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TWAIL, il diritto internazionale dal punto di vista del “Terzo Mondo”

TWAIL è un progetto ricostruttivo volto a far emergere come colonizzazione e supremazia bianca hanno influenzato il diritto internazionale al fine di rivendicarlo come sistema basato sulla giustizia e non sul potere.


TWAIL è l’acronimo di Third World Approaches to International Law, ed è una rete accademica critica composta da intellettuali, uomini di legge e studiosi (che si definiscono TWAIL-ers) nata alla fine degli anni ‘90 intorno alla Harvard Law School. Accomunati dall’idea che il diritto internazionale sia nato nel Primo Mondo per assoggettare il Terzo Mondo, i TWAIL-ers sottolineano questo concetto nella scelta del termine “Third World”. Infatti, per quanto l’espressione “Terzo Mondo” sia criticata da loro stessi, scelgono di utilizzarla per marcare il distacco tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Seguendo la linea degli accademici, useremo tale termine per enfatizzare il divario esistente ancora oggi tra diversi Paesi.

TWAIL e il sistema giuridico internazionale

La critica più significativa all’aspetto egemonico dell’Occidente si riferisce alla struttura delle Nazioni Unite, in particolare al Consiglio di Sicurezza e i poteri che detiene soprattutto in relazione al sistema giuridico internazionale. Qui, il ruolo della Corte Penale Internazionale e il coinvolgimento del Consiglio di Sicurezza dell’ONU all’interno dei procedimenti giudiziari costituiscono due elementi imprescindibili. 

Dall’istituzione della Corte Penale Internazionale nel 2002 all’Aja, i Paesi più poveri, tra cui un numero elevato di Stati Africani, hanno partecipato attivamente al processo di formazione del sistema giudiziario internazionale. In questo caso, partecipare significava ratificare lo Statuto di Roma, ovvero il trattato istitutivo della Corte. Essendo un tribunale che si fonda sul consenso degli Stati, è ovvio che un maggior numero di Stati aderenti avrebbe esteso il potere della Corte. Tuttavia, Stati Uniti, Russia, Cina e India si opposero all’istituzione della Corte e ancora oggi non ne fanno parte.

Dal momento in cui la Corte ha iniziato i suoi lavori nel 2002, un dato risulta evidente: la maggior parte dei procedimenti giudiziari erano incentrati sul continente africano. Questo ha scatenato la reazione da parte dell’Unione Africana, che considerava l’approccio della Corte neocolonialista.

Questa è una delle rivendicazioni sulla base della quale i TWAIL-ers hanno iniziato a costruire le prerogative del movimento. L’obiettivo divenne indagare sulle circostanze che avevano innescato l’azione della Corte Penale Internazionale e casi invece in cui questa non era stata coinvolta, per smentire o affermare le accuse di essere una corte contro gli africani. 

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Le due generazioni TWAIL

Essendo una rete inclusiva, policentrica e in continua crescita, TWAIL è stato ininterrottamente modellato dalle idee dei nuovi accademici, diventando un miscuglio di vecchi e nuovi impulsi. L’obiettivo comune era quello di intervenire nelle controversie di diritto internazionale, in particolare in Nord America, Europa e Australia. 

In questa panoramica, i TWAIL-ers sono stati distinti dai due massimi esponenti del movimento Antony Anghie e Chimni in due diverse generazioni, riconoscendo però a entrambi i gruppi lo stesso forte impegno morale, ovvero il tentativo di smascherare quei meccanismi che assicurano che le forme di imperialismo e colonialismo esistano ancora oggi e siano legittimate, anche se in forme diverse e, a volte, più difficili da identificare.

Alla prima generazione dei TWAIL-ers sono riconducibili i giudici della Corte Internazionale di Giustizia Alejandro Alvarez e Christopher Weeramanrty. Essi hanno lavorato attivamente con l’obiettivo di rendere il diritto internazionale universale e egualitario. 

Il loro impegno si traduceva nella considerazione di diversi punti di vista durante la risoluzione dei casi, tra cui i costumi e i principi del diritto radicati nelle diverse culture, anche non occidentali. In sostanza, il sistema giurisdizionale non poteva prescindere dalla prospettiva degli Stati in questione.

Secondo la seconda generazione di accademici, la storia del diritto internazionale è circolare e duale. Considerando l’approccio dei TWAIL-ers, l’Occidente tende ad affermare il proprio potere attraverso l’imposizione di requisiti verso i Paesi politicamente più deboli; tuttavia, una volta che quest’ultimi accettano di adattarsi alle loro richieste (che possono essere sotto forma di un trattato, o convenzione) i Paesi Occidentali reiterano tale processo, portando i Paesi in via di sviluppo a subire un perpetuo rapporto di inferiorità. 

I TWAIL-ers enfatizzano la resistenza e la protesta da parte delle popolazioni del “Terzo Mondo”, piuttosto che un processo unilineare di ricezione di norme universali dal centro alla periferia. Essi asseriscono che la crescita del diritto internazionale dovrebbe essere considerata come un processo di coinvolgimento e interazione di diversi valori culturali e politici nell’ambito del rinnovamento delle istituzioni internazionali. 

