Lawrence Ferlinghetti, il poeta beat contro l’indifferenza

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Un mondo assediato dalla pandemia ha perso uno degli autori più interessanti del XX secolo, oltre che una leggenda della Beat Generation, Lawrence Ferlinghetti.


Recentemente, il 22 febbraio, il mondo ha perso all’età di 101 anni Lawrence Ferlinghetti, la leggenda della Beat Generation. Poeta lirico, pittore, viaggiatore, attivista militante politico ed editore per antonomasia della Beat Generation; e ancora narratore, autore teatrale e cinematografico, è probabilmente la figura più poliedrica tra gli scrittori del dissenso americano. 

Nato a New York nel 1919, il padre bresciano emigrato a New York morì prima della sua nascita, la madre impazzì dal dolore e da bambino fu affidato a una zia, al servizio di una ricca famiglia. Gioventù difficile, segnata dal riformatorio, dalla guerra e dallo sbarco in Normandia, a cui prese parte, fino al suo presunto appoggio ai partigiani norvegesi. Si mostrava sprezzante per il mondo accademico già durante gli studi, nelle sue prime poesie giovanili.

La poesia sarà sempre la sua arma, il suo messaggio più potente. Umanesimo radicale, poesia sociopolitica sono definizioni subito riservate a Ferlinghetti, il quale tuttavia affrontava la poesia con tono scansonato, nuovo, dissacrante, ironico, incline spesso al discorsivo e sedotto da certe ritmiche che nella musica erano del jazz.

Mitici erano infatti i suoi reading al ritmo del jazz insieme a Kenneth Rexroth. Vi era il desiderio di recuperare le valenze del dettato poetico nella loro forma originaria, quella orale. Anche nei suoi reading vi era la polemica nei confronti di un cattivo uso che la stampa ha riservato a un’arte che per sua natura dovrebbe essere visionaria e profetica.

A un certo punto della sua vita, venne la guerra, Ferlinghetti vide Nagasaki un mese dopo l’esplosione atomica, per vedere che cosa volesse dire davvero la guerra combattuta con le armi nucleari e il suo pacifismo fu da allora incrollabile, il pacifismo di un ex soldato che vide coi suoi occhi i drammi della guerra.

Terminati gli studi con un dottorato alla Sorbona, fiutò la stagione che cominciava, un tempo rivoluzionario e creativo, qualcosa di nuovo ed entusiasmante. Bisogna cercare una data nello specifico, il 1957. In quest’anno infatti il mondo intellettuale degli Stati Uniti fu sconvolto da uno dei tanti processi che, seguendo regolari corsi e ricorsi, affrontano il tema della moralità dell’opera d’arte. 

Ne era stata causa la pubblicazione della raccolta di versi intitolata Howl, (Urlo) di Allen Ginsberg da parte della mitica casa editrice City Lights books di San Francisco. Fondatore della casa editrice, dopo il sequestro del libro, passò anche alcuni giorni in prigione per oscenità, perché proprio Ferlinghetti si fece carico in prima persona del processo, essendo il poeta all’estero.

Malgrado la mobilitazione dell’America puritana e retrograda, il processo si concluse con un’assoluzione. Si può dire che anche da quel processo sia nata la Beat Generation e tutta la nuova poesia americana nella quale Allen Ginsberg divenne uno dei protagonisti, e la casa editrice di Ferlinghetti rimase la preferita dei nuovi poeti, il loro rifugio, quella più aperta alla sperimentazione. 

Jack Kerouac e la prima edizione, magnifica, di On the Road, il sempre sorridente Gregory Corso, William Burroughs, Neal Cassidy e ovviamente Fernanda Pivano. Nomi mitici che hanno segnato un’epoca letteraria, culturale, artistica; e poi ancora le battaglie politiche, il Sessantotto, un cammino di emancipazione si stava profilando.

Lawrence Ferlinghetti

Assiduo traduttore delle poesie di Pasolini, Ferlinghetti era anche un importante artista visivo, autore di grandi dipinti, in cui si può notare il suo enorme talento per il disegno. Tutti i suoi dipinti hanno quel tratto peculiare di avere una forza di andare oltre e toccare lo spettatore nel profondo.

Ma è stata la poesia il suo principale veicolo di messaggio, il suo prezzo da pagare: la poesia a cui era rimasto fedele nei suoi 101 anni, colta ma per tutti, ironica e sempre abile a cambiare le coscienze. Solo con i poeti beat diventa centrale nella creazione artistica lo stimolo delle droghe psichedeliche, che poi fiorirà a livello di massa con la cultura hippy negli anni Sessanta e Settanta.

La rottura avviene in tutti campi: il 1963, per esempio, fu uno spartiacque che segna la fine del cool jazz e l’inizio dell’era rock, e, in effetti, negli anni Sessanta probabilmente riuscirono ad allargare l’area della coscienza umana. La stessa libreria di Ferlinghetti è la testimonianza visiva invece di un fermento culturale che ha scosso l’America, fino agli anni del governo Trump.

L’occhio impietoso del poeta vede il mondo come un circo, l’America come terra di diseredati e come un paesaggio surrealista in cui i rifiuti del vivere contemporaneo assumono il valore di simboli, ma quelli appunto del non-essere. Il surrealismo citato da Ferlinghetti è rivisitato, ha radici francesi, nella cultura europea e nella cultura sotterranea della poesia americana.

Un poeta impegnato, politico, dal suo pacifismo radicale al suo dettato del Manifesto populista per i poeti, con amore, esortazione ai colleghi a uscire dai loro studi e dai loro gusci protettivi per entrare dentro le strade, dentro la vita. Come scrisse in una sua celebre poesia: «Il mondo è un bel posto / per esserci nati / se non v’importa che qualcuno muoia / tutti i momenti / o magari solo di fame / se non siete voi. / Oh il mondo è un bel posto / per esserci nati / se non v’importa molto / qualche cervello morto / nelle alte sfere / o una bomba o due / di tanto in tanto / nei vostri visi alzati / o certe altre improprietà / di cui è preda / la nostra Società / coi suoi uomini distinti / e quelli estinti / i suoi preti / e altri poliziotti / le sue varie segregazioni / le investigazioni congressuali / e altre costipazioni / che la nostra carne sciocca / eredita… »

Chi è indifferente ai problemi rimane isolato e l’indifferenza, come diceva già anche Gramsci, è odiosa, oltre che inutile. Allora è necessario partecipare e lottare su tutti i problemi per avere ognuno la sua parte, grande o piccola che sia, e non la peggiore, come capita agli emarginati e agli indifferenti. E soprattutto, felicità non è consumismo, felicità è anche ridere di una statua e ballare. 

Con Lawrence Ferlinghetti se n’è andato per sempre un mito che ha lasciato il segno nella nostra cultura, che ha contribuito a mostrarci cosa può essere felicità, a lottare per un mondo migliore, per la pace. Grazie di tutto, Lawrence, ultimo poeta e artista beat.


Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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