“Tu si ‘na cosa grande” di Gaetano Pesce è il segreto di Pulcinella
Tu si ‘na cosa grande è l’opera dell’artista e designer Gaetano Pesce che si erge in piazza Municipio. Si tratta di un omaggio alla città di Napoli che è stato accolta con non poca ilarità. Scopriamo cosa c’è davvero dietro questa figura retorica per nulla banale.
L’opera Tu si ‘na cosa grande possiamo definirla l’eredità artistica di Gaetano Pesce, venuto a mancare ad aprile scorso. L’opera prende il posto della Venere degli stracci di Michelangelo Pistoletto, anch’essa recentemente messa al centro dei riflettori dopo essere stata data alle fiamme e sostituita.
La scultura fa parte del progetto Napoli Contemporanea il progetto d’arte diffuso, promosso dall’amministrazione comunale per riqualificare la città, che ospita per le piazze e le strade della città opere di grandi artisti internazionali. Tu si ‘na cosa grande rappresenta un omaggio alla città partenopea, e il grande amore che l’artista ha provato per la città e i suoi abitanti, l’opera richiama gli abiti di Pulcinella ed è inoltre completata da un altra struttura posta di fronte che rappresenta due cuori trafitti da una freccia.
Gaetano Pesce, un nome importante nel mondo del design
L’opera ad una prima occhiata può sembrare banale e didascalica ma per stabilire un giudizio su un’opera contemporanea è fondamentale basarsi sulle conoscenze dell’artista. Chi era Gaetano Pesce?
Conosciuto maggiormente nel mondo del design, inizia la sua carriera nei primi anni Sessanta. Durante gli anni universitari ha fatto parte del Gruppo N, un collettivo che si occupava di arte programmata sul modello del Bauhaus. Dal 1962 ha intrapreso la carriera di designer, iniziando la sua collaborazione con l’azienda C&B (oggi B&B Italia).
Colorato e ‘biomorfo’, il suo stile raccoglie l’eredità della cultura pop e delle nuove tendenze in campo progettuale: non più solo funzionali, oggetti e architetture sono ora liberati dalla rigidità formale. Frutto della sua prima collaborazione con la società B&B Italia è la Serie UP, una serie di sette modelli di poltrone in schiuma poliuretanica divenute fin da subito delle icone di design industriale Made in Italy. La più celebre della serie è il modello UP-5, ispirato alle forme sinuose delle statuette votive delle dee della fertilità. La scelta di questo riferimento non è casuale, ma si tratta di un vero e proprio manifesto a sostegno della parità di genere, in una società che ancora relega la donna a ruoli di secondo piano.

Negli anni ‘70 prende parte alla mostra Italy, The New Domestic Landscape presso il Museum of Modern Art di New York, trasferendosi di fatto lì negli anni ‘80 creando la società Fish Design. Nel 1996, il Centre Pompidou di Parigi gli ha dedicato una grande mostra retrospettiva. Oggi le sue opere sono esposte in alcuni dei più importanti musei del mondo.
Gaetano Pesce come sua ultima opera ha scelto Pulcinella come simbolo di grande forza di un popolo, dunque un omaggio molto potente come la sua forma.
Scegliere Pulcinella
Pulcinella è una maschera napoletana della commedia dell’arte, e fin qui nulla di nuovo. La maschera di Pulcinella, come la conosciamo oggi, è stata inventata ad Acerra dall’attore capuano Silvio Fiorillo nei primi decenni del Seicento. Pulcinella è protagonista in alcune opere pittoriche di Giambattista Tiepolo e di Giandomenico Tiepolo. In particolare Giandomenico, figlio del primo, si cimentò ripetutamente nella rappresentazione di questo personaggio.
La scelta di rappresentare ripetutamente un personaggio così stravagante, ambiguo e beffardo della commedia dell’arte, trovava infatti la sua motivazione nel fatto che rappresentava appieno quel momento storico di crisi in cui vessava la società europea alla fine dell’ancien régime e l’attesa di quel cambiamento che andava preannunciadosi con l’avvento della Rivoluzione Francese: Pulcinella infatti, irridente sbeffeggiatore dei potenti, guarda sempre con ironia e scetticismo ai mutamenti del mondo, smascherandone ogni volta la retorica delle sue sorti.
