L’Italia deferita alla Corte di Giustizia in materia di lavoro a tempo determinato

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La Commissione europea ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia per l’uso abusivo di contratti a tempo determinato e condizioni di lavoro discriminatorie.


Lo scorso 3 ottobre, la Commissione europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) per la mancata adozione di norme volte a prevenire la discriminazione in relazione alle condizioni di lavoro e l’utilizzo abusivo di contratti a tempo determinato.

Secondo l’esecutivo comunitario, la legislazione italiana viola la Direttiva 1999/70/CE che vieta la discriminazione a danno dei lavoratori a tempo determinato, obbligando gli Stati membri dell’UE a disporre misure atte a prevenire l’abuso di tali rapporti di lavoro. Nel dettaglio, la Commissione europea ha evidenziato l’errato recepimento da parte del Governo italiano dello strumento normativo sopra menzionato, lasciando delle lacune nell’ordinamento nazionale che incidono sulla parità di trattamento dei docenti scolastici.

La procedura di infrazione contro l’Italia

La decisione del 3 ottobre scorso costituisce l’ultima tappa della corrente procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea contro l’Italia il 25 luglio 2019. Tale procedura è prevista dagli artt. 258-260 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e consente all’Esecutivo comunitario o agli Stati membri di agire nei confronti di un Paese UE che abbia violato uno degli obblighi sullo stesso incombenti in virtù dell’ordinamento europeo.

In tale prospettiva, la Commissione europea ha inviato una lettera di costituzione in mora al Governo italiano nella predetta data, al fine di indicare allo Stato membro interessato la presunta violazione della normativa comunitaria e concedere al medesimo 2 mesi di tempo per presentare le proprie osservazioni.

Ritenendo non sufficienti le ragioni addotte dall’Italia, la Commissione europea ha proceduto all’invio di una lettera di messa in mora complementare il 3 dicembre 2020, rimarcando le ragioni poste a fondamento dell’apertura della procedura di infrazione, che esamineremo in seguito.

Muovendo da quanto previsto dagli artt. 258-259 TFUE, l’esecutivo comunitario ha emesso un parere motivato contro l’Italia in data 19 aprile 2023, cristallizzando la presunta violazione e conferendo al Governo italiano un periodo di 2 mesi per rimediare alle carenze legislative e al non corretto recepimento della Direttiva 1999/70/CE.

Le critiche mosse all’Italia

La decisione di deferire l’Italia alla CGUE poggia sulle criticità evidenziate dalla Commissione europea nelle lettere di costituzione in mora e nel parere motivato. Nello specifico, l’Italia non avrebbe recepito in modo corretto la Direttiva sopra menzionata, con la conseguenza che la relativa legislazione nazionale avrebbe determinato una violazione del diritto dell’UE in materia di lavoro a tempo determinato.

Secondo l’Esecutivo comunitario, la legislazione italiana che disciplina la retribuzione dei docenti a tempo determinato nelle scuole pubbliche non prevede una progressione salariale incrementale basata sui precedenti periodi di servizio. Ciò pone tali lavoratori in una condizione di svantaggio e discriminatoria rispetto a quelli assunti a tempo indeterminato, per i quali siffatta progressione è prevista.

In aggiunta, la violazione imputata all’Italia risulta aggravata dalla mancata adozione di provvedimenti volti a prevenire l’utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato ai danni del personale amministrativo, tecnico e ausiliario nelle scuole pubbliche; uno scenario, questo, di non poco rilievo alla luce dei 250 mila docenti che versano in condizioni di precariato.

L’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato

Con la Direttiva 1999/70/CE, il Consiglio dell’UE ha inteso dare attuazione all’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato concluso il 18 marzo 1999 da alcune organizzazioni intercategoriali a carattere generale, ossia a Confederazione europea dei sindacati (CES), l’Unione delle confederazioni delle industrie della Comunità europea (UNICE) e il Centro europeo dell’impresa a partecipazione pubblica (CEEP).

La relativa Clausola 4 (Principio di non discriminazione) statuisce espressamente quanto segue: «Per quanto riguarda le condizioni di impiego, i lavoratori a tempo determinato non possono essere trattati in modo meno favorevole dei lavoratori a tempo indeterminato comparabili per il solo fatto di avere un contratto o rapporto di lavoro a tempo determinato, a meno che non sussistano ragioni oggettive».

Sebbene nelle scorse settimane il Governo italiano abbia tentato di adeguare l’ordinamento nazionale alla normativa comunitaria attraverso il “Decreto Salva Infrazioni”, la Commissione europea non ha ritenuto sufficienti tali sforzi. Nello specifico, l’aumento del risarcimento sino a 24 mensilità retributive per coloro che hanno almeno tre anni di contratti atipici non è apparso adeguato all’Istituzione dell’UE.

Logica e tappe future

La logica dietro tale critica è chiara: l’obiettivo che garantisce la conformità della legislazione nazionale con il diritto dell’UE è la prevenzione dell’uso abusivo dei contratti a tempo determinato e non la semplice sanzione. In tal senso, la Commissione europea non ha ricavato dal “Decreto Salva Infrazioni” alcun tentativo di riduzione del numero dei precari tramite riforma del metodo di reclutamento dei docenti.

Adesso spetterà alla CGUE pronunciarsi nel merito, accertando l’esistenza o meno della violazione posta in essere dall’Italia. In un’epoca in cui gli Stati membri UE sono vincolati dai Recovery Plan derivanti dal Next Generation EU (NGEU) e dalle nuove regole del Patto di Stabilità e Crescita (PSC), si ripropone il classico bilanciamento tra rispetto del diritto e regole di mercato; tra rigidità dei bilanci e flessibilità responsabile.

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