Sentenza contro Shell, vittoria degli attivisti

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La Corte distrettuale dell’Aja ha condannato Shell a ridurre le emissioni di gas serra, obbligando per la prima volta un’azienda petrolifera a uniformarsi ai vincoli dell’Accordo di Parigi sul clima. 


Tempi (sempre più) duri per le grandi compagnie del petrolio. Il 26 maggio scorso, la Corte distrettuale dell’Aja ha condannato la multinazionale olandese Royal Dutch Shell per la sua responsabilità per i  cambiamenti climatici, ritenendo la politica di produzione dell’azienda in contrasto con i diritti umani. Il tribunale ha ordinato al colosso petrolifero di ridurre la sua emissione di gas serra, imponendo per la prima volta a un’azienda di uniformarsi ai vincoli previsti dall’Accordo di Parigi sul clima.

La sentenza della Corte dell’Aja è giunta a seguito della causa promossa, nel 2019, dall’ONG Milieudefensie, la filiale olandese di Friends of Earth, e da altre sei organizzazioni ambientaliste (tra cui Greenpeace Paesi Bassi e ActionAid), con il supporto di più di 17mila cittadini olandesi. 

Gli attivisti avevano chiesto alla Corte di accertare la responsabilità di Shell per il suo contributo ai cambiamenti climatici e di imporre la riduzione delle sue emissioni di CO2, in applicazione dell’Accordo di Parigi sul clima del 2015, che prevede di contenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, con l’impegno a non sforare gli 1,5 gradi. Secondo i legali delle organizzazioni ambientaliste, con la produzione di energia da combustibili fossili, il colosso petrolifero viola il suo dovere di dovuta diligenza e i diritti umani degli individui, primo tra tutti il diritto alla vita.

A febbraio, Shell aveva dichiarato in sua difesa di aver già fissato gli obiettivi per diventare un’azienda energetica a zero emissioni nette entro il 2050, con una riduzione progressiva del 20% entro il 2030 e del 45% entro il 2035. La multinazionale aveva così affermato il suo impegno nella riduzione delle emissioni di gas serra, negando di doversi ritenere vincolata, nel perseguimento di questo obiettivo, agli obblighi giuridici scaturenti dall’Accordo di Parigi, i cui unici destinatari sarebbero stati i governi degli Stati.

Il verdetto della Corte dell’Aja ha ritenuto insufficiente il piano climatico presentato da Shell. Pur riconoscendo che la multinazionale olandese «non può risolvere da sola il problema globale dell’inquinamento da Co2», la Corte dell’Aja ha accertato la responsabilità individuale del gigante petrolifero per la violazione del diritto alla vita e alla vita privata, imponendo all’azienda l’obbligo di ridurre le emissioni sotto il proprio controllo e la propria influenza del 45 per cento entro il 2030. 

All’esito del giudizio, Shell ha ribadito i suoi sforzi per ridurre, nel breve e lungo termine, le emissioni nette di gas serra, annunciando l’intenzione di ricorrere in appello.

Le novità rispetto alle precedenti pronunce: perché è una sentenza storica

Non si tratta di soldi. È questa la principale – e rivoluzionaria – novità rispetto alle precedenti pronunce che hanno impegnato i giudici nazionali e internazionali nell’accertamento della responsabilità delle compagnie energetiche e petrolifere per i cambiamenti climatici nel nostro pianeta, e che hanno fino ad ora condannato le aziende a risarcire i danni derivanti da politiche di produzione altamente inquinanti.

La stessa Shell ha subito condanne di questo tipo. Nel febbraio 2021, la Corte d’appello dell’Aja aveva infatti condannato Shell Nigeria, corporate del gruppo olandese, a risarcire gli agricoltori nigeriani che per primi avevano intentato una causa per inquinamento da idrocarburi nei villaggi di Goi, Oruma e Ikot Ada Udo, nella regione del Delta del Niger. 

Ritenendo la compagnia petrolifera responsabile per aver causato un pericoloso cambiamento climatico, la sentenza del 26 maggio è andata ben oltre: per Shell, non si tratterà “soltanto” di risarcire i danni ma di ripensare (e in fretta) la propria politica di produzione, alla luce dei vincoli “green” imposti dall’Accordo di Parigi.

