La guerra tra Russia e Ucraina vista dal resto del mondo

Assumendo una prospettiva globale sul conflitto tra Russia e Ucraina emergono tutte le contraddizioni tra la postura internazionale e gli interessi nazionali degli Stati.


Nel dibattito globale sulla guerra tra Russia e Ucraina, ci sono alcuni punti fermi attorno ai quali – al netto di poche voci isolate nei consessi internazionali e nei grandi media – sono tutti d’accordo. Tra gli altri, il fatto che quella messa in atto da Vladimir Putin sia un’aggressione, contraria al diritto internazionale. E che quindi vi siano da un lato un aggressore (la Russia) e dall’altro un aggredito (l’Ucraina). 

Su tutto il resto, che si tratti del contesto storico o delle responsabilità di tutti i soggetti coinvolti in vario modo nel conflitto – ovvero dell’opportunità stessa di farne oggetto di dibattito – l’opinione pubblica e i governi del mondo sono tutt’altro che uniti. Queste divisioni, che in Italia e in altri Paesi occidentali sono attribuite all’influenza di soggetti politici esterni, attraversano non solo gli schieramenti politici tradizionali ma anche il piano geopolitico. 

Per farla breve, basta guardare più attentamente a ciò che accade al di fuori dei confini dell’Europa e degli Stati Uniti per rendersi conto che la narrazione del conflitto in Ucraina e le motivazioni alla base delle scelte politiche nei confronti della Russia riflettono una prospettiva tutt’altro che universale.

È innegabile che alcune di queste decisioni esprimono una maggiore convergenza del fronte europeo e occidentale: basti pensare alle sanzioni finanziarie e commerciali da parte dell’Unione Europea o alla richiesta di adesione alla Nato da parte di Finlandia e Svezia – al netto ovviamente dei veti e dei limiti imposti da alcuni Stati come (rispettivamente) Ungheria e Turchia. 

Altre decisioni, più simboliche ma non per questo prive di importanza, hanno anch’esse incontrato un consenso molto ampio a livello globale. Basti pensare ad esempio alla risoluzione dell’Assemblea delle Nazioni Unite del 2 marzo, in cui la stragrande maggioranza degli Stati membri ha approvato la condanna dell’invasione russa dell’Ucraina.



Tuttavia, proprio a partire dall’esito di quel voto simbolico, è possibile fare una serie di considerazioni ancora attuali. In particolare, emergono due punti: il primo è che al netto dei molti voti favorevoli e dei pochi voti contrari, 35 Stati membri si sono astenuti dalla condanna alla Russia; il secondo è che quelli che in altre sedi hanno messo in atto sanzioni economiche nei suoi confronti sono una minoranza. Osservando dunque le contraddizioni apparenti tra il posizionamento degli Stati a livello sovranazionale e il perseguimento degli interessi nazionali, il conflitto tra Russia e Ucraina assume un aspetto diverso.

Al di là della tradizionale divisione tra nord e sud globale, ripresa da alcune testate internazionali per interpretare le differenze politiche rispetto alla guerra, la chiave di lettura più utile è quella di una divisione tra “occidente” e resto del mondo, ovvero west vs the rest.

Tra gli attori che hanno manifestato una certa ambiguità nei confronti della Russia, il più importante è sicuramente la Cina. Dopo essersi astenuta in occasione del voto del 2 marzo e avere votato contro la sospensione della Russia dal Consiglio per i diritti umani, la Cina continua nella sua opera di equilibrismo geopolitico, restando fedele ai principi di non aggressione in politica internazionale e allo stesso tempo coltivando i rapporti sia con l’Ucraina (che fa parte del progetto della Nuova Via della Seta) sia con la Russia, in termini economici (basti pensare all’allentamento delle restrizioni doganali sulle importazioni di grano) e più ampiamente strategici, come dimostrato dalla firma di un contratto trentennale per la fornitura di gas russo. 

Stando sempre ben attenta a evitare uno scontro diretto con gli Stati Uniti, che nelle ultime settimane hanno messo in chiaro la loro posizione rispetto a Taiwan e la loro reazione rispetto a un’ipotetica operazione militare da parte della Cina in quello che Pechino considera parte del proprio territorio.

