La guerra dei bambini ucraini

A causa della guerra tra Ucraina e Russia, c’è già chi ha perso troppo: un milione e mezzo di bambini ha perso l’infanzia.


Stiamo ancora cercando di comprendere i reali danni psicologici che i nostri bambini porteranno con sé per tutta la vita a causa della pandemia. 

Li abbiamo abituati a una normalità anormale, a una socialità distanziata, a guardare il mondo come infetto, pericoloso. Li abbiamo convinti che gesti come abbracciare, baciare non fossero un segno di amore ma un’arma di distruzione di massa. Li abbiamo rinchiusi dietro schermi pixelati, come se fossero il miglior rifugio.

Ora pensiamo a quei bambini, quelli della DAD, della mascherina, della paura costante, dell’igienizzante per le mani, e scaraventiamoli nel bel mezzo di una guerra.

In Ucraina, le strade sono di nuovo vuote, ma questa volta uscendo non rischi una multa, ma la vita. Però quella la rischi anche stando a casa. Allora bisogna nascondersi, sotto terra quando possibile. Scantinati, metropolitane e simili sono strapieni di gente. La stessa gente alla quale non dovevano avvicinarsi a più di un metro fino a qualche settimana fa, ora dorme accanto a loro, condivide i loro spazi, il loro cibo, praticamente tutto.

Nello scenario di un inverno molto rigido, queste situazioni aggravano in modo drammatico i rischi di epidemie di poliomielite, di morbillo e del COVID-19, i cui casi sono aumentati del 555% da fine gennaio, su una popolazione vaccinata solo al 37%.

Se ci stiamo ancora chiedendo che ne sarà dei bambini cui il Covid ha rubato parte dell’infanzia, anni essenziali di formazione, è impossibile immaginare gli adulti che diventeranno questi piccoli, che di mostruosità nella vita ne hanno già viste più del necessario.

«BAMBINI» recitava un enorme scritta in cirillico sul terreno circostante il teatro di Mariupol, ma questo non ha fermato le bombe. Un caso, un miracolo, chiamatelo come volete, ha fatto sì che quel giorno non morisse nessuno

Ma cosa vuol dire “sopravvivere” per un bambino?

«L’infanzia non va dalla nascita a una certa età, quell’età in cui il bambino è cresciuto e mette da parte le cose infantili. L’infanzia è il regno in cui nessuno muore», scrisse una volta Edna St. Vincent Millay, e se questo è vero, questi bambini sono ormai degli adulti molto piccoli nelle sembianze.

L’Unicef ha segnalato più di 500 bambini non accompagnati che transitavano dall’Ucraina alla Romania tra il 24 febbraio e il primo marzo, ma il numero è verosimilmente molto più alto. 

Eppure l’orrore non se lo sono lasciati tutti alle spalle. Si parla già di tratte di esseri umani, di cui i bambini sono le prede più allettanti, e viene da chiedersi se c’è un limite alla disumanità.

Sarebbero 900 i bambini e ragazzi ucraini spariti in Ucraina dall’inizio del conflitto. A denunciarne la sparizione sono i genitori. Sono spariti in un bosco, mentre scappavano dal frastuono delle bombe o durante il viaggio per la salvezza oltre confine. Come in tutte le tragedie di questa portata si rischia sempre di perdersi nei numeri. Finiamo col contare talmente tanto dolore che alla fine ci anestetizziamo, finchè non diventa tutto aritmetica. 

500 sono, dunque, i piccoli che hanno attraversato il confine senza i loro genitori, ognuno di loro ha una madre che lo ha partorito, un padre che lo ha amato sin dal primo respiro e che è rimasto a combattere per lui. Tutti hanno delle maestre che amano o odiano, un sogno nel cassetto, una lettera per Babbo Natale ricca di cose che oggi non hanno potuto portare con sé.

900 sono i ragazzi e bambini che i genitori non smetteranno di cercare, mai. Perché se sopravvivere a un figlio è impensabile, continuare con la propria vita senza sapere dove si trovi, se sia vivo o morto, amato o maltrattato, è impossibile.

Gli stessi bambini e ragazzi che hanno vissuto gli ultimi due anni in una gabbia di cristallo, al sicuro dal pericolo che all’improvviso è diventato l’ultimo dei loro problemi.

«Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori», questa massima di De André è l’unica speranza che ci resta: che tutto questo male, li renda uomini migliori.


Immagine in copertina di 350 Vermont

Federica Agrò

Ho due vite parallele e soddisfacenti: in una mi occupo di strategie di marketing e social media management, nell’altra scrivo di diritti umani, attualità, cultura ed ecologia.