Contro la guerra in Vietnam si è espresso un nuovo modo di vedere il mondo

L’1 novembre 1955 iniziò la crudele e ventennale guerra in Vietnam, che ha causato milioni di vittime e contro cui si è espresso un forte dissenso, nuovi modelli di vita e di pensiero che hanno fatto epoca.


L’1 novembre 1955 iniziò la crudele e ventennale guerra in Vietnam (1955-1975), con la costituzione del Fronte di Liberazione Nazionale filo-comunista. Una guerra che iniziò come proseguimento della guerra di Indocina, contro la missione colonizzatrice francese e per l’indipendenza vietnamita. Tuttavia, dopo essere stati chiamati in soccorso dai vietnamiti per riuscire nell’intento, gli Stati Uniti si insinuarono ambiguamente nella politica interna del Paese, creando e foraggiando un forte movimento secessionista per eliminare i vietnamiti del nord, vicini alla Cina, che, in virtù di tale vicinanza col nemico comunista, furono ritenuti pericolosi. In questo modo gli americani appoggiarono i sudisti offrendo aiuti e supporto logistico.

Di lì a poco scoppiò una guerra interna che nel giro di dieci anni non si risolse e che, al contrario, si intensificò, costringendo gli Stati Uniti a entrare drammaticamente in campo, nel 1965. L’obiettivo, secondo il presidente Kennedy, era di «impedire che l’ondata in piena del comunismo invadesse l’intera Asia».

La fine della guerra in Vietnam

Il 30 Aprile 1975, le truppe nordvietnamite occuparono Saigon e l’esercito statunitense si ritirò dalla capitale vietnamita. Infatti, in seguito alla decisione del congresso americano di annullare, per l’anno fiscale 1975-76, ogni forma di finanziamento e aiuto al Vietnam del Sud, il Vietnam del Nord invase il Sud nei primi giorni del 1975. Quella che gli americani definiscono “caduta di Saigon” viene salutata dai vietnamiti come la liberazione della loro capitale.

Nell’assedio di Saigon avviene la prima grande disfatta degli Stati Uniti, la fine di una guerra che è costata 70 mila vittime tra i soldati americani e 1 milione e mezzo tra quelli del Vietnam del Nord e del Sud, senza contare i 3 milioni di feriti.

La rivoluzione pacifista

Una guerra terribile e sanguinosa, inspiegabile, lunga vent’anni e che scatenò la più potente ondata pacifista nel mondo. Data significativa è sicuramente il 15 Ottobre 1969, una data storica che vide folle immense di persone in marcia a protestare negli Stati Uniti contro la guerra in Vietnam

“Moratorium to end the war in Vietnam” fu una marcia capace di mobilitare e unificare studenti, lavoratori, minoranze, artisti e intellettuali. Città simbolo fu New York, in cui ci fu la protesta più importante e dove i protestanti cantarono canzoni pacifiste, soprattutto Give peace a chance di John Lennon, lanciata poche settimane prima.

Un mese dopo, il 15 novembre, durante la “Moratorium march on Washington” scesero in piazza a manifestare 500 mila persone, consolidando di fatto il movimento di opposizione alla guerra. Siamo all’indomani del ‘68, della nascita dei movimenti pacifisti e hippie e delle rivolte studentesche, il clima era ormai cambiato. Durante le proteste nacquero i primi movimenti di contro-informazione, che segnalarono l’uso del napalm e dell’Agente Arancio da parte dei soldati americani contro i vietnamiti, gli abusi e il massacro di Mỹ Lai che sconvolse l’opinione pubblica. 

Il motto dei veterani americani era «Spray and bomb, bomb and spray». L’utilizzo di queste armi miete vittime tuttora, a oltre 40 anni dalla fine, provocando gravi disturbi anche nei nascituri. Il presidente americano Richard Nixon ebbe problemi a giustificare la «guerra giusta», eppure durò per altri dieci lunghi anni, con tante bombe sganciate, troppi drammi, troppi caduti. Una guerra iniziata l’1 novembre del 1955 e finita, appunto, il 30 aprile del 1975. Nel mezzo ci furono gli accordi di Parigi nel gennaio del 1973, ma la guerra finì effettivamente due anni più tardi.

La contestazione giovanile e studentesca ha inizio negli Stati Uniti già prima del 1968, nello specifico nel 1964, con l’occupazione del campus universitario di Berkeley in California. Altri tentativi avvennero in campo intellettuale grazie all’attività della Beat Generation.

Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, o autori e musicisti come Bob Dylan, Joan Baez o Arlo Guthrie, diedero forma e voce al loro rifiuto del sistema. La negazione della società consumistica e imperialistica americana espressa nelle opere di questi artisti e intellettuali ispirò le tendenze e i movimenti beatnik, dei figli dei fiori e della cultura hippie. La cultura hippie è riuscita a espandersi in tutto il mondo grazie alla musica con la fusione di musica rock, folk e blues, le arti drammatiche e visive, inclusi i film, i manifesti pubblicitari che annunciavano i concerti rock e le copertine degli album.

La nascita di questi movimenti influenzò una grossa fetta di società, soprattutto i giovani, con le loro manifestazioni e i loro valori, a partire dalle prime manifestazioni degli studenti americani del ʼ64 fino all’esplosione del movimento del ʼ68. Di fatto fu l’inizio di una delle più importanti, se non la più importante, rivoluzione culturale della storia, che si poneva contro l’intero sistema della cultura borghese e che si estese in tutte le forme di comportamento: dai modi di vestire, al linguaggio, dalle relazioni sessuali e familiari, alle forme dell’arte, della letteratura e della musica.

Dalla cultura alla politica, perché ai giovani manifestanti era chiaro il fatto che il problema principale e strutturale era il sistema economico-politico proposto, un modello onnicomprensivo capace di estendersi a ogni aspetto della vita e farsi appunto sistema.

Da lì iniziò un cammino di speranza, di sogni, di emancipazione attraverso tale rifiuto e sovversione, ma anche la riscoperta dell’individuo e della sua nuova sensibilità, nella ricerca di un nuovo modello di libertà. Un cammino che ha il suo inizio negli anni Sessanta e che con una forte spinta propulsiva ebbe il suo culmine negli anni a cavallo tra il ’68-’69, dando vita a un cambiamento profondo nella società negli anni ‘70. 

Una rivoluzione culturale che però, come s’è detto, fu soprattutto politica perché in quegli stessi anni, tra i manifestanti di ideologia marxista, avvenne in Europa un’altra grande protesta: quella verso il regime comunista sovietico dell’Urss. Da segnalare infatti la brutale repressione attuata in Cecoslovacchia nel 1968 da parte dell’URSS nella Primavera di Praga: il grido dei protestanti era quindi contro ogni forma di autoritarismo per un ideale utopico di uguaglianza, né con l’America né con l’Urss, ‘no war, only peace’.

L’ideale utopico di un’altra via di libertà, politica e umana, che ancora i giovani di allora non trovarono e che quindi ebbero la necessità di pensare ed esprimere attraverso l’arte, la musica, la filosofia, la letteratura e la poesia, persino lo sport si ribellò: tra i grandi protestanti anche il campione dei pesi massimi di Boxe Muhammad Ali, con la sua diserzione che gli costò i titoli del mondo e la possibilità di poter praticare la boxe in America.

La potenza del cinema e della musica

Grandissimo ruolo ebbe nella narrazione della protesta pacifista mondiale il cinema, con film epocali quali Full Metal Jacket, in cui Kubrick si concentrò ampiamente sulla snaturalizzazione dell’uomo e sul centro di addestramento alla guerra in Vietnam; o altri ancora come Forrest Gump, Apocalypse Now, Vittime di guerra, Taxi Driver. Per non parlare dei film simbolo della cultura hippie come Woodstock, Easy Rider, Hair, The Doors.

Altro evento epocale fu nell’agosto 1969, a Bethel (New York): il Woodstock Music and Art Festival (Festival di Woodstock), con oltre 500 mila persone che vi si recarono per ascoltare i musicisti più celebri come Richie Havens, Joan Baez, Janis Joplin, The Grateful Dead, Creedence Clearwater Revival, Crosby, Stills, Nash and Young, Carlos Santana, The Who, Jefferson Airplane e Jimi Hendrix

Gli hippie erano pacifisti, presero parte alle marce per i diritti civili, le marce su Washington D.C., le dimostrazioni contro la guerra del Vietnam, compreso il dar fuoco alle cartoline di chiamata alla leva e le proteste alla Convenzione Nazionale Democratica del 1968.

Ma se c’è un modo per spiegare davvero il pensiero e il sentire di questo periodo culturale, che segnò l’epoca, questo lo può fare solo una canzone, una poesia, la celebre Imagine di John Lennon. Questa è la cultura hippie, che disse no alla guerra e desiderava spiccare il volo. Buon ascolto.


Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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