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Eros e civiltà, tra presente e futuro

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Il testo Eros e Civiltà, del 1955, di Herbert Marcuse, uno dei più grandi filosofi tedeschi del Novecento, è stato il testo simbolo e avanguardia culturale del Sessantotto e della rivoluzione studentesca. Marcuse è stato inoltre punto di riferimento del progressismo americano, della rivoluzione femminile, della rivoluzione sessuale, dei già citati movimenti di contestazione studenteschi e, in generale, uno dei più importanti critici del sistema capitalistico novecentesco. È stato inoltre un’icona del cosiddetto “terzomondismo”, ovvero di quelle filosofie che vedono nei soggetti del terzo mondo dei soggetti rivoluzionari, in grado di trasformare il sistema e la struttura sociale della realtà.

Tra i massimi esponenti della Scuola di Francoforte, filosofo anticonformista, rivoluzionario, Marcuse è ancora oggi un classico da dover leggere e da interrogare, perché parla di temi estremamente vicini a noi quali la mercificazione, la repressione, il lavoro (e la società) alienato, l’emarginazione, ma anche del tema adorniano dell’industria culturale (per Adorno, nel capitalismo, anche la cultura diventa un’industria finalizzata al profitto).

Il sottotitolo del suo testo Eros e Civiltà recita “indagine filosofica su Freud”, perché questo testo, oltre ad essere una requisitoria della civiltà contemporanea, rappresenta un tentativo di analisi filosofica dei testi di Sigmund Freud, in un tentativo di cogliere aspetti rivoluzionari del suo pensiero, e altri aspetti invece deboli e paradossali. Marcuse è stato un convinto sostenitore della potenzialità rivoluzionaria del pensiero freudiano, inserendo Freud all’interno quindi di una cornice teorica di tipo critico. Le opere di Freud analizzate da Marcuse in Eros e Civiltà sono soprattutto Totem e tabù e Il disagio della civiltà, opere in cui il «padre della Psicanalisi» arriva a conclusioni drammatiche: secondo Freud, vi è un’insanabile e profonda incompatibilità tra felicità e civiltà; il cosiddetto “principio di piacere” (l’Eros) che domina l’inconscio e che è finalizzato alla soddisfazione immediata dei bisogni, non ha spazio nell’esistenza umana, fondata invece sul “principio di realtà“. Secondo Freud quindi, la civiltà, produttiva e finalizzata ad un progresso basato su una comunità efficiente, reprime necessariamente gli istinti umani, sottomette e soffoca l’Eros e rinuncia quindi alla felicità. Questa repressione genera uno stato di nevrosi e di disagio psichico nell’essere umano, e tra tutte la repressione quella erotica è quella più importante, in quanto è a fondamento della vita stessa: è impossibile da annientare e la sua potenza deve essere perciò sublimata, ovvero è necessario reprimere la sessualità e incanalare le proprie energie verso lo sviluppo produttivo della civiltà.

Marcuse, in accordo con la visione freudiana, scrive infatti: «Il principio della realtà si sovrappone al principio del piacere: l’uomo impara a rinunciare a un piacere momentaneo, incerto e distruttivo, in favore di un piacere soggetto a costrizioni, differito ma sicuro». Marcuse identifica la natura istintiva dell’uomo con la pulsione sessuale, la cui repressione è quindi inevitabile per la sopravvivenza della civiltà. Questa repressione, secondo Marcuse, in accordo con Freud, sta quindi alla base del disagio nevrotico della società contemporanea. Scrive infatti Marcuse: «Ma d’ora in poi né i suoi desideri né la sua alterazione della realtà gli appartengono più: ora sono organizzati dalla sua società […] Se l’assenza di repressione è l’archetipo della libertà, la civiltà è la lotta contro questa libertà […] La sostituzione del principio della realtà al principio del piacere costituisce il grande episodio traumatico dello sviluppo dell’uomo, tanto dello sviluppo della specie (filogenesi) quanto di quello dell’individuo (ontogenesi)».

Freud, ne Il disagio della civiltà, sostiene che ogni società ha un grado di repressione, più o meno permanente, che permette la riproduzione della società stessa: se la libido fosse incontenibile, secondo Freud, ci sarebbe un’implosione della società, quindi ogni società ha un livello di repressione che le permette di vivere e riprodursi. La repressione è vista da Freud, quindi, come perenne come anche elemento naturale della società. Sta però qui la grandezza e il limite di Freud, secondo Marcuse: per il padre della psicanalisi l’intera storia umana è storia della repressione, un continuo sacrificio del principio di piacere sull’altare del principio di realtà; per cui la società è sì repressiva, ma secondo Freud una società che non lo sia non è possibile, perché civiltà è, in quanto tale, repressione. Merito di Freud, secondo Marcuse, è quindi di aver mostrato come la società capitalistica sia il luogo di repressione di pulsioni, libido, energie vitali; però Freud, in maniera contraddittoria, giustifica questa repressione di libertà perché l’ha “naturalizzata”, in quanto cifra ineliminabile di ogni civiltà.