In questo senso, la pronuncia del tribunale olandese si inserisce nel solco tracciato, nel 2019, dalla sentenza Urgenda Foundation contro Paesi Bassi che – accertata la violazione da parte del governo olandese del duty of care imposto dal diritto interno e degli artt. 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) previsti dalla CEDU – aveva ritenuto, per la prima volta, uno Stato responsabile per il cambiamento climatico, obbligandolo ad adottare misure volte a prevenire gli impatti sul clima.

La “storicità” della sentenza – che i gruppi ambientalisti hanno immediatamente evidenziato – risiede allora nell’ampliamento della platea dei “soggetti responsabili” per il cambiamento climatico: non solo gli Stati, ma anche le aziende devono di rispettare gli obblighi di due diligence derivanti dall’Accordo di Parigi e i diritti umani posti a tutela degli individui. Oltre che, naturalmente, nella “forza del precedente”. 

Non è affatto da escludere, infatti, che la condanna di Shell da parte del tribunale dell’Aja possa incentivare azioni legali da parte dei gruppi ambientalisti contro le grandi compagnie energetiche e petrolifere, conducendo a esiti simili in tutto il mondo. Gli attivisti europei e d’oltreoceano, del resto, sono determinati a perseguire le loro battaglie per la giustizia climatica, mettendo sempre più sotto scacco i programmi di investimento delle aziende del gas e del petrolio.

Il ruolo dei cittadini nelle controversie sul clima

Il verdetto della Corte dell’Aja ha senza dubbio confermato il ruolo fondamentale della società civile nella lotta al cambiamento climatico, in quella che è una vera e propria “strategia” volta a mettere sotto pressione gli Stati (e le aziende) perché rispettino gli obblighi assunti in materia ambientale.

Negli ultimi anni, infatti, organizzazioni non governative, fondazioni e associazioni ambientaliste hanno avviato, per conto dei cittadini, cause davanti ai tribunali internazionali e nazionali, contestando agli Stati i danni provocati all’ambiente e la mancata o non sempre efficace attuazione delle politiche ambientali, con la conseguente violazione dei diritti degli individui.

Si tratta dell’applicazione delle cosiddette strategic litigations, cioè di controversie che hanno come obiettivo quello di incentivare – strategicamente appunto – la protezione dei diritti e promuovere l’evoluzione e l’adattamento degli ordinamenti interni, in relazione ai cambiamenti della realtà sociale, senza attendere l’azione del legislatore nazionale o la volontà degli Stati a impegnarsi in maniera vincolante.

A seguito del caso Urgenda, che ha inaugurato in Europa il filone delle climate change litigation (controversie strategiche in materia di cambiamenti climatici), il numero delle azioni legali promosse dai cittadini contro l’inerzia degli Stati in ambito climatico-ambientale è di gran lunga aumentato, in una sorta di (prevedibile) reazione a catena. Cause climatiche sono state promosse in Belgio, Francia, Italia, Svizzera ma anche Canada e Nuova Zelanda. Da ultimo, sei bambini portoghesi, sostenuti dall’ONG Global Legal Action Network (GLAN), hanno promosso una causa, ancora pendente, dinnanzi alla Corte europea dei diritti dell’Uomo contro 33 Stati parti della Convenzione, lamentando la violazione dei loro diritti (tra cui quello alla vita) dal momento che gli Stati avrebbero disatteso gli obblighi assunti al fine di contrastare i cambiamenti climatici.

La condanna di Shell ha aperto adesso la via giudiziaria all’accertamento delle responsabilità e alla protezione dei diritti umani anche nei confronti delle grandi compagnie del gas e petrolio e potrebbe essere destinata ad avere lo stesso eco di Urgenda. Quel che è certo, al momento, è che le aziende non potranno più nascondersi dietro l’inerzia degli Stati e questo rappresenta una vittoria per gli attivisti e i cittadini di tutto il mondo.

Una vittoria che va giustamente celebrata, non dimenticando però che l’attività dei giudici, per quanto fondamentale, non sarà comunque in grado di salvaguardare la vita del pianeta (e i diritti dei suoi abitanti) senza l’adozione di politiche di prevenzione e strategie di adattamento da parte dei governi degli Stati.


Martina Sardo

Racalmutese dal 1994. Dopo la laurea in legge, ho avviato la pratica forense in diritto dell’immigrazione, senza però rinunciare all’altra mia grande passione: il giornalismo.

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