Il giudizio social nel caso di Martina Carbonaro, vittima colpevole

Il giudizio social nel caso di Martina Carbonaro, vittima colpevole

Una nuova vittima, un nuovo nome, una nuova foto virale dell’ennesimo femminicidio. Uccisa due volte, la seconda dal giudizio dei social.


Martina Carbonaro aveva 24 anni. Viveva ad Afragola, in provincia di Napoli, e sognava – come tante – una vita normale, fatta di lavoro, amore, amici. È stata ritrovata senza vita a fine maggio, in una casa abbandonata. A ucciderla, secondo le indagini, sarebbe stato un uomo con cui aveva avuto una relazione. Da quel momento il suo nome ha smesso di essere il nome di una ragazza, ed è diventato un contenuto virale: foto, video, commenti, giudizi. Un caso di cronaca trasformato in spettacolo. E Martina, già vittima di un atto di violenza irreparabile, è diventata bersaglio di una seconda violenza: quella dell’opinione pubblica. Vittima una seconda volta del giudizio social.

Victim blaming: la colpa di essere nel posto sbagliato

“Ma cosa ci faceva lì?”, “Perché si fidava?”, “Se n’è andata con lui di sua volontà”. Commenti come questi, disseminati sotto ogni post, articolo o video dedicato a Martina, mettono a nudo un meccanismo perverso ma purtroppo diffusissimo: il victim blaming. Letteralmente: dare la colpa alla vittima. È un modo di ragionare che cerca – più o meno consapevolmente – di trovare una responsabilità nella persona che subisce, per rassicurarci che “a noi non potrebbe mai succedere”.

Lo abbiamo già visto con Giulia Cecchettin, quando si metteva in dubbio il fatto che l’ex fidanzato potesse davvero aver dato segnali pericolosi. Lo abbiamo visto con Pamela Mastropietro, quando si giudicavano le sue scelte, le sue fragilità. E lo vediamo oggi con Martina, a cui si nega persino il diritto al silenzio, alla dignità.

Non solo la vittima, ma anche la famiglia sotto l’occhio vigile dei social ad analizzare ogni movimento, ogni interazione: se la madre piange o meno, forse ha sorriso, forse non prova nulla o è troppo sotto shock. Al di là delle speculazioni e atti vili di certi personaggi sul social TikTok, che non si sono fatti scrupoli davanti alla gravità dell’accaduto nell’utilizzare nomi ed immagine dei soggetti lesi, per farsi pubblicità.

Il giudizio social nel caso di Martina Carbonaro, vittima colpevole

I social come tribunali: giuria popolare, ma senza processo

L’infosfera odierna ha cancellato la linea tra opinione e giudizio soprattutto sui social. Ogni persona connessa è un potenziale giurato in un tribunale globale dove non esistono regole procedurali. I social diventano luoghi di condanna o assoluzione istantanea, spesso guidate da pregiudizi, stereotipi, e algoritmi che premiano l’indignazione rapida.

Nel caso di Martina, centinaia di utenti hanno speculato sulla sua vita sentimentale, sulle sue scelte, persino sul suo aspetto. Alcuni hanno accusato la famiglia, altri hanno cercato di costruire teorie su base zero. È il fenomeno del trial by social media: non conta la verità, conta chi urla più forte.

Come ha spiegato la sociologa Chiara Saraceno: «I social non sono solo un luogo di espressione, ma un dispositivo di potere. Chi controlla la narrazione, controlla la realtà percepita.»

Il ruolo dei media: tra diritto di cronaca e pornografia del dolore

I media tradizionali, anziché contenere la deriva social, spesso la alimentano. Alcuni titoli dei primi giorni parlavano di “incontro romantico finito in tragedia”, o “amante misterioso”. Parole che ammiccano, costruiscono tensione narrativa, ma svuotano di senso il fatto più importante: è stata uccisa una giovane donna. Punto.

La rincorsa allo scoop – in un contesto in cui il traffico online è la moneta – porta alla spettacolarizzazione della morte. I profili social delle vittime vengono saccheggiati per immagini, le testimonianze selezionate per creare pathos, e i dettagli intimi diventano oggetti di consumo.

Viene effettuata una vera e propria autopsia della vicenda. 

Il giudizio social è un linguaggio che uccide (di nuovo)

“Era una ragazza fragile”, “frequentava brutte compagnie”, “aveva uno stile di vita discutibile”. Sono espressioni che cercano di spiegare il delitto, quasi lo giustificano. La psicologa Maura Manca, da anni attenta ai casi di cronaca nera giovanile, lo ha detto chiaramente: «Ogni volta che cerchiamo una colpa nella vittima, facciamo un favore al carnefice. Ogni sfumatura linguistica conta: o difendi, o accusi.»

Lo stesso vale per i commenti online che diventano contenuto nei talk show: tagliano, selezionano, citano “quello che la gente dice” come se fosse una fonte legittima. Ma quel che “la gente dice” è spesso solo rumore.

E ora? Una riflessione collettiva

Non basta chiedersi chi e perchè abbiano ucciso Martina, Giulia, Sara, Ilaria. Dovremmo chiederci anche: perché sui social si continua a processare le vittime?

Quando condividiamo un post senza verificare, quando commentiamo “io ho sempre pensato che”, quando usiamo storie di morte per alimentare i nostri profili, siamo davvero così lontani dal male?

La giustizia reale farà il suo corso. Ma nel frattempo, possiamo scegliere da che parte stare: con chi giudica, o con chi ascolta.

Con chi trasforma la cronaca in un reality, o con chi difende la dignità delle vittime, anche e soprattutto dopo il silenzio.

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