Poliomelite a Gaza, il prezzo lo pagano sempre i bambini
A distanza di 313 giorni dall’inizio della guerra, il 16 agosto scorso è stato ufficializzato da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il primo caso di Poliomielite a Gaza. Il prezzo più caro lo pagano i bambini.
Chi trova scampo alla guerra deve ora fare i conti con le situazioni igienico-sanitarie tanto precarie da riportare alla luce un virus che pareva ormai debellato.
Dall’inizio del conflitto, per sottrarsi agli attacchi Israeliani, 2 milioni di sfollati Palestinesi sono costretti a vivere in alloggi di fortuna o campi profughi in cui non c’è accesso all’acqua potabile né le condizioni igieniche minime per gestire lo smaltimento dei rifiuti organici o delle acque reflue.

Come riportato dall’Istituto Superiore di Sanità «Il contagio avviene per via oro-fecale, attraverso l’ingestione di acqua o cibi contaminati o tramite la saliva e le goccioline emesse con i colpi di tosse e gli starnuti da soggetti ammalati». Al proliferarsi della malattia non esistono cure, l’unica soluzione possibile per evitare o ridurre il contagio è la vaccinazione.
Contraendo il virus, che colpisce a livello di sistema nervoso centrale, i soggetti (prevalentemente bambini) vanno incontro a febbre, debolezza e un progressivo irrigidimento degli arti e del collo che, con l’aggravarsi, può sfociare in paralisi o blocco dell’apparato respiratorio.
Per fronteggiare l’emergenza sanitaria diverse organizzazioni umanitarie tra cui OMS, UNRWA e UNICEF, si sono attivate chiedendo un cessate il fuoco o una tregua umanitaria per permettere una capillare vaccinazione rivolta specialmente ai bambini al di sotto dei dieci anni.

Il 21 agosto la risposta israeliana è stata l’emissione di nuovi ordini di evacuazione nelle aree limitrofe alla città di Deir al-Balahe questo, sommato alle pessime condizioni della rete stradale, alla mancanza generalizzata di carburante e all’incessante tentativo di intralciare gli aiuti umanitari da parte dell’esercito israeliano, ha ritardato l’avvio delle operazioni di vaccinazione da parte del personale sanitario.
Dal primo caso di poliomielite del 16 agosto, domenica 1° settembre – grazie all’accordo stipulato tra ONU e Israele che ha permesso una tregua umanitaria di tre giorni – è stato ufficializzato l’inizio della campagna vaccinale in cui si sono concentrati gli sforzi sanitari.
La vaccinazione è stata rivolta a circa 640.000 bambini sotto i dieci anni. Questa tregua, seppur insignificante rispetto agli ormai undici mesi di guerra, può lasciare una speranza alle centinaia di famiglie che, oltre a vivere l’orrore della guerra, devono anche proteggersi da nemici invisibili.
Non è infatti solo la poliomielite a destare preoccupazioni, la situazione sanitaria è catastrofica tanto che Medici Senza Frontiere dichiara la difficoltà di accesso alle forniture di materiale sanitario essenziale e il collasso degli ospedali da campo. Tra le macerie e i campi profughi oltre al dilagare della poliomielite, vi è anche una rapida diffusione di epatite C, diarrea, varicella e scabbia.
Nonostante gli enormi sforzi delle organizzazioni sanitarie non governative, le difficoltà di approvvigionamento dei presidi medici non permettono di fornire cure adeguate. In assenza di un’interruzione significativa delle operazioni militari israeliane non sarà possibile quantificare o rispondere alle esigenze mediche e umanitarie.
In questo quadro per proteggere e salvaguardare la vita della popolazione palestinese il miglior antidoto rimane sempre la pace.
di Noemi Fiumanò


