Il linguaggio come “casa dell’essere”, la funzione della poesia
«Il linguaggio è così linguaggio dell’essere come le nuvole sono le nuvole del cielo». Con questa similitudine, Martin Heidegger introduce, alla fine della sua Lettera sull’«umanismo» una delle sue riflessioni più profonde riguardo al ruolo del linguaggio – anche se le radici di questa si trovano già nel suo capolavoro del 1927, Essere e Tempo.
L’essenza del linguaggio non consiste semplicemente in un’azione pratica e descrittiva di ciò che ci circonda, bensì è ciò che permette all’essere stesso, cioè alla realtà nella sua verità più profonda, di rivelarsi e di farsi conoscere. Non è qualcosa che creiamo dal nulla, ma una dimensione che fa parte di noi e ci raggiunge, una voce – in tedesco stimme – che ci chiama e che, attraverso questo appello, ci coinvolge.
Non è quindi un fenomeno neutro o passivo: è un atto che ci invita a partecipare a questo svelarsi dell’essere, rendendo visibile ciò che altrimenti resterebbe nascosto. Senza linguaggio non potremmo entrare in contatto con la verità delle cose, poiché esso è ciò che permette l’apertura di uno spazio in cui l’essere può mostrarsi, trasformarsi e trasformare anche il nostro modo di comprenderlo.
Non è dunque qualcosa che si aggiunge al mondo, piuttosto è ciò che rende possibile ogni esperienza e conoscenza: un fondamento originario che opera prima ancora che l’uomo inizi a riflettere o a pensare. Sempre all’interno della Lettera sull’umanismo, il filosofo scrive: «Nel pensiero l’essere perviene al linguaggio. Il linguaggio è la casa dell’essere. Nella sua dimora abita l’uomo. I pensatori e i poeti sono custodi di questa dimora».
La forma più autentica del linguaggio è la poesia, in quanto è l’unica capace di aprirsi pienamente all’essere, senza imporre alcuna pretesa o dominio. La sua forza risiede nella capacità di accogliere e lasciare che l’essere si manifesti liberamente, senza ridurlo a concetti.
L’approccio scientifico del linguaggio, infatti, manca di comprendere il fondamento stesso di quest’ultimo: non è un solo un sistema simbolico, bensì il luogo in cui i significati stessi prendono forma. Il linguaggio assume dunque un carattere poetico, nel senso letterale e metaforico. Il termine tedesco usato per “poesia” è dichtung, connessa al verbo dichten, inventare: il linguaggio è novità, è istituzione del nuovo.

Quando Heidegger afferma, riprendendo Hölderlin, poeta tedesco dell’Ottocento, che “l’uomo abita poeticamente”, significa affermare che l’essere umano vive non solo attraverso l’azione utile, bensì attraverso un rapporto interpretativo con il linguaggio, che nella dimensione creativa del componimento poetico permette all’essere di mostrarsi in modo nuovo.
Questo tipo di abitare non è un semplice utilizzo strumentale della lingua, ma è l’aprirsi dell’uomo all’essere attraverso la parola. La poesia rappresenta dunque il massimo grado di questo rapporto, poiché in essa il linguaggio non è asservito a fini pratici, non è esterno all’esistenza umana, bensì ne rivela l’essere nella sua pienezza.
Se per il senso comune l’uomo ha il linguaggio come strumento, per Heidegger l’uomo è nel linguaggio, poiché è in questo che l’essere si manifesta, dando modo all’uomo di rispondere alla sua voce con la parola.
Il verbo usato in tedesco per “rispondere” è antworten, composto da ant-, prefisso traducibile con “contro” o “in risposta a” e worten, derivato da “wort”, parola: rispondere significa dunque dare una parola in risposta ad una parola che la precede.
Per essere in grado di fare ciò, è fondamentale che l’uomo esista come “essere-in-ascolto”, non inteso come ricezione passiva, ma un atto di apertura e riconnessione da parte questo nei confronti del linguaggio nella sua forma più originaria. In tal senso Heidegger afferma «l’uomo è pastore dell’essere»: egli è un messaggero che parla poiché risponde al vero parlante, il linguaggio: «la sede dell’evento dell’essere».
Di Susanna Consiglio


