Juneteenth, la liberazione degli schiavi divenuta festa negli Stati Uniti

Condividi

Il 19 giugno si celebra il Juneteenth, la commemorazione della liberazione degli schiavi afroamericani nel 1865. Scopriamo l’evoluzione da tradizione popolare a festa federale.


Juneteenth, Emancipation Day o Juneteenth Independece Day, è la ricorrenza che si celebra ogni anno il 19 giugno nella giornata simbolo della fine della schiavitù negli Stati Uniti. Il nome nasce dall’unione delle parole “June”, mese di giugno, e “Ninenteenth”, diciannovesimo giorno.

La festa venne celebrata per la prima volta in Texas il 19 giugno del 1866, data in cui ricadeva il primo anniversario della “liberazione”: gli afroamericani, infatti, vennero a conoscenza dell’esistenza della Emancipation Proclamation solo due anni dopo la sua emanazione.

Ovviamente, il Juneteenth divenne fin da subito un appuntamento fondamentale per tutta la comunità afroamericana che, per onorare la giornata, svolgeva degli incontri di preghiera durante i quali tutti i partecipanti indossavano vestiti nuovi, simbolo di libertà. Nel corso del tempo, la ricorrenza partita dal Texas si diffuse anche negli altri stati entrando a fare parte della tradizione popolare e diventando poi festa federale.

Quest’anno, lo scorso 16 giugno 2021, il Congresso, con la successiva firma del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ha dichiarato il Juneteenth Independence Day festa federale. In Texas era già stata introdotta come festa nazionale nel 1980.

Il contesto storico dell’Emancipation Proclamation

L’Emancipation Proclamation venne emessa dal presidente Abraham Lincoln il 1° gennaio del 1863, durante la guerra civile americana, e comportò la liberazione di più di 3 milioni di schiavi che vivevano negli Stati Uniti. Gli afroamericani ridotti ai lavori pesanti, come detto sopra, verranno a conoscenza di questa legge solo due anni più tardi.

Il 19 giugno del 1865, il generale maggiore Gordon – facente parte della Union Army – arrivò a Galveston con più di 2 mila soldati annunciando la fine della schiavitù. Appena comunicarono la notizia fu subito un momento di festa con canti, balli, banchetti e preghiere di ringraziamento. 

Negli anni a seguire, molti ex schiavi furono soliti fare un pellegrinaggio a Galveston insieme ai figli e nipoti e nel 1872 un gruppo di uomini d’affari afroamericani acquistò un terreno per creare l’Emancipation Park, luogo destinato a diventare il ritrovo ufficiale delle manifestazioni del Juneteenth.

Nel corso del tempo, la tradizione è sempre stata portata avanti diventando un’occasione di riflessione e un momento educativo per confrontarsi sulla situazione difficile che ancora oggi la comunità nera vive negli Stati Uniti. Il clima di festa invade ugualmente tutti gli animi speranzosi di trovare giustizia e di potere vivere tranquillamente. 

Diventa, dunque, un’occasione per riunire le famiglie, per organizzare manifestazioni, spettacoli e festival che promuovono la cultura afroamericana.

Perché il Proclama di Emancipazione è stato tenuto nascosto?

L’Emancipation Proclamation non comportò l’eliminazione totale della schiavitù: il documento liberò apparentemente gli schiavi. Negli Stati del Nord, come il Missouri e il Delaware, la schiavitù era legale e gli afroamericani residenti in quei territori non possedevano i diritti previsti con il conferimento della cittadinanza americana.

Al Sud, il Proclama di Emancipazione venne promosso come incentivo per mettere fine alla guerra di secessione: se uno Stato avesse scelto di ritornare nell’Unione entro il 1° gennaio, la schiavitù sarebbe rimasta legale, nel caso contrario gli schiavi avrebbero avuto la libertà. L’escamotage non ebbe successo dato che nessuno Stato ritornò sotto l’egemonia di Lincoln, la cui autorità non veniva più riconosciuta.

Perché gli schiavi vennero a sapere di essere liberi solo due anni più tardi?

L’Emanation Proclamation venne emanata nel 1863 e non si ha una risposta certa che spieghi il ritardo nella diffusione della legge. Nel corso del tempo sono state esposte diverse ipotesi: si è pensato che gli schiavisti avessero nascosto di proposito la notizia per mantenere il controllo sugli afroamericani e che i messaggeri che vennero inviati dal governo centrale per divulgare la notizia fossero stati bloccati con la forza. Si è anche supposto che il governo federale avessero cospirato con i proprietari delle piantagioni per interessi economici.

Tutte le congetture avanzate non sono state né confutate né confermate lasciando il sospetto che probabilmente vi è una parte di verità comune che ha contribuito a tenere il segreto. Sicuramente l’aspetto più triste dell’intera vicenda è che si preferì continuare a lucrare su delle vite umane piuttosto che perdere capitale, convenienze e interessi.

Joe Biden e la firma per rendere il Juneteenth festa federale

Desiderosi di non vivere nel terrore e di non subire attacchi e discriminazioni razziali, i componenti della comunità afroamericana continuano a celebrare la “liberazione” dalla schiavitù a distanza di un secolo e mezzo. L’esigenza di convivere serenamente e di promuovere quell’integrazione tanto agognata ha incoraggiato diverse aziende a istituire un giorno di vacanza il 19 giugno.

Sulla scia di quanto fatto dagli enti privati e sintomo di una forte voglia di cambiamento, il Congresso e il Presidente degli Stati Uniti hanno stabilito che l’Emancipation Day diventasse festa federale. Un segnale che il neoeletto Joe Biden ha voluto lanciare, nei primi mesi del suo mandato, segnando di fatto la fine dell’era di Trump. Un atto politico necessario dopo le proteste avvenute a livello nazionale contro i comportamenti brutali della polizia che spesso sono degenerati in atti di violenza. 

Le tristi vicenda di George Floyd e Ahmaud Arbery, per citare qualche nome, hanno portato alla creazione del movimento Black Lives Matter, sostenuto anche da importanti nomi di personaggi molto in vista.

In conclusione, come ha affermato Biden nel discorso tenuto in occasione dell’istituzione del Juneteenth Independence Day, ogni popolo deve fare i conti con la propria storia senza ignorare i momenti più dolorosi che devono costituire un punto di svolta da cui ripartire. 


Immagine in copertina di Ted Eytan

Serena Mangiafridda

Ho sempre mille idee per la testa, mille sogni dentro al cuore e un sorriso contagioso, sono molto curiosa, sempre disposta a mettermi in gioco e a imparare.

error: Contenuto protetto