Israele, se i custodi della memoria dimenticano
Mentre il conflitto tra Israele e Palestina non dà segni di rallentamento, l’eco dell’accusa di genocidio fatta ad Israele tiene alta l’attenzione internazionale sulle azioni di Netanyahu, il quale sembra dimenticare il ruolo del suo Paese nella memoria storica mondiale.
«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre», diceva Primo Levi poco dopo essere stato liberato dal campo di concentramento di Auschwitz. Non punta il dito sulle motivazioni dell’Olocausto, bensì sulla sua stessa essenza.
Il solo fatto che quell’orrore sia accaduto una volta ci obbliga a tenere alta l’attenzione, perché non accada più. Per questo motivo ogni anno, il 27 gennaio, ripetiamo ai nostri figli, nipoti, pronipoti, che l’orrore è accaduto, è non può, non deve ripetersi.
Inoltre, il 9 Dicembre del 1948 l’ONU ha adottato la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di Genocidio “riconoscendo che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità”.
Per gli oltre 26.000 Palestinesi uccisi, i 63.000 feriti, i milioni di sfollati, per i bambini, le donne, i giornalisti che hanno perso tutto senza aver commesso alcun crimine, per loro, Israele è stato accusato di genocidio dal Sudafrica, con il sostegno dei 57 Paesi Membri dell’Organizzazione dei Paesi Islamici.
Lo scorso 12 Gennaio, un team di avvocati rappresentanti del Sudafrica si è rivolto alla massima Corte delle Nazioni Unite nel tentativo di porre fine all’uccisione di massa di civili a Gaza, accusando Israele di aver compiuto un genocidio contro i palestinesi. Nel presentare il proprio caso, il team legale sudafricano ha dichiarato che Israele ha dimostrato un “modello di condotta genocida” da quando ha lanciato la guerra su larga scala a Gaza.
Non hanno portato immagini di morte di fronte alla Corte, i legali dell’accusa, ma testimonianze di funzionari Israeliani, tra cui la dichiarazione del ministro della difesa, che ha affermato la volontà di un “assedio completo” sul territorio perché si sta combattendo contro «animali umani», e un video in cui soldati israeliani ballano e cantano inneggiando «non ci sono cittadini estranei alla strage».
Il Sudafrica, inoltre, ha sostenuto davanti alla Corte che oltre 6mila bombe avrebbero colpito Gaza nella prima settimana di risposta israeliana agli attacchi guidati da Hamas, incluso l’uso di bombe da 2.000 libbre almeno 200 volte nelle aree meridionali della Striscia che erano state designate come sicure, e nel nord, dove si trovavano i campi profughi.

La sentenza finale sulle accuse di genocidio potrebbe richiedere anni per giungere a una conclusione, ma il Sudafrica ha espressamente richiesto alla Corte di intervenire tempestivamente per proteggere i palestinesi da possibili ulteriori violazioni della Convenzione contro il Genocidio.
Israele si difende dalle accuse puntando il dito contro Hamas, e affermando la mancanza di uno dei presupposti del Genocidio, cioè «l’intenzione specifica di distruggere il popolo palestinese», come se la mancanza di premeditazione rendesse le morti meno gravi, e gli attacchi meno efferati.
Il 26 Gennaio la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso la sua sentenza provvisoria che non ha stabilito una volta per tutte se Tel Aviv sia o meno responsabile di un genocidio contro il popolo palestinese, ma ha sancito l’accettazione del caso, il diritto dei palestinesi di essere protetti dagli atti di genocidio e ha ordinato a Israele di prevenire qualunque atto che possa essere ricondotto a genocidio a Gaza.
In risposta alla sentenza provvisoria, Netanyahu afferma «nessuno ci fermerà, né l’Aja, né l’asse del Male e nessun altro», ignorando lo sguardo preoccupato del resto del mondo che non può restare fermo a guardare né muovere un passo senza pestare una mina antiuomo.
Dopo 114 giorni di incessante conflitto il tempo del silenzio è finito per tutti, arrivano appelli di “cessate il fuoco” da Unione Europea, Gran Bretagna, Cina e Stati Uniti. Con 26.000 morti viene da chiedersi se i custodi della memoria, coloro che hanno vissuto il peggior male mai immaginato nella storia dell’uomo abbiano dimenticato che, come ci ha insegnato Hannah Arendt, «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso» e che, «Il peggior male non è dunque il male radicale, ma è un male senza radici. E proprio perché non ha radici, questo male non conosce limiti».



