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Jimi Hendrix, il mito 50 anni dopo

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A 50 anni dalla sua morte, ripercorriamo il genio di Jimi Hendrix, considerato da molti il chitarrista rock più influente di sempre.


L’interpretazione della storia della musica è composta da miti, leggende, talvolta anche dogmi o credenze. Se i nostri gusti musicali si basano sulla soggettività, ci sono musicisti, band, brani o album che hanno ottenuto un consenso così vasto da sfidare quel limite tra oggettivo e soggettivo nella valutazione generale della loro grandezza e unicità. È il caso di Jimi Hendrix, considerato da molti come il chitarrista più influente di sempre.

Hendrix ha segnato un prima e un dopo nella musica, in particolare nella storia della chitarra elettrica. Il suo obiettivo è stato costantemente quello di spingersi oltre i confini e rivoluzionare quello che fino a quel momento era il modo di suonare la chitarra. Non seguiva lo status quo, e il suo stile diventò il terreno su cui tutti i chitarristi dopo di lui dovettero muoversi.

Il feedback? Un rumore fastidioso, prima di Hendrix. Il pedale wah-wah? Sconosciuto ai più, prima di Hendrix (e di Eric Clapton). La chitarra elettrica? Uno strumento emergente nella musica rock. È grazie a lui che la chitarra elettrica divenne da mero strumento con cui suonare la musica rock a sinonimo del genere stesso. Dopo Hendrix, l’elettrica ha dominato il mondo della musica popolare per più di due decenni; la sua influenza sulla chitarra ritmica, solista e sulla produzione è stata imponente, segnando una vera e propria rivoluzione nella storia dello strumento. 

Proviamo ad analizzare le ragioni per le quali Hendrix è considerato uno dei più importanti  chitarristi della storia. Uno dei suoi più famosi e innovativi accordi è l’E7#9, comunemente conosciuto come “accordo di Hendrix”, che ha ispirato chitarristi come Joe Satriani e Lenny Kravitz. L’accordo crea un senso di inquietudine, considerata la dissonanza creata dall’essere sia un accordo maggiore che minore. È possibile ascoltarlo all’inizio del celebre brano “Foxy Lady”, qui in una esibizione del 1968, oltre a ritrovarlo in “Purple Haze”. Il suo stile è caratterizzato inoltre dal massiccio uso delle triadi, che gli permetteva di passare velocemente dalla ritmica ai suoi veloci assoli. 

Un’altra delle caratteristiche più innovative del suo stile fu l’uso dei bending, cioè la tecnica di spingere la corda per ottenere un’altra nota più alta. Anche se già utilizzati da altri chitarristi, Hendrix li usava in un modo in cui nessuno aveva osato prima: li integrava nelle melodie dei suoi assoli suonando note inaspettate e creando atmosfere blues, come è possibile ascoltare nel brano “Red House”. L’utilizzo dei bending, unito agli assoli che Hendrix inseriva fra le triadi, creavano un momentum che rendeva la sua musica coinvolgente, affascinante e trascinante. 

Hendrix intendeva la sua chitarra come un mezzo tecnologico con cui ottenere dei suoni nuovi e che nessun chitarrista prima era riuscito a ricreare. L’utilizzo del pedale wah-wah ha dato vita ad uno dei riff più iconici di tutti i tempi, quello di “Voodoo Child, mentre la leva del tremolo diventa protagonista nella storica esibizione dell’inno nazionale degli Stati Uniti (“The Star-Spangled Banner) a Woodstock, nel 1969. Qui Hendrix volle intenzionalmente ricreare, utilizzando solamente la sua chitarra, il suono di bombe, grida, esplosioni, creando un viaggio emozionale con sole sei corde. Un tema caro a Hendrix, ripreso in “Machine Gun”, una canzone contro la guerra del Vietnam.

La sua esibizione di Woodstock rimane ancora oggi un pilastro nell’immaginario collettivo della musica rock di fine anni ’60, così come lo è l’esordio al festival di Monterrey del 1967, dove concluse la performance “sacrificando” la sua chitarra, o come quando suonò l’assolo di “Purple Haze” con i suoi denti. Oltre i confini, come con la cover dell’iconica All Along the Watchtower” di Bob Dylan. Hendrix trasformò la canzone in un brano che alternava ritmica e assoli ad ogni strofa, e lo stesso Dylan ne rimase impressionato tanto che la versione di Hendrix venne ripresa da lui stesso in futuro.

Gli album della Jimi Hendrix Experience, il power trio creato dopo che Hendrix strinse l’amicizia con Chas Chandler degli Animals, hanno cambiato per sempre la storia del rock. Il debutto Are You Experienced?, del 1967, raggiunse il primo posto in Regno Unito, lasciandolo solamente dopo l’uscita di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. I successivi Axis: Bold as Love e Electric Ladyland consacrarono definitivamente Hendrix e la Experience all’olimpo del rock.

A 50 anni dalla sua morte, Hendrix rimane una delle più grandi icone della storia della musica. Quanti aspiranti chitarristi hanno provato a suonare “Voodoo Child”, non appena provato un pedale wah-wah? Quanti hanno stupito gli amici sapendo suonare sulla schiena, proprio come faceva Jimi? 

Hendrix occupa il primo posto nella lista dei 100 migliori chitarristi secondo Rolling Stone, ed è possibile rintracciare il suo genio in tutti i chitarristi che sono venuti dopo di lui, ispirati dalle sue innovazioni e dal suo modo di suonare le sei corde. 

«Penso che molto presto bisognerà contare sulla musica per riuscire a ottenere la serenità e la soddisfazione o per riuscire a prendere la direzione giusta, molto di più che in politica, perché la politica è una scena dove predomina l’ego. È l’arte delle parole che non significa nulla, quindi devi affidarti a una sostanza più terrena come la musica o le arti, il teatro, la recitazione, la pittura o cose del genere».


 

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Davide Renda

Davide Renda

Caporedattore e Responsabile di "Orizzonti". Appassionato di storia, studi post-coloniali e del socialismo umanista.

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