Il ciclone Harry non è un mostro, siamo noi: le lezioni ignorate sulle coste
Tra cicloni mediterranei e cattiva pianificazione costiera, il mare smonta il cemento e ci ricorda che la geografia non si negozia.
C’è un’antica lezione che ritorna ogni volta che una tempesta, o un evento catastrofico come il ciclone Harry, colpisce le nostre coste. Costruire sulla roccia significa accettare i limiti del territorio, costruire sulla sabbia significa addirittura ignorarli. Non serve essere climatologi per capirlo, basta osservare ciò che accade quando il mare reclama lo spazio che gli appartiene.
Le mareggiate hanno sempre modellato le coste, ma oggi lo fanno con una frequenza e una violenza amplificate dal riscaldamento globale. Il problema non è l’esistenza delle tempeste, ma l’ostinazione con cui continuiamo a trattare il litorale come se fosse una superficie addomesticabile con il peso del cemento.
La dinamica costiera non è lineare. Le spiagge avanzano e arretrano, i sedimenti vengono portati dai fiumi e poi sottratti dalle onde. L’equilibrio è evidentemente fragile. Per secoli, le comunità lo hanno capito e rispettato (essendo anche molti meno sul Pianeta). A ben vedere, le città costiere storiche sorgono su promontori rocciosi, lontane dalle aree più mobili, mentre gli insediamenti interni guardavano il mare da lontano. Le “marine” sono un’invenzione recente, figlia di un’idea moderna di controllo del territorio. Dove la costa è sabbiosa e viva, sono state piazzate ferrovie, strade, stabilimenti balneari e quartieri.

Impossibile ingorare la progressiva scomparsa della sabbia. I fiumi non alimentano più le spiagge come un tempo, per via di dighe e industrie, mentre i porti e le opere costiere intercettano quel poco che arriva (a volte sono proprio sepolti). Ci ritroviamo dunque una costa sempre più fragile, dove ogni mareggiata diventa un evento “eccezionale” solo perché è divenuta ordinaria la vulnerabilità.
In questo contesto, adattarsi non significa costruire difese sempre più costose. Significa arretrare, smantellare le infrastrutture rigide dove non hanno ragione di stare, ripensare l’uso del suolo e accettare che alcune aree non sono compatibili con edifici permanenti. Se non si interviene volontariamente, sarà il mare a farlo, con tempi e modalità ben meno gentili. D’altronde, lo sappiamo bene, la natura non distrugge per cattiveria, non c’è un mostro, semplicemente non riconosce i nostri errori urbanistici come parte delle sue leggi.

Dentro questa cornice che vanno letti i cicloni mediterranei che negli ultimi decenni hanno colpito il Sud e la Sicilia di cui si sta parlando tanto (chiedendo ormai ripristino e aiuti invece del ponte sullo Stretto). Fenomeni come Harry non sono anomalie isolate, ma l’espressione più evidente di un Mediterraneo sempre più caldo, capace di alimentare vortici simili agli uragani tropicali. Questi sistemi possono sviluppare venti violentissimi, piogge torrenziali e persino tornado. Il Meridione, pur non essendo ai tropici, si trova esposta a queste dinamiche per posizione geografica e caratteristiche marine.
La storia recente è l’ennesima lezione non appresa. Negli anni Novanta cicloni come Celeno e Cornelia hanno lasciato segni profondi, con venti superiori ai 130 chilometri orari e alluvioni diffuse. Nel 2005 il ciclone Zeo ha colpito tra il Canale di Sicilia e il Nord Africa, causando vittime, danni e un’intensa attività tornadica. Più recentemente, Apollo ha mostrato come questi sistemi possano assumere caratteristiche sempre più simili a quelle di una tempesta tropicale, con un impatto esteso su più Paesi del Mediterraneo.
Qualche precisazione per chi parla di “eventi inediti”, in senso assoluto. Già nel Settecento, un violentissimo ciclone devastò Favara, lasciando testimonianze che raccontano distruzioni su larga scala. La differenza, allora come oggi, non è tanto la tempesta quanto ciò che trova sulla sua strada. Quando infrastrutture e abitazioni occupano spazi che appartengono alla naturale evoluzione della costa, ogni ciclone diventa una catastrofe annunciata.
Harry, dunque, non è un’eccezione, ma un promemoria. Il Mediterraneo sta cambiando, e con esso il modo in cui dobbiamo abitare le sue rive. Continuare a ignorarlo significa perseverare in una sfida persa in partenza.


