Alla faccia della pace: Trump vuole sostituire l’ONU ma bombarda ovunque
Tra un Consiglio di pace alternativo all’ONU e centinaia di attacchi militari, la presidenza Trump solleva dubbi profondi sulla sua idea di pace globale.
L’idea di un “Consiglio di pace” promosso da Donald Trump per la Striscia di Gaza è partita come un’iniziativa apparentemente circoscritta al “dopoguerra” palestinese, ma nel giro di poche settimane ha assunto contorni molto più ambiziosi e persino inquietanti. Quello che inizialmente sembrava un organismo tecnico di supervisione, guidato da figure autorevoli e da esperti internazionali, si è trasformato in un progetto che ambisce a riscrivere gli equilibri della diplomazia globale.
Gaza, nel frattempo, dove le violenze e i crimini di guerra di Israele non sono affatto terminati, è quasi scomparsa dal discorso, ridotta a un riferimento marginale nel nome ufficiale dell’organismo.
Gli inviti spediti dalla Casa Bianca non sono arrivati a studiosi o mediatori, ma a capi di Stato e di governo, inclusi Paesi direttamente coinvolti in conflitti armati o noti per pratiche autoritarie. La presenza di Israele, Russia, Cina e Bielorussia tra i potenziali membri fondatori ha sollevato interrogativi più che legittimi sulla natura dell’iniziativa. Alcuni leader hanno persino reso pubbliche le lettere ricevute, mostrando come il progetto punti dichiaratamente a qualcosa di più ampio: un nuovo approccio alla “pace globale” che superi, nelle parole di Trump, le istituzioni esistenti e considerate fallimentari.

L’ombra delle Nazioni Unite è onnipresente. Trump non ha nascosto la sua frustrazione verso l’ONU, arrivando a ipotizzare apertamente che il Consiglio di pace possa sostituirla. Le bozze dello statuto trapelate descrivono un organismo fortemente centralizzato, in cui il presidente del Consiglio avrebbe poteri decisionali enormi, dalla selezione degli Stati membri alla definizione dell’agenda. Il principio dell’uguaglianza tra Paesi lascia spazio a un modello in cui il peso politico ed economico diventa determinante, con contributi miliardari capaci di garantire un posto permanente.
Intorno a questo nuovo centro di potere gravitano figure strettamente legate a Trump, dai familiari ai fedelissimi politici, in una struttura che appare più simile a un’estensione della sua amministrazione che a un autentico foro multilaterale. Non sorprende che diversi Paesi europei abbiano preso le distanze, mentre altri, come Russia e Cina, valutano con cautela un’adesione che li priverebbe del potere di veto di cui godono all’interno dell’ONU.
Il contrasto più evidente, però, emerge quando si affianca questa ambizione pacificatrice all’azione militare condotta parallelamente dagli Stati Uniti sotto la presidenza Trump. Mentre il presidente si presenta come un “presidente della pace”, rivendicando la fine di numerosi conflitti, «otto guerre e più», e un ruolo da mediatore globale – ma di cosa parla? – i numeri raccontano una storia molto diversa.
Dall’inizio del suo mandato, gli States hanno condotto o sostenuto centinaia di bombardamenti in diverse aree del mondo, utilizzando droni, missili e aerei da combattimento.

Il Venezuela è diventato uno dei teatri più recenti, con attacchi a infrastrutture portuali giustificati come parte di una guerra al traffico di droga, ma percepiti da Caracas come un tentativo mascherato di destabilizzazione politica. Prima della cattura del presidente Maduro, nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico orientale, decine di imbarcazioni sono state colpite, con un bilancio di vittime civili che ha attirato accuse di violazioni dei diritti umani.
In Africa occidentale, la Nigeria ha visto il primo intervento militare diretto statunitense sul proprio territorio, in un contesto segnato da tensioni religiose e da una narrativa che ha intrecciato sicurezza e politica interna statunitense. In Somalia, la campagna di attacchi aerei ha raggiunto livelli senza precedenti, superando per intensità quelli delle amministrazioni precedenti, mentre continuano a emergere notizie di civili uccisi.
Il Medio Oriente resta un nodo centrale. In Siria, gli attacchi contro postazioni dell’ISIS si sono intensificati, nonostante in passato lo stesso Trump avesse messo in guardia contro un coinvolgimento statunitense. In Iran, il bombardamento di siti nucleari ha segnato uno dei momenti più delicati, portando a una breve ma sanguinosa escalation con Israele e a un cessate il fuoco fragile. Anche nello Yemen, la lunga sequenza di raid contro gli Houthi ha lasciato dietro di sé infrastrutture distrutte e un numero di vittime civili incalcolabile e ancora incerto.
Ma, allora, quanto è credibile un progetto di pace globale guidato da chi, nello stesso tempo, esercita la forza armata su scala planetaria? Il Consiglio di pace di Trump sembra nascere non solo come risposta a conflitti specifici, ma come strumento politico per ridefinire leadership e consenso. Così, tristemente, la pace appare meno come un obiettivo condiviso e più come un marchio personale. Bombardando e minacciando aggressioni militari ovunque.


