Trump senza limiti: perché gli Stati Uniti vogliono “conquistare” la Groenlandia?
Risorse, rotte artiche e basi militari: perché la Groenlandia è diventata cruciale per Stati Uniti, NATO, Cina e Russia nel nuovo equilibrio globale.
La Groenlandia, un’isola (la più grande del mondo) coperta perlopiù di ghiaccio e abitata da poco più di 50.000 persone, si è trasformata in uno dei nodi geopolitici più delicati del nostro tempo. Il ritorno di Donald Trump, oggi “pigliatutto” più che mai, ha riacceso un dibattito mai davvero sopito. Si parla da giorni della conquista, in termini strategici e pratici, di questo territorio sospeso tra l’Artico e l’Atlantico. I toni sulla Groeanlandia somigliano ormai agli annunci che si fanno durante una qualunque partita a Risiko, dal compito irrinunciabile di difenderla ai cani da slitta che, ridicolmente, la proteggerebbero da altri pericolosi attori globali.
Quando il presidente statunitense parla della Groenlandia come “fondamentale per la sicurezza nazionale”, non sta mettendo in campo una provocazione estemporanea, ma leggendo una mappa che oggi tutte le grandi potenze osservano con attenzione. Seppur chiunque, da tempo, potrebbe serenamente dare del bugiardo, del pazzo e del megalomane al tycoon, c’è da osservare con lucidità che la mossa sull’isola gigante e gelata segue interessi precisi.

Formalmente la Groenlandia non è uno Stato indipendente. Fa parte del Regno di Danimarca, pur godendo di un’ampia autonomia amministrativa e legislativa. Dal 2009, con l’entrata in vigore del Self-Government Act, il governo locale controlla sempre più ambiti, in particolare la gestione delle risorse naturali. Tuttavia, difesa e politica estera restano competenze danesi, e questo rende l’isola un interlocutore geopolitico anomalo: strategicamente centrale, politicamente incompleta.
A rendere la Groenlandia così ambita è innanzitutto il suo sottosuolo. Terre rare, uranio, nichel, cobalto, grafite e altri minerali fondamentali per la transizione energetica e le tecnologie avanzate sono presenti in quantità rilevanti. In un mondo che cerca di ridurre la dipendenza dalla Cina per queste risorse, l’isola rappresenta una delle poche alternative occidentali ancora poco sfruttate. Ma l’estrazione è complessa, costosa e rischiosa, sia per l’ambiente che per l’equilibrio sociale di un territorio fragile. Ma chi può agire senza scrupoli per risollevare la propria economia mette in secondo piano ogni storiella locale.

C’è poi la questione geografica. Il riscaldamento globale sta cambiando l’Artico più velocemente di altre regioni del pianeta. Le rotte artiche diventano navigabili per periodi sempre più lunghi, trasformando la Groenlandia in una piattaforma naturale per il controllo dei flussi commerciali e militari tra Europa, Nord America e Asia. In questo contesto, la presenza statunitense non è nuova: la base di Pituffik, già Thule, è un nodo cruciale per la sorveglianza missilistica e spaziale della NATO.
Quando Trump parla di “annettere” o “comprare” (questa sembra ormai una previsione anche troppo moderata) la Groenlandia, il linguaggio è volutamente brutale, ma l’obiettivo, lo abbiamo accennato, è sottile. Non si tratta di cambiare bandiera, bensì di evitare che l’isola finisca nella sfera d’influenza di attori percepiti come ostili, in primis Cina e Russia.
Washington punta a esercitare soft power, attraverso investimenti, accordi economici e cooperazione militare, per assicurarsi un vantaggio strategico di lungo periodo. Ma di soft, al momento, non sembra esserci proprio nulla. Il messaggio però è chiarissimo da parte della Casa Bianca: siamo disposti a tutto pur di rendere (anche) la Groenlandia il nostro cortile.
Nel frattempo, la Groenlandia cerca di mantenere margini di autonomia, senza legarsi completamente a nessuno. È il dramma non voluto di un territorio che deve prendere decisioni “da grande potenza” pur non avendone i mezzi economici e politici.


