verrà però delineato prima del prossimo autunno. La ragione di ciò è dovuta alle nuove regole del braccio preventivo del Patto di Stabilità e Crescita (PSC), che impone agli Stati membri il cui debito sia superiore al famigerato limite del 60% la messa a punto di un percorso di riduzione dell’1% fino al rientro. Sarà, quindi, altamente probabile che le Istituzioni europee attenderanno la presentazione dei Piani nazionali per richiedere le opportune correzioni ai fini del rientro dal deficit eccessivo.

bandiera unione europa, procedura economica Commissione

Tornando al quadro strettamente nazionale, questo comporterà un costo notevole nella redazione della prossima manovra di bilancio. Una richiesta di correzione del deficit di mezzo punto è altamente plausibile da parte delle Istituzioni europee e questo imporrà al Governo in carica la necessità di rintracciare una decina di miliardi per farvi fronte. A questa somma, bisogna aggiungere quanto necessario per il rinnovo delle misure previste per il 2024 che non hanno una fonte di copertura stabile all’interno del bilancio, fra cui il taglio del cuneo contributivo, il cui peso è di circa 10 miliardi, e la riforma degli scaglioni dell’IRPEF che attualmente grava per circa 4 miliardi. 

A bocce ferme, quindi, il Governo si troverà a dover far fronte a oltre 24 miliardi di euro di spesa da coprire in qualche modo, senza però poter fare deficit. Una condizione, questa, molto simile a quelle godute dai Governi in carica nel periodo precedente alla pandemia da Covid-19, le cui fatiche finanziarie per fare quadrare i conti dello Stato furono notevoli.

Che si sia chiuso un ciclo è confermato, ulteriormente, dal ritorno in auge di tensioni sul mercato del debito sovrano. Questa volta nell’occhio del ciclone non sono finiti i Buoni del Tesoro italiani, ma gli omologhi emessi dalla Banca Centrale Francese. I titoli decennali francese hanno iniziato a perdere qualche colpo dopo aver subito il declassamento da parte di Standard & Poor’s del debito pubblico da “AA-” ad “AA”. 

La decisione del Presidente Macron, dopo le elezioni europee, di sciogliere il Parlamento indicendo nuove elezioni ha ulteriormente innervosito i mercati, provocando l’allargamento del differenziale fra il decennale francese e quello tedesco, avvicinando pericolosamente il primo ai livelli del decennale italiano, notoriamente meno affidabile.

Queste turbolenze, oltre ad essere conseguenza di circostanze contingenti, sono il frutto del cambiamento di rotta della Banca Centrale Europea (BCE). La fine di misure quali il “quantitative easing” e il rapido tramonto del programma “PEPP” stanno provocando un sempre maggiore disimpegno della Banca dal mercato dei titoli sovrani, permettendo la ripresa di quella che alcuni potrebbero definire “naturale prezzatura” ed altri invece “speculazione” sul mercato dei titoli di debito pubblico.

In conclusione, quanto stiamo osservando sono i titoli di coda di una fase di politica economica che difficilmente ritornerà. Si è passati da una fase di politica monetaria a tasso zero e forti emissione di moneta accompagnata da una politica fiscale permissiva con deficit alle stelle, a una fortissima restrizione monetaria e al riaffiorare di termini quali “procedura di infrazione” e “spread” che sembravano ormai desueti. La rivoluzione copernicana della politica economica è servita; speriamo di non dovercene pentire.

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