Trattamento acque reflue, la Corte di Giustizia UE condanna l’Italia
La Corte di Giustizia ha condannato l’Italia per non essersi conformata alla sentenza del 2014 in materia di trattamento delle acque reflue.
Lo scorso 27 marzo, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha condannato l’Italia al pagamento di somma forfettaria di 10 milioni di euro, nonché di una penalità di 13.687.500 di euro per ciascun semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 10 aprile 2014. In tale pronuncia, la CGUE aveva riconosciuto la violazione della Direttiva 91/271/CEE relativa al trattamento delle acque reflue urbane.
La vicenda pregressa sulla violazione della Direttiva sul trattamento delle acque reflue
La sentenza emessa dalla CGUE il 27 marzo 2025 (C‑515/23) è l’atto finale di una vicenda ormai decennale. Il 21 febbraio 2021, la Commissione europea aveva proposto un ricorso per infrazione nei confronti dell’Italia per violazione degli obblighi derivanti dalla Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane.
Secondo l’esecutivo comunitario, lo Stato membro in esame aveva omesso di adottare le disposizioni necessarie per garantire che alcuni agglomerati (ad es. Melegnano e Mortara) fossero provvisti di adeguate reti fognarie per le acque reflue urbane in base al numero di abitanti. In aggiunta, con riferimento ad altri agglomerati (ad es. Cinisi e Terrasini), l’Italia non aveva predisposto che le acque reflue urbane che confluivano in reti fognarie fossero sottoposte, prima dello scarico, ad un trattamento secondario o ad un trattamento equivalente.
La mancata attuazione della Direttiva aveva, pertanto, condotto la Commissione europea ad agire dinanzi la CGUE. Successivamente, la Corte aveva accertato la violazione delle norme in materia di trattamento delle acque reflue urbane da parte dell’Italia. Ai sensi dell’art. 260, par. 1, TFUE, il Governo italiano era chiamato a conformarsi al contenuto della pronuncia del 10 aprile 2014 (C‑85/13), ponendo rimedio alla violazione.
La disciplina sul trattamento delle acque reflue urbane
Come precisato in precedenza, il trattamento delle acque reflue urbane trova la propria disciplina nella Direttiva 91/271/CEE. Tale quadro normativo ha subito diverse modifiche negli anni, ultima delle quali avvenuta mediante la Direttiva 2013/64/UE del 17 dicembre 2013.
Lo scopo per il quale tali norme sono state adottate riguarda la protezione dell’ambiente dalle ripercussioni negative provocate dagli scarichi di acque reflue, comprese quelle originate da taluni settori industriali. Proprio per tale ragione, la Direttiva ne regolamenta il trattamento e la raccolta, imponendo agli Stati membri degli obblighi di tutela e di intervento negli agglomerati urbani.
La legislazione cui si fa riferimento ha previsto una tabella di marcia per la realizzazione di tali interventi, in relazione al numero di abitanti. In tale prospettiva, l’art. 3 della Direttiva 91/271/CEE stabilisce che gli Stati membri devono provvedere affinché tutti gli agglomerati siano provvisti di reti fognarie per le acque reflue urbane secondo due date. Da un lato, entro il 31 dicembre 2000 per quelli con un numero di abitanti superiore a 15.000; dall’altro, entro il 31 dicembre 2005 per quelli con numero di abitanti compreso tra 2.000 e 15.000.

La mancata conformità dell’Italia alla sentenza del 2014
Nonostante l’Italia si sia mossa negli anni per ottemperare a quanto previsto nella sentenza del 2014, la Commissione europea ha ritenuto opportuno proporre un nuovo ricorso per infrazione dinanzi alla CGUE il 10 agosto 2023. A parere dell’esecutivo dell’Unione, infatti, lo Stato italiano avrebbe omesso di intervenire su 5 dei 41 agglomerati critici segnalati nel precedente ricorso.
Il mancato trattamento delle acque reflue in tali territori (Castellammare del Golfo, Cinisi, Terrasini, Trappeto e Courmayeur), pertanto, sarebbe stato sufficiente per l’introduzione del nuovo ricorso. La Commissione europea, inoltre, ha sostenuto la propria posizione anche in considerazione della scadenza del termine del 18 luglio 2018, fissato nella lettera di costituzione in mora inviata all’Italia per rimediare alla violazione.
Lo scorso 27 marzo, la CGUE ha ritenuto il ricorso dell’esecutivo comunitario fondato. Nel dettaglio, ha constatato la sussistenza della situazione descritta dalla Commissione europea negli agglomerati considerati, pronunciandosi avverso il Governo italiano. La sentenza di condanna ha previsto precise sanzioni pecuniarie, articolate in due voci. Da un lato, una somma forfettaria di 10 milioni di euro e, dall’altro, una penalità di 13.687.500 di euro per ciascun semestre di ritardo nell’attuazione delle misure necessarie per conformarsi alla sentenza del 10 aprile 2014.
Prospettive economiche generali
La condanna ricevuta dall’Italia a seguito della sentenza della CGUE apre le porte ad un paio di riflessioni. In primo luogo, bisognerebbe inquadrare le sanzioni pecuniarie ricevute dal Governo italiano in un contesto economico più ampio. Nel dettaglio, in un’epoca post-pandemica dove gli impegni finanziari e gli obblighi di bilancio pressano gli Stati membri, ogni singola somma diventa fondamentale.
Tra Patto di Stabilità e Crescita (PSC) e Next Generation EU (NGEU), l’economia italiana – seppur in ripresa – rimane fragile e sensibile. Sebbene le somme statuite dalla CGUE possano sembrare esigue per il bilancio di uno Stato, non bisogna sottovalutarne l’impatto nel contesto generale.
La seconda riflessione attiene alla credibilità politica del Paese, seppur connessa col primo aspetto di natura economica. Com’è noto, negli ultimi anni la protezione dell’ambiente è divenuta una delle priorità centrali dell’agenda politica internazionale e non solo dell’UE. Se si pensa che la Direttiva di cui si è discusso risale al 1991, l’attuale mancata conformità dell’Italia a tale normativa non accende di certo un faro di positività nei confronti del Paese.
Indubbiamente, i Governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni hanno dovuto affrontare sfide economiche non di poco conto. Basti pensare all’epoca più recente, con le crisi finanziarie e la pandemia che hanno compromesso la tenuta economica di molti Stati membri. Dal canto suo, la Commissione europea è tenuta a garantire la corretta applicazione del diritto dell’UE.
Ancora una volta, lo stato di indebitamento e le condizioni economiche di un Paese sembrano essere i criteri guida delle scelte politiche. Ancora una volta, sembrerebbe che la debolezza economica di uno Stato diventi l’androne per la violazione del diritto. Per l’ennesima volta, parrebbe che la combinazione tra difficoltà finanziarie e scelte politiche passate poco virtuose conduca ad uno scontro tra diritto ed economia.