Un altro attore degno di nota all’interno di questa narrazione è l’India. Si pensi ad esempio al suo posizionamento rispetto al tema della sicurezza internazionale: sebbene infatti faccia parte del QUAD – l’alleanza quadrilaterale con Stati Uniti, Giappone e Australia – e condivida dunque l’interesse occidentale al contenimento della Cina, l’India rimane il primo importatore a livello mondiale di armi russe. Inoltre, è forte la dipendenza da Mosca sia rispetto al settore agricolo sia rispetto a quello energetico. Non è un caso dunque se il Paese guidato da Narendra Modi si sia astenuto nel voto succitato alle Nazioni Unite o ancora che abbia accettato volentieri l’offerta di petrolio russo a un prezzo calmierato.

Altri due attori da tenere in considerazione sono il Brasile e il Sudafrica. Il gigante sudamericano, al netto della condanna dell’invasione russa in Ucraina, ha criticato “l’uso indiscriminato delle sanzioni” – e, detto per inciso, non sembra intenzionato a rinunciare all’importazione di fertilizzanti russi, che costituiscono il 23% del totale dei fertilizzanti importati. Il Sudafrica di Cyril Ramaphosa, pur avendo condannato l’uso della forza da parte della Russia, ha puntato il dito contro l’espansione della NATO nell’Europa dell’est.

Ciò che emerge da questa prima analisi è anzitutto che il fronte dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) è compatto. Ma non è tutto. L’ambiguità nei confronti della Russia riguarda infatti altri Paesi e in certi casi intere regioni del mondo.

Basti pensare all’America Latina dove, accanto al già citato Brasile, in tanti sono contrari a imporre sanzioni alla Russia: Bolivia, Cile, Colombia, Cuba, Guatemala, Messico, Nicaragua, Venezuela. A pesare è sia l’approccio tradizionalmente non-interventista e multilaterale nella politica internazionale sia l’opposizione all’egemonia statunitense. 

Neanche in Africa sono molti i Paesi che condividono l’approccio occidentale al conflitto tra Russia e Ucraina. Al netto di quelli schierati con la Russia come l’Eritrea – tra i pochissimi a non avere condannato l’invasione in sede ONU –  in molti si sono astenuti, oltre al già citato Sudafrica: Algeria, Angola, Burundi, Congo, Madagascar, Mali, Mozambico, Namibia, Repubblica Centrafricana, Senegal, Sudan, Sudan del Sud, Uganda, Tanzania, Zimbabwe. 

In alcuni (e in altri) Paesi africani, l’influenza della Russia è palpabile sia sui social network sia soprattutto in termini militari attraverso il gruppo Wagner. Diverso è invece il caso dell’Egitto, in cui a contare sono considerazioni direttamente economiche: l’Egitto è il primo importatore di grano al mondo e l’85% di queste importazioni arriva da Russia e Ucraina.  

A completare il quadro, accanto ai Paesi nell’orbita russa come la Bielorussia e gli Stati dell’Asia Centrale, c’è il Medio Oriente. Qui, accanto alla Turchia – che gioca sia sul tavolo della NATO con il veto all’adesione di Finlandia e Svezia sia su quello della mediazione tra Russia e Ucraina – c’è anzitutto l’Arabia Saudita di Mohammed Bin Salman, che da un lato ha rafforzato la cooperazione con la Russia tramite l’acquisto di armi e dall’altro sembra intenzionata a far pesare agli Stati Uniti le accuse relative al rispetto dei diritti umani e al caso Khashoggi. Per questo è difficile prevedere l’esito degli sforzi diplomatici degli Stati Uniti nelle prossime settimane.

La Russia inoltre ha coltivato negli ultimi anni rapporti trasversali con diversi attori nell’area, in particolare con quelli impegnati in conflitti armati: Israele, Iran, Emirati Arabi Uniti, per non parlare della Siria in cui la Russia è intervenuta militarmente, sponsorizzando il governo di Bashar al-Assad. Neanche a dirlo, nessuno di questi è intenzionato a imporre sanzioni a Mosca.

La sintesi da trarre da questa breve analisi è evidente: la visione del mondo di questo o quel Paese dipende in larga misura da dove si trova, quali sono i suoi interessi e quanti di questi interessi può ragionevolmente sacrificare. Indipendentemente dal giudizio di ciascuno rispetto a ciò che sta accadendo in Ucraina, il dato inequivocabile è che fuori dai confini dell’Europa, degli Stati Uniti e degli stati alleati, Vladimir Putin è tutt’altro che isolato. Limitarsi a dipingere i Paesi che non seguono l’esempio dell’Occidente come filo-Putin significa ignorare questo contesto più ampio.


Francesco Puleo

Caporedattore. Scrivo da sempre, per mettere in ordine le idee e capire da che parte stare.