Eurozona, dati economici agrodolci

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La scorsa settimana sono stati pubblicati l’Economic Outlook dell’OCSE e l’indice PMI elaborato da S&P Global. Come sta l’economia nell’Eurozona e in Italia?


Lo stato di salute dell’economia del vecchio Continente presenta un quadro frastagliato fatto di luci e ombre, secondo quanto riportato dai dati rilasciati dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e da S&P Global. Analizziamoli con ordine.

Lo scenario presentato dall’Economic Outlook dell’OCSE mostra, a livello globale, una situazione complessa, ma che dovrebbe tendere a un graduale miglioramento. In particolare, la crescita del pianeta dovrebbe essere stabile al 3,1% per quest’anno, come nel 2023, e in crescita al 3,2% per il 2025. Anche l’inflazione dovrebbe continuare la sua graduale discesa al 3,5% nel 2025 per i Paesi membri dell’Organizzazione. 

I fattori di rischio delineati nella pubblicazione riguardano, allo stesso modo di quanto rappresentano in altri documenti già analizzati in precedenza, le minacce globali a livello geopolitico e le tensioni legate ai conflitti globali. Ulteriori rischi possono palesarsi per una politica monetaria che non sia adeguata alle condizioni economiche presenti (al riguardo, l’OCSE raccomanda prudenza nelle decisioni) specialmente perché, sebbene in calo, l’inflazione sembra essere piuttosto “appiccicosa” soprattutto nel settore dei servizi.

Al netto di quanto indicato per l’economia globale, una situazione meno rosea è prevista sia per la zona dell’Euro che per il nostro Paese. Nonostante ciò, il quadro presenta una crescita economica in miglioramento nel corso di questo e del prossimo anno. Le difficoltà potrebbero presentarsi perché l’Eurozona affronterà una fase di transizione nella quale la politica fiscale tornerà a essere restrittiva dopo i lunghi anni di aiuti economici per il contrasto degli effetti del Covid-19, prima, e del conflitto in Ucraina, dopo. 

Il consolidamento fiscale e l’applicazione dei nuovi parametri di bilancio europei verranno mitigati dal consolidamento delle riforme dispiegate attraverso le misure previste dal Next Generation EU (NGEU) e dall’allentamento della politica monetaria che dovrebbe prevedere una serie di tagli di tassi a partire dal secondo semestre di quest’anno. Una politica monetaria meno restrittiva permetterà un aumento degli investimenti e una crescita dei consumi, diversamente da quanto accaduto negli ultimi mesi, nei quali entrambi questi parametri sono rimasti sostanzialmente al palo.

Dalle variazioni di politica monetaria e fiscale, e dall’equilibrio col quale verranno dispiegate, potranno discendere a cascata nuovi rischi o un andamento armonioso che non impatti sulla crescita economica. Oltre i rischi già delineati, ulteriori minacce per l’area sono quelle già individuate per l’economia globale nel suo complesso. Un fattore positivo da sottolineare è la resilienza del mercato del lavoro, che mostra un consolidamento nonostante le difficoltà.

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Quanto visto a livello di Eurozona è valido anche a livello italiano. La crescita nel nostro Paese rimane debole, con una previsione dello 0,7% per quest’anno e dell’1,2% per il prossimo. I problemi maggiori per la nostra economia verranno dalla necessità di riequilibrare la spesa fiscale alla luce delle nuove regole fiscali europee e dal tramontare delle politiche espansive figlie della pandemia. Il documento dell’OCSE sottolinea come sarà necessario un forte consolidamento fiscale nei prossimi anni per riportare sotto controllo i conti pubblici e rimettere il rapporto deficit/pil al di sotto della soglia fatidica del 3%.

Anche nel nostro caso, i fattori favorevoli dovrebbero provenire dalla messa a terra delle riforme previste e finanziate dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e dall’allentamento della politica monetaria. L’inflazione è in forte calo nel nostro Paese, al di sotto della media europea, soprattutto a causa dei consumi immobili dovuti all’erosione dei salari reali. Riportare in linea i conti pubblici nelle condizioni economiche attuali non sarà semplice.

Dati contrastanti sull’Eurozona sono stati pubblicati anche da S&P Global riguardo il Purchasing Managers’ Index (PMI), cioè l’indice che misura l’andamento dell’economia in base agli acquisti effettuati dai manager delle aziende. L’indice composito dell’attività dell’Eurozona presenta un miglioramento (da 50,3 di marzo al 51,4 di aprile) trainato soprattutto dal settore dei servizi (da 51,5 di marzo al 52,9 di aprile) dove, però, si rafforza la tendenza a una crescita dei prezzi sia nell’acquisto delle materie prime che poi in fase di vendita. Ovviamente, questa dinamica ha un effetto non positivo sull’andamento dell’inflazione.

L’andamento dell’indice del settore manifatturiero, già fortemente negativo (un valore sotto 50 indica una contrazione), ha segnato un ulteriore calo passando dal 46,1 di marzo al 45,6 di aprile. Quello che preoccupa fortemente per il settore è il rallentamento, oltre che della produzione, degli ordinativi sintomo che la ripresa non potrà avvenire nel breve periodo. Inoltre, la crescita dei prezzi del settore terziario metterà a dura prova, secondo gli analisti, le decisioni della BCE riguardo un allentamento della politica monetaria.

Il dato rilasciato sull’andamento del settore manifatturiero nazionale presenta un quadro non confortante. Dopo un mese di marzo nel quale, dopo lungo tempo, l’indice aveva superato la soglia dei 50 punti (50,4), il mese di aprile ha segnato un nuovo calo al 47,3 e, quindi, una contrazione. Uno degli aspetti più preoccupanti è la crescita del costo delle materie prime che però, per fortuna, non ha avuto finora effetti sui prezzi dei beni, probabilmente a causa della debolezza della domanda.

L’aspetto rassicurante è che le aziende rimangono positive per il futuro, aspettandosi una crescita del settore e una nuova espansione. A ciò ha contribuito, in parte, anche la diminuzione dei tempi di consegna a causa dell’allentamento della tensione nel Mar Rosso. Questo ottimismo si riflette anche sul piano occupazionale, dove la tendenza è per un rafforzamento del personale anche a tempo pieno.

In conclusione, anche questi dati rilasciati da autorevoli Istituzioni sottolineano come i prossimi due anni siano decisivi per il nostro Continente e per il nostro Paese. I rischi sono notevoli, ma anche le opportunità non sono da meno: la capacità di azione politica del nuovo Parlamento europeo, della nuova Commissione e dei Governi degli Stati membri saranno la chiave per cogliere le opportunità e schivare i rischi. Un fallimento da parte di queste Istituzioni avrebbe un costo sociale e politico notevole.

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