Secondo Marcuse invece, il livello di repressione nella società capitalistica è ben più elevato delle società precedenti, perché la società industriale si fonda su lavoro e sfruttamento, ha quindi una repressione addizionale, superiore: tale repressione consiste nel reprimere i sogni, desideri di libertà e quindi gli istinti vitali, perché è una società fondata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, del lavoro alienato, che ha trasformato l’uomo in un essere per la produzione. Non è più un essere umano per il progetto e la vita autentica (secondo la filosofia di Heidegger). La produttività è quindi la cifra del nostro tempo e dell’essere umano, secondo Marcuse: la produzione può esserci soltanto se reprimi i propri istinti di libertà, desiderio, intimità e i propri sogni.

Secondo il ‘principio di prestazione’, tutto viene valutato su base prestativa, dal lavoro alla scuola, dalla famiglia all’organizzazione sociale. La prestazione quantitativa ultra individualistica sta alla base dell’odierna società dei consumi. L’essere umano in questo modo è ridotto a puro ingranaggio del sistema di produzione capitalistico, un puro essere manipolabile e represso, senza valore, dimenticando quindi la sua dimensione comunitaria, il suo “essere per gli altri”. Uomini e donne vengono cresciuti in un modello di società che non insegna a vivere in una maniera aconflittuale e acompetitivo, perché vivono per la prestazione, la competizione e per il consumo individuale.

L’istinto coincide con l’Eros che, nonostante il termine si riferisca al “desiderio amoroso” in senso greco classico, qui è inteso anche come fantasia, creatività, entusiasmo e desiderio di vita: tutto ciò che stimola il piacere umano, dunque non solo il desiderio sessuale. Solo l’Eros può superare i criteri dell’efficienza, della produttività finalizzata al profitto. L’Eros, che è il principio del piacere, è conservato dalla memoria nell’inconscio. Scrive infatti Marcuse: «La fantasia insiste nell’affermazione che essa deve e può diventare reale, che dietro all’illusione sta vera conoscenza. Le verità dell’immaginazione vengono realizzate per la prima volta quando la fantasia stessa prende forma, quando crea un universo di percezione e comprensione, un universo soggettivo e allo stesso tempo oggettivo». «Dietro la forma estetica sta l’armonia repressa tra sensualità e ragione, l’eterna protesta contro l’organizzazione della vita da parte della logica del dominio, la critica al principio di prestazione».

Compito della rivoluzione marcusiana è quello di liberare l’Eros dalla repressione distruggendo ogni presupposto ideologico fondato sul principio di prestazione. Occorre, dunque, riscrivere una nuova società, sovvertire tutto questo sistema, creandone uno rivoluzionario: non si tratta di eliminare utopisticamente il sistema lavorativo, ma si tratta di non fondare l’organizzazione dell’esistenza stessa da esso. «Prometeo è l’eroe archetipo del principio di prestazione. […] Se Prometeo è l’eroe civilizzatore della fatica, della produttività e del progresso per mezzo della repressione, i simboli di un altro principio di realtà vanno cercati al polo opposto. Orfeo e Narciso sono esponenti di una realtà molto diversa». Orfeo e Narciso che riconciliano Eros e Thanatos, sono gli esponenti di una “realtà molto diversa“. Non sono diventati gli eroi civilizzatori del mondo occidentale, la loro è una immagine di gioia e di compimento: «la voce che non comanda ma canta; il gesto che offre e riceve; l’azione che è pace e che conclude il lavoro di conquista; la liberazione del tempo, che unisce l’uomo al dio, l’uomo alla natura».

Orfeo ed Euridice, Tiziano (1508)

Tramite la figura di Orfeo e Narciso, Marcuse vuole dire che il mondo non vada dominato e controllato ma liberato, una libertà che si sprigiona tramite la forza di Eros. In Marcuse c’è un’apertura utopistico-fiduciosa, tanto cara al movimento sessantottino, verso la società del futuro, dando luogo alla possibilità reale della trasformazione sociale: la rivoluzione quindi è, anche e soprattutto, erotica.


Copertina “Maja desnuda” di Francisco Goya

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Antonio Di Dio

Antonio Di Dio

Laureato in Studi Filosofici e Storici, scrivo di cultura, politica e geopolitica. Amo l’arte, la poesia, la musica e il cinema. Vedo il giornalismo come una forma di attivismo, un servizio per la comunità.

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