Sembra molto più profonda l’ideologia dietro la scelta di un personaggio che appare ridicolo ma che è segno di grande forza: «Pulcinella incarna soprattutto il popolo napoletano, l’uomo più semplice, quello che nella scala sociale occupa l’ultimo posto l’uomo che pur conscio dei propri problemi riesce sempre a venirne fuori con un sorriso.
La figura di Pulcinella è chiamata a rappresentare l’anima del popolo e i suoi istinti primitivi, appare quasi sempre in contraddizione, tanto da non avere dei tratti fissi: è ricco o povero, si adatta a fare tutti i mestieri oltre al servo fedele eccolo fornaio, oste, contadino, ladro e venditore di intrugli miracolosi, è prepotente o codardo, e talvolta presenta l’uno e l’altro tratto contemporaneamente prendendosi gioco dei potenti.
La qualità che contraddistingue meglio Pulcinella è la sua furbizia, ed è proprio con la sua proverbiale furbizia che egli riesce a trovare la capacità di risolvere i problemi più disparati che gli si parano davanti sempre però in favore dei più deboli a discapito dei potenti.» (Comune di Acerra)

Comprendere l’arte contemporanea
L’opera di Gaetano Pesce Tu si ‘na cosa grande, come si poteva immaginare è stata accolta non molto positivamente dalla popolazione, e sicuramente non è stata letta nella sua profondità, nella sua grammatica particolare che solo gli artisti riescono ad usare, e che solo chi si impegna a conoscere l’artista, riesce poi a leggere in modo scorrevole, come suggerisce Angela Vettese «…l’arte moderna e contemporanea nn si svela al nostro sguardo se non conosciamo nulla o quasi dell’artista».
Nel saggio L’arte contemporanea, tra mercato e nuovi linguaggi, la Vettese porta come esempi alcuni artisti e i loro lavori, come l’ossessione di Nan Goldin per i ritratti fotografici di giovani trasgressivi e borderline, come spiegarseli senza sapere che sua sorella adolescente è morta suicida, che la società artistica newyorkese di quegli anni (‘80) era afflitta dall’ AIDS e che le persone che si era scelte come famiglia erano le persone che lei raffigurava nei suoi lavori: tossicomani, omosessuali, travestiti, donne ossessionate dal cibo o dal sesso.
Cita anche l’artista Carsten Höller, che nelle sue esposizioni ci accoglie spesso con piante odorose, giostre inquietanti, insetti liberi nello spazio espositivo, luci psichedeliche. Il tutto può sembrarci estraniante se non mettiamo in conto che l’artista belga ha una laurea in agronomia, una tesi specialistica sulla comunicazione olfattiva degli insetti, un dottorato in fitopatologia ed è stato per anni ricercatore di entomologia. Come non potremmo mai capire perché l’artista Mona Hatoum abbia realizzato un mappamondo di biglie dove i confini risultano scivolosi sfuggenti, se ignoriamo il fatto che lei è nata in Libano da genitori palestinesi, e che la sua vita è trascorsa a Londra perché non aveva il permesso di tornare a Beirut.
L’arte contemporanea ha un linguaggio tutto suo, spesso molto specifico, diverso anche in relazione tra i loro attori (Cattelan non comunica come Goldin ad esempio), ma il comune denominatore è la ricerca, lo studio dietro un significato che può sembrare banale ad un primo sguardo ma che inseguendone i tratti del pensiero dell’artista, è possibile entrare in sintonia con esso e comprenderne il messaggio implicito. Gaetano Pesce riconosce nella nostra epoca una fase che guarda verso grandi cambiamenti (equilibri mondiali, crisi climatica) e riconosce la grande forza di un popolo che nonostante il momento di grande crisi, riesce sempre a trovare il modo di restare in piedi, di parlare del problema anche con umorismo, come forma di superstizione.
Ma non solo pregi: rimango nella convinzione che la prima impressione, la prima lettura dell’opera che avrebbe fatto la gente, l’artista l’abbia prevista e in qualche modo pilotata. Grande opera, grande significato, grande rappresentazione, grande simbologia, grande discussione, grande diffusione. Chi non conosce adesso quest’opera di Gaetano Pesce?


