Patto di Stabilità e Crescita, le prospettive per l’Italia

Lo scorso 30 aprile, il nuovo Patto di Stabilità e Crescita è entrato in vigore. Quali prospettive per la futura programmazione economica del Governo italiano?


Sin dai tempi della sua introduzione nel 1997, il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) è stato definito come uno degli elementi fondamentali costituenti la governance economica dell’Unione Europea (UE). Il relativo quadro normativo ha subito diversi emendamenti nel corso degli anni, sino a giungere alla modifica entrata in vigore lo scorso 30 aprile a seguito di un notevole dibattito e dell’iniziativa legislativa promossa dalla Commissione europea il 9 Novembre del 2022.

Conclusa la pausa estiva, le regole di recente introduzione costituiscono, ad oggi, il principale argomento sul tavolo dei lavori del Governo italiano, fortemente monopolizzato dalle questioni di carattere economico. Si tratta, in realtà, di una prassi corrente ogni anno, in cui l’esecutivo è impegnato a stabilire le modalità di utilizzo delle finanze pubbliche, sotto il vaglio sempre attento della Commissione europea, a partire dal mese di Settembre. 

Il contesto prima del nuovo Patto di Stabilità

Negli ultimi anni, la procedura cui si fa riferimento determinava l’impegno, da parte del Governo italiano, di redigere il Documento di Economia e Finanza (DEF) in primavera. Il DEF risultava utile per la fissazione delle previsioni sull’andamento della finanza pubblica per l’anno in corso e per i due successivi entro il 10 aprile. Lo stesso veniva successivamente sottoposto a revisione in autunno, al fine di integrarlo con le misure che il Governo riteneva necessarie, tenendo in debita considerazione il loro impatto sul Prodotto Interno Lordo (PIL) e sull’indebitamento. 

Tale operazione dava vita alla Nota di Aggiornamento al DEF (NADEF), un elemento essenziale che costituiva la base per la definizione del Documento Programmatico di Bilancio (DPB) che l’esecutivo era tenuto ad inviare alla Commissione europea entro il 15 Ottobre; lavoro, questo, che avrebbe condotto alla redazione finale della Legge di Bilancio nazionale.

E con il nuovo Patto di Stabilità?

Con l’entrata in vigore del nuovo Patto di Stabilità e Crescita, la mappa cronologica sopra descritta ha subito dei mutamenti. In particolare, gli Stati Membri dell’UE saranno chiamati a produrre a livello nazionale un Piano Strutturale di Bilancio (PSB) della durata di 4-5 anni, prorogabile sino a 7. Ovviamente, il PSB potrà essere oggetto di modifiche nel caso in cui si verifichino eventi eccezionali che rendano necessaria una sua revisione in tal senso. In termini di scadenza, i Governi nazionali sono tenuti ad inviare alla Commissione europea il PSB entro il 20 Settembre.

Il PSB presenta un cambio di rotta più rigido e stringente in termini di programmazione economica rispetto alla classica procedura sopra descritta. Nel dettaglio, il DEF, la NADEF e il DPB venivano strutturati seguendo una logica di breve periodo. Questi ultimi riportavano le previsioni sull’andamento del ciclo economico e le conseguenti misure da adottare su base annuale e in prospettiva triennale, anche se attraverso stime meno accurate con riguardo al biennio successivo.

Al contrario, la programmazione economica nazionale che caratterizzerà il PSB è stata concepita secondo un approccio più di dettaglio. Nel dettaglio, riguarderà un arco temporale superiore e per il quale sarà necessario prevedere delle misure più precise e di medio periodo. Tra l’altro, le anzidette misure assumeranno carattere vincolante e dovranno essere rispettate dagli Stati Membri.

Patto di stabilità

Quanto sopra descritto avverrà sotto la costante supervisione della Commissione europea che svolgerà un ruolo fondamentale nella determinazione dell’adeguatezza dei programmi. Chiaramente, i Paesi UE dovranno sempre adempiere all’obbligo di redazione delle leggi di bilancio, con la differenze che queste risulteranno condizionate dal PSB.

In aggiunta, oltre ai classici valori di riferimento del 3% e del 60% relativi rispettivamente al deficit e al debito pubblico, il nuovo Patto di Stabilità e Crescita conferisce rilevanza al tasso di spesa netta primaria nella redazione dei vari programmi nazionali. Si tratta, nel dettaglio, della stima della spesa pubblica avulsa da alcune componenti, come le misure legate alla disoccupazione.

Quali prospettive per l’Italia?

In tale contesto normativo, ci si chiede quale sia la situazione attuale del Governo italiano e le relative prospettiva, alla luce delle nuove disposizioni. Sicuramente, come sostenuto dalla Banca d’Italia, l’esecutivo dovrà cambiare tendenza nella tradizionale gestione poco attenta della politica finanziaria, dimostrandosi in grado di costruire un PSB credibile e stabile in ottica di risanamento dei propri conti pubblici. Non bisogna dimenticare che, secondi i dati dell’Eurostat, l’Italia ha concluso il 2023 con un deficit pari al 7,4% del PIL ed un debito pubblico uguale al 137,3% del PIL.

Tenuto conto, inoltre, della componente della spesa netta primaria, risulterà di fondamentale importanza proprio la scelte delle priorità di spesa, da indirizzare verso le attività produttive in grado di avere un impatto positivo per favorire lo sviluppo del contesto socio-economico del Paese, come affermato dalla stessa Ragioneria Generale dello Stato.

Possedendo un alto deficit e un considerevole debito pubblico, l’Italia sarà tenuta ad affrontare un percorso di aggiustamento della durata di 7 anni, secondo quanto stabilito dalle disposizioni del Patto di Stabilità e Crescita, dovendo garantire un riduzione su base annua dei due valori di riferimento sopra indicati pari rispettivamente allo 0,5% e all’1%.

In conclusione, il Patto di Stabilità e Crescita nella sua odierna formulazione pone un’importante sfida per l’economia non solo italiana, ma anche degli altri Stati Membri. Per il Governo Meloni, l’obiettivo primario sarà quello di rilanciare il Paese, dimostrando credibilità all’interno del panorama comunitario; impresa, questa, di certo non di facile realizzazione, visti gli effetti ancora evidenti che la crisi pandemica ha riversato sull’Italia sotto il profilo economico-sociale.

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