Taiwan ago della bilancia, cresce la tensione attorno al G20

Mentre al G20 si torna a parlare di cambiamenti climatici, anche il clima politico sembra sempre più mutevole. E tutto gira attorno a Taiwan.


La questione di Taiwan, ad oggi, continua ad essere sotto gli occhi di tutti, seppur non preminentemente raffigurata nei media. Ciononostante, l’escalation militare operata da Pechino nei confronti dell’isola è sempre più palese: l’ultimo episodio è avvenuto proprio nella giornata di ieri, l’ennesimo nell’ultimo mese.

Il nodo di Taiwan è particolarmente spinoso, dato che la sua stessa storia è da sempre molto articolata. L’antica isola chiamata Formosa dai portoghesi, infatti, è parte della Cina sin dal XII secolo; il Giappone si impadronì di Taiwan nel 1895 approfittando della crisi e della debolezza del regime imperiale cinese, ma il popolo non accettò il dominio dei giapponesi e vi furono vari tentativi insurrezionali. 

Nel 1943, con le dichiarazioni del Cairo e di Potsdam, le grandi potenze, tra cui gli Stati Uniti, riconfermarono l’appartenenza di Taiwan alla Cina, ma la restituzione dell’isola avvenne solo in seguito alla resa del Giappone, dopo la Seconda guerra mondiale.

La storia dell’isola, tuttavia, continua: a Taiwan trovarono rifugio le forze nazionaliste del Kuomintang, spazzate via dal Partito Comunista che nel 1949 darà vita alla Repubblica Popolare Cinese. L’isola fu riconosciuta dalle diplomazie occidentali come legittima rappresentante di un miliardo di cinesi e occupò il seggio della Cina alle Nazioni Unite fino al 1971, anno in cui la Cina continentale divenne invece il simbolo mondiale.

Nel 1988, con la morte del figlio di Chiang Kai-shek, Taiwan diventa effettivamente una repubblica. Pechino non ha mai riconosciuto la sua indipendenza, ma almeno nei primi tempi non sembrava interessata a riprenderne il controllo. Tuttavia, il quadro adesso é decisamente cambiato, forse anche in seguito alla reazione passiva del mondo di fronte alla situazione di Hong Kong, lasciata a sè stessa dopo tutte le manovre cinesi, che avrebbero potuto galvanizzare la presidenza e dare la speranza di poter ripetere l’evento a Taiwan.

La situazione, rispetto al caso di Hong Kong, rimane diversa: gli Stati Uniti sembrano aver deciso, infatti, che Taiwan non è un territorio che la Cina può mantenere sotto il suo diretto controllo. L’influenza statunitense nell’area in effetti è notevole, nonostante la maggior parte dei contatti diplomatici si connotti più per una funzione anticinese che esplicitamente filo-americana.

taiwan Tsai Ing-wen
La Presidente di Taiwan Tsai Ing-wen

La Cina, in caso dovesse decidere di muoversi in modo diretto contro Taiwan, si troverebbe in ogni caso di fronte a molti ostacoli: l’accordo Quad (che vede India, Australia, Giappone e USA in una forma di alleanza in chiave di contrasto a Pechino) l’accordo militare AUKUS tra Regno Unito e i già sovracitati Australia e Stati Uniti dimostrano che ci sono forti tensioni nella regione.

La Russia, inoltre, potrebbe decidere di non fornire supporto diretto a Pechino, prediligendo la neutralità e mantenendo così il proprio status quo, anzi provando persino a migliorarlo nel caso in cui lasciasse perdere la Cina.

Tutto questo, probabilmente, a Pechino non sfugge. La reazione del governo cinese alla presenza diretta di soldati statunitensi dentro il territorio di Taiwan non è stata esplicitamente negativa; probabilmente, infatti, l’idea della Cina potrebbe essere quella di un’affermazione graduale, passando magari per l’occupazione militare di una delle isole satellite di Taiwan, come Dongsha o Pratas, e poi da là lanciare un attacco alla “Taipei Cinese”.

Un rischio, questo, al quale il Giappone, alleato stretto degli USA, dovrebbe prestare più attenzione, in quanto la vicinanza territoriale delle succitate isole potrebbe creare una situazione di tensione crescente.

La mancanza di una risposta esplicita alla presenza militare sull’antica Formosa, tuttavia, non implica che la Cina abbia deciso di prendere sottogamba le mosse USA: al G20 sul clima iniziato il 30 di Ottobre, infatti, il Presidente Cinese Xi Jinping non ha partecipato di presenza ma solo virtualmente, e ha delegato parole pesanti attraverso Wang Yi, il Ministro degli Esteri, il quale avrebbe affermato che “chi sarà alleato di Taiwan ne pagherà le conseguenze“.

I forti legami economici per ora presenti tra Cina e Stati Uniti e con gli altri stati dell’accordo Quad o dell’Unione Europea, impediscono allo stato attuale delle cose che si passi da una situazione di Guerra Fredda a una di guerra calda. Tuttavia, le manovre diplomatiche di apertura dell’Unione Europea verso Taiwan, un potenziale alleato finora lasciato nel dimenticatoio, e la pressione militare che la Cina sta portando avanti con lo sviluppo di nuove tecnologie militari, come i nuovi missili ipersonici di cui nessuno aveva avuto notizia prima dei recenti test, portano a una situazione sempre più precaria che potrebbe avere delle ripercussioni nel tempo, con una corda sempre più tesa che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.


Marco Cerniglia

Responsabile "Esteri". Amo i viaggi, la storia, la tecnologia, la letteratura e soprattutto la scrittura, la mia passione di sempre che pratico anche per diletto.

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