Giornata dell’Europa, oltre la Dichiarazione Schuman

72 anni di integrazione europea: accogliere l’eredità della Dichiarazione Schuman significa costruire un’Europa che vada oltre quel progetto di cooperazione.


Il 9 maggio si celebra la Giornata dell’Europa, con l’intento di rinnovare lo spirito posto alla base del progetto comunitario, che proprio in questa data ha convenzionalmente preso avvio, a partire dalla Dichiarazione Schuman, in cui il Ministro degli esteri francese propose una nuova forma di collaborazione politica in Europa. 

Era il 1950 e Robert Schuman, delineando con poche parole quali risorse sarebbero state messe in comune, sotto quale guida, per quale ragione e a quale scopo, stava di fatto ponendo le basi per l’attuale Unione Europea. La Dichiarazione risale a 72 anni fa e una sua rilettura può certamente essere utile per fare chiarezza sullo sforzo e sull’ambizione che, a quell’epoca, erano stati necessari per dare avvio al processo di integrazione europea. 

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. […] L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

Erano le parole di una generazione che la guerra l’aveva avuta sotto gli occhi, figlia di un’Europa di nazionalismi e di Stati indipendenti e sovrani, scevri dalla collaborazione e dalla devoluzione di potere. Erano le parole di chi guardava al futuro con la speranza che la cooperazione in ambito economico avrebbe portato con sé una condivisione sul piano politico. 

Eppure c’è da chiedersi se, oggi, non ci venga imposto uno sforzo ulteriore, che suggerisca di superare l’ottica della mera gestione della situazione di fatto e che ci indichi – utilizzando le parole del Presidente Draghi –  di oltrepassare l’attuale “federalismo pragmatico” in favore di un “federalismo ideale”. 


giornata dell'europa dichiarazione schuman Draghi

Per riprendere il testo della Dichiarazione, «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano»; ebbene, la comune coscienza odierna, figlia di una cultura democratica, non richiede forse, invece, un impegno ulteriore, che miri a prevenire quelle minacce? Uno sforzo che, in tale prospettiva, non sia proporzionale ai pericoli, ma che li sovrasti, che li anticipi, che li prevenga in virtù di uno scopo superiore?

D’altra parte, è certamente possibile affermare che il progetto europeo abbia garantito al vecchio continente il periodo di pace più lungo che abbia conosciuto nella sua storia, ma occorre riconoscere che oggi, non nell’Unione ma comunque in Europa, una guerra si sta consumando. 

Se ciò è qualificabile come un fallimento anche dell’Unione, non può che essere perché le si attribuisce, attualmente, un ruolo che supera la lungimiranza della Dichiarazione Schuman e che si estende fino a riconoscere nell’UE un soggetto internazionale, con il compito di prevenire i conflitti, quantomeno al suo interno e nelle aree del Vicinato, e di incidere significativamente in favore di una loro risoluzione, ove questi si dovessero verificare. 

La capacità dell’Unione di prevenire e rispondere ai conflitti nelle aree del Vicinato è stata tendenzialmente insufficiente; lo dimostra l’attuale situazione in Ucraina – dove comunque deve riconoscersi un coordinamento maggiore – ma si evinceva già dal ruolo dell’Unione nel conflitto in Siria, nell’ambito della Primavera Araba e, ancor prima, nel contesto della dissoluzione della Jugoslavia federale. 

Non ci si può, però, limitare a giudicare l’attuale stato del processo di integrazione guardando esclusivamente al ruolo dell’Unione sul piano internazionale, sebbene l’attuale situazione geopolitica imponga un ripensamento della cooperazione in materia di politica estera, nonché di sicurezza e difesa comune. Bisogna riconoscere – se non per vocazione europeista, almeno per onestà intellettuale – che sotto questa straordinaria forma di cooperazione molto è stato fatto. 

Siamo passati da una Comunità che tutelava i soggetti nella qualità di lavoratori, ad un’Unione che riconosce la persona nella sua soggettività; abbiamo costituito una cittadinanza europea a cui sono connessi diritti e obblighi ulteriori rispetto a quelli riconosciuti dall’ordinamento nazionale; abbiamo creato degli standard comuni di tutela e benessere senza precedenti; abbiamo creato un Parlamento comune e nuove riforme si avvicendano per rivitalizzare la democrazia europea. 

L’Europa che nasce «da realizzazioni concrete, che creino innanzitutto una solidarietà di fatto» è proprio questa, ed è anche l’Europa del Next Generation EU; è quell’Europa che si trova dinnanzi alla necessità di fronteggiare un problema che trascende i confini nazionali, e che a tale scopo giunge ad inventare nuovi strumenti per favorire la cooperazione. 

Se è vero che «l’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme», è altresì vero che accogliere l’eredità della Dichiarazione Schuman significa riconoscere che questa Europa è stata costruita tra rallentamenti e spinte di impulso, tra fallimenti e successi, ma è stata comunque portata avanti, in questi 72 anni di processo di integrazione. 

Il passo ulteriore che oggi è richiesto sembra essere quello di superare la Dichiarazione Schuman e di dare una nuova spinta all’Unione, che trasformi gli strumenti di solidarietà impiegati per far fronte a situazioni emergenziali in meccanismi ordinari di cooperazione. 

Non si richiede più, in altri termini, una mera “solidarietà di fatto”, ma una solidarietà che, oggi, è prevista di diritto, nei Trattati istitutivi; in tal senso ci è imposto di fare tesoro delle soluzioni adottate durante le crisi, inglobando nel sistema comunitario, affinché si rivelino utili strumenti non solo per fronteggiare le situazioni correnti, ma anche per prevenire e rispondere più efficacemente alle sfide future. 

Accogliere l’eredità della Dichiarazione Schuman significa costruire un’Europa che vada oltre quel progetto di cooperazione; significa dar voce all’Europa che si fonda su una vera unione politica, all’Europa che ha dato vita ad un modello sociale europeo, all’Europa che è stata in grado di mettere insieme un debito comune e all’Europa che, forse, un giorno, sarà in grado di agire più efficacemente non solo per prevenire i conflitti al suo interno, ma anche per evitare che questi si verifichino all’esterno. 


Adriana Brusca

Giurista per formazione, europeista per vocazione. Amo viaggiare, imparare e contrastare le verità assolute. Mi occupo prevalentemente di politica estera dell'Unione Europea, di allargamento dell'UE e di Politica Europea di Vicinato.