Scienza e colonizzazione: quando conoscenza, egemonia e disuguaglianze si intrecciano

Sempre più voci si alzano al fine di “decolonizzare” la scienza. Quali sono le implicazioni e quale la pesante eredità della colonizzazione nel nostro sapere?


Nel dicembre del 1899, il premio Nobel per la Medicina Sir Ronald Ross affermò che «nel prossimo secolo, il successo dell’imperialismo dipenderà in gran parte dal successo con il microscopio». Un’affermazione forte, che rispecchia perfettamente come sperimentazioni e scoperte scientifiche fossero intrinsecamente legate con gli interessi di espansione e mantenimento coloniale dell’Impero Britannico, e non solo. 

La scienza odierna è ancora oggi figlia di quel nesso con la colonizzazione. Ne ha trovato le sue fondamenta, e tutt’oggi è da quel legame che partono numerosi appelli a “decolonizzare la scienza”. Ma cosa si intende con ciò?

Ross e la ricerca sulla malaria

Torniamo brevemente sulla citazione riportata all’inizio dell’articolo: le dichiarazioni di Ross dimostrano anche come la scienza sia stata usata per sostenere che l’imperialismo era moralmente legittimo, poiché dimostrava la “gentilezza” britannica nei confronti dei popoli colonizzati. Uno strumento pratico, ideologico che ha posto le fondamenta sul legame che ancora oggi pervade il mondo della scienza rispetto all’eredità coloniale.

scienza ronald ross
Il medico britannico Ronald Ross (1857 – 1932)

Come disse il suo collega anch’egli premio Nobel Rudyard Kipling, portare il modernismo e l’amministrazione civile nelle colonie era «compito dell’uomo bianco».

Ross era un vero e proprio figlio dell’impero, essendo nato in India e avendo poi prestato servizio nell’esercito imperiale come chirurgo. Quando utilizzò un microscopio per identificare le modalità di trasmissione della malaria si rese conto che la sua scoperta prometteva di salvaguardare la salute delle truppe e degli ufficiali britannici nei tropici. A sua volta, ciò avrebbe permesso alla Gran Bretagna di espandere e consolidare il proprio dominio coloniale.

Lingua, dominio e scienza

Il politico britannico Thomas Macaulay attaccò le lingue indiane, in parte perché prive di un vocabolario scientifico, nella sua famosissima lettera del 1835 “Minute on Indian Education”

Egli affermava che sanscrito e arabo, ad esempio, erano “privi di conoscenze utili” e “davano risultati grotteschi”. Tra le “superstizioni” su cui si basavano le lingue citate, c’erano anche la «falsa storia, la falsa astronomia e la falsa medicina».

Tali opinioni non erano limitate alle autorità coloniali e agli ideologi imperiali, ma erano condivise anche dalla gente comune. Molti membri della comunità scientifica come Sir Francis Galton, un noto scienziato di epoca vittoriana, affermò che «il livello intellettuale medio della razza negra è di circa due gradi inferiore».

Persino Charles Darwin ha lasciato intendere l’esistenza di “razze selvagge” come «il negro o il selvaggio», implicando inoltre che gli australiani erano più strettamente imparentati con i gorilla che con i bianchi caucasici.

Scienza “coloniale” moderna

Anche se gli imperi coloniali sono formalmente spariti da numerosi decenni, ci si chiede ancora oggi quale sia l’impatto di secoli di dominio e sottomissione verso tantissimi Paesi coinvolti nelle invasioni e conquiste nei vari secoli di colonizzazione.

Le ex nazioni imperiali detengono ancora oggi una evidente superiorità rispetto alle ex-colonie in termini di produzione di studi scientifici. Imperi spariti, ma pregiudizi e inferiorità esistono ancora.

Basta guardare i fatti su come viene condotta la ricerca nel mondo per rendersi conto di come persista la gerarchia scientifica del colonialismo: il mondo occidentale pubblica la maggior parte delle classifiche universitarie annuali, che tendono a favorire le proprie istituzioni; Stati Uniti e l’Europa occidentale dominano le riviste accademiche in tutti i campi di studio, e chiunque voglia essere preso sul serio oggi è improbabile che spieghi questa evidenza in termini di intrinseca superiorità intellettuale basata sulla razza.

Il palese razzismo scientifico del XIX secolo è stato ora sostituito dall’idea che l’eccellenza nella scienza e nella tecnologia sia un eufemismo per finanziamenti, infrastrutture e sviluppo economico significativi. Dal momento che il mondo sviluppato ha avuto un tale vantaggio, la maggior parte dell’Asia, dell’Africa e dei Caraibi è vista come costretta a recuperare il ritardo o a fare affidamento sull’aiuto del mondo sviluppato, attraverso collaborazioni “dipendenti” su svariati livelli, o la cooperazione, per far progredire le proprie capacità scientifiche e tecnologiche. 

Alcuni studiosi hanno identificato queste tendenze come prova del persistente “dominio intellettuale occidentale” e le hanno etichettate come una forma di neocolonialismo.

Inoltre, si osserva spesso il fenomeno della “scienza paracadute”: ricercatori ed esperti del Sud del mondo sono spesso costretti a dare spazio, o collaborare in un legame che sa di dipendenza e/o obbligatorietà per ottenere spazio nel campo delle scienze a livello internazionale, con esperti occidentali. Questi ultimi che arrivano in un determinato territorio dove condurre le ricerche, per poi lasciarlo con un record minimo di collaborazione con le expertise locali: un atteggiamento che molti accusano come “detenzione arbitraria della conoscenza”, quella più “importante” o valida.

Come decolonizzare la scienza?

Spesso i ricercatori non sono coscienti dell’impatto che la storia coloniale ha nei loro studi, negli esperimenti che conducono, nella conoscenza tutta. Un primo passo utile sarebbe riconoscere questa “pesante” eredità e il suo impatto presente tutt’oggi. Un ulteriore passo sarebbe quello di impegnarsi affinché le conoscenze indigene e/o ancestrali delle comunità locali e dei territori dove si effettuano le ricerche vengano valorizzate e in alcuni casi prioritizzate (è il caso ad esempio della botanica).

Molti dibattiti riguardano anche la restituzione di reperti o fossili ai Paesi d’origine: una di queste vicende riguarda “Kabwe 1” (chiamato anche cranio di Broken Hill, Uomo di Rhodesia), un campione tenuto nel National History Museum di Londra che molti ricercatori reclamano per il suo ritorno in Zambia.

Infine, uno dei cambiamenti da intraprendere è quello di promuovere spazi inclusivi nei team di ricerca da parte degli esperti e ricercatori locali, remunerati in modo proporzionale al loro ruolo essenziale che spesso ricoprono per la conduzione di studi basati su conoscenze ed expertise proprie di un territorio specifico.

In copertina Gustav Mützel – “Principal types of mankind


Davide Renda

Caporedattore, responsabile "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.