L’approccio della seconda generazione di TWAIL-ers rispetto alla prima è più critico, cinico e disilluso. Il loro scopo intrinseco è indagare, abbracciare selettivamente e combinare i valori egualitari del “Terzo Mondo” e delle norme legali, etiche e politiche internazionali occidentali.

Il colonialismo come tema centrale 

Anche se nel ventesimo secolo i processi di decolonizzazione hanno portato allo smantellamento di imperi e apparati coloniali nel mondo, essi non hanno cancellato i rapporti di dipendenza e potere che tutt’oggi sussistono nei sistemi legali, politici, economici e linguistici, propri dei paesi in via sviluppo. 

In particolare, l’Europa e gli Stati Uniti hanno esercitato un potere militare, politico ed economico sulle ex-colonie, stabilendo un dominio duraturo. Questo predominio è rivelato dall’eredità culturale, giuridica, linguistica e religiosa che persiste ancora oggi. Come affermava Frantz Fanon avere una lingua significa possedere il mondo espresso e implicito in quella lingua, per questo è facile considerare l’ampia eredità, o influenza, che determina la coscienza delle persone del “Terzo Mondo”. 

La critica principale è che mentre il diritto internazionale prometteva uguaglianza sovrana e autodeterminazione dei popoli, incorporava l’eredità dell’imperialismo. I valori su cui si basa la giurisdizione internazionale incarnano le salvaguardie per gli stati del “Terzo Mondo”, ma riflettono la cultura dei poteri dominanti, l’eredità coloniale e della sottomissione. Ciò emerge dalle regole relative alla governance internazionale, ma anche dall’ampio ambito dei diritti umani e dell’uso della forza. Quello che sostengono gli studiosi del TWAIL è che mancano garanzie di uguaglianza sovrana che colpisce i Paesi non europei.

TWAIL ha dato un contributo importante per produrre coscienze sottorappresentate e alternative rispetto alla dottrina di diritto internazionale, minando l’eurocentrismo culturale che colpisce la modernità. Infatti, gli approcci TWAIL rifiutano i principi del diritto internazionale originati in Occidente e che si irradiano verso la periferia arretrata non europea. 

Gli Stati occidentali sono stati a lungo tormentati dall’autocelebrazione del loro eccezionalismo e dalla pubblica posizione di innocenza. Tuttavia, è stato dimostrato come in pratica violino i precetti più fondamentali della decenza umana, quando la sofferenza avrebbe potuto essere mitigata. In nessun luogo questo era più vero che in Africa e in Medio Oriente.

Al Jazeera

TWAIL è antigerarchico

Un altro aspetto fondamentale della dottrina TWAIL è essere antigerarchici. Le norme del diritto internazionale sono basate sulla supremazia dei bianchi occidentali. Il risultato è l’ovvia domanda del diplomatico, professore e avvocato internazionale Martti Koskenniemi nel suo scritto International law in Europe: Between tradition and renewal, «come può una particolare tradizione parlare a nome dell’umanità?». 

Makau Mutua, uno tra gli accademici più attivi della seconda generazione TWAIL, e Antony Anghie hanno affermato che il diritto internazionale è stato l’arma più importante nella diffusione dell’eurocentrismo, presentato come l’apice della civiltà umana. 

La priorità degli studiosi è l’equivalenza morale delle culture e dei popoli, e non la loro universalizzazione e il conseguente annullamento. Pertanto, gli utenti di TWAIL privilegiano le manovre dialogiche attraverso la cultura per stabilire il contenuto di norme universalmente accettabili. Gli studiosi TWAIL riconoscono la necessità di ammettere l’esistenza di un grado di universalità. Tuttavia, sono sospettosi nel conferire universalità a norme e valori di origine occidentale. 

In conclusione, al centro dell’agenda TWAIL l’obiettivo fondamentale rimane quello di trasformare il diritto internazionale da linguaggio di oppressione a linguaggio di emancipazione, corpo di regole e pratiche che riflettono e incarnano le lotte e le aspirazioni dei popoli del “Terzo Mondo” e che, in tal modo, promuovono una giustizia veramente globale.

La sfida per gli utenti di TWAIL è formare coalizioni con simili movimenti, come strategia, non solo per combattere l’impotenza e la vittimizzazione del “Terzo Mondo”, ma anche per ridurre l’emarginazione delle comunità minoritarie nel mondo intero. Come sosteneva Mutua, il primo passo per chi vuole opporsi a un suprematista è rendersi conto che il dominio è globale. Per combattere questo sistema, è necessario farne parte.

La dottrina TWAIL non è riuscita ad acquisire una forma autoritaria, apparendo anacronistica e priva di chiarezza metodologica. Tuttavia, i suggerimenti che ne derivano dovrebbero essere considerati prioritari nell’evoluzione di un nuovo ordine mondiale economico, che dovrebbe essere sensibile ed equo. Le raccomandazioni più significative includono: la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni internazionali, una maggiore sensibilità ai problemi del “Terzo Mondo”; accettare che le soluzioni applicate ai Paesi occidentali non siano necessariamente le migliori soluzioni per i problemi del “Terzo Mondo”; il coinvolgimento delle culture indigene per massimizzare la portata dei principi internazionali; e, infine, l’interpretazione dei diritti umani tenendo conto delle condizioni dei paesi del “Terzo Mondo”.

di Sofia Bianchi


Redazione

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