Blackwashing: prevenzione al razzismo o esagerazione buonista?

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Fa discutere la pratica del “blackwashing”, la tendenza ad assegnare ruoli in origine di bianchi e “occidentali” ad attori afroamericani o di altre etnie. Netflix, Prime, Disney, nessuno escluso dal fenomeno.


Si definisce blackwashing la pratica cinematografica che assegna ruoli, originariamente appartenenti a etnie occidentali, ad attori afroamericani. Nasce in contrapposizione al whitewashing, stratagemma attraverso cui i ruoli, originariamente appartenenti ad altre etnie, venivano assegnati ad attori bianchi per compiacere il pubblico occidentale. Tale bizzarria risultava parecchio grottesca; soprattutto quando era combinata allo stile di make-up, la cosiddetta “blackface”, ossia quando gli attori bianchi oltre a interpretare personaggi di altre etnie indossavano parrucche e si dipingevano il volto di nero, lasciando un’ampia area di pelle al naturale attorno alle labbra per simulare le fattezze africane. 

Esempi di whitewashing sono: Lawrence Oliver che recita Otello (il Moro di Venezia) nel film omonimo del 1965, o Mickey Rooney che interpreta un giapponese in Colazione da Tiffany del 1961. Per fortuna, negli anni ‘70, in seguito ai movimenti per i diritti civili questa consuetudine fu abbandonata.

Il cinema veicolo di valori politically correct

Passano gli anni ma dal passato si continua a non imparare. Per fronteggiare l’incalzante diffusione di sentimenti razzisti si è sentita la necessità nel mondo cinematografico di contribuire alla lotta contro le disuguaglianze fornendo nuovi modelli, fuori da ogni stereotipo, per educare alla differenza. Si inizia a parlare di fluidità del genere e di azzeramento delle differenze (si oserebbe dire, finalmente!). Se il mondo fosse perfetto infatti, la differenziazione fra i colori esisterebbe solo in lavanderia, per evitare che i capi bianchi diventino neri.

Purtroppo la terra non è perfetta. Per tale motivo, tutti coloro che affetti da “pazzia” sono portatori di principi come l’uguaglianza devono ancora trovare stratagemmi per insegnare che il colore della pelle è un fattore che contraddistingue, ma che non crea differenza. 

Tra gli strumenti della comunicazione sociale, il cinema, riconosciuto ormai da tutti come uno strumento molto diffuso e apprezzato, è divenuto mezzo attraverso il quale partono messaggi in grado di influenzare e condizionare le scelte del pubblico. La sua comunicazione è basata non tanto sulle parole, quanto su fatti concreti, espressi con immagini di grande impatto sugli spettatori e sul loro subconscio. Per tale ragione, oggi giorno, si è ritenuto importante dare rilievo a figure di diverso sesso, ma anche di diverso orientamento sessuale affinchè sia grandi che piccini possano trovare riferimenti diversi da quelli convenzionali. Secondo questo punto di vista, è possibile affermare che il  blackwashing è di certo un mezzo per favorire l’inclusività e adeguarsi a regole di politically correct sempre più attente.

Tuttavia, tale propensione porta con sé pro e contro. Una conseguenza di tutto ciò, come evidenzia la critica è la cosiddetta “cancel culture che mira a cancellare o censurare opere letterarie o cinematografiche del passato, in quanto ritenute portatrici di valori antagonisti al senso comune. Questo fenomeno ha scaturito molte polemiche poiché, per quanto i valori si evolvono e necessitano di essere supportati con tutti gli strumenti culturali a disposizione, applicarlo a vecchi film o serie tv rischia di essere quasi una forzatura. 

Un esempio eclatante è stato Via col vento tacciato di farsi portavoce di valori razzisti e Grease, il musical del 1978 accusato di essere sessista, eccessivamente bianco, misogino, omofobo e incitante allo stupro.

Tali esagerazioni potrebbero essere evitate poiché applicare regole così stringenti a film sviluppati in contesti socio-culturali diversi risulta ridicolo e in certi casi rischia di essere controproducente. Il rischio più grande è quello di contribuire a rendere gli stereotipi accentuati. Il tutto andrebbe piuttosto contestualizzato al periodo di riferimento proprio come rappresentazione della società o della cultura dell’epoca e certamente utilizzato per imparare dagli errori del passato.

Cancellare alcuni film, non cancellerà una mentalità portatrice di valori razzisti, sessisti e xenofobi: piuttosto bisognerebbe investire sull’educare a uno spirito critico capace di vedere un film dell’epoca, per criticarne i limiti sociali appartenenti al passato. 

Paradossalmente, si potrebbe essere così abituati e consapevoli del diverso che dovrebbe essere del tutto indifferente l’etnia, il genere o l’orientamento sessuale di un attore e considerare superfluo che ancora oggi si debbano utilizzare mezzi per spiegarci di non avere paura di un uomo solo perchè ha la pelle di diverso colore.

Netflix e Prime e la “blackwashing mania”

Gli esempi su Netflix e Prime della “blackwashing mania” sono infiniti e rischiano di abusare del politically correct, facendo il gioco di chi, con la scusa del “si rispettano troppo le diversità altrui per non offendere”, chiederà di tornare indietro, di ripristinare discriminazioni, paletti e restrizioni che abbiamo faticato ad abbattere.

Vediamone un po’: partiamo dalle serie Troy-Fall Of A City dove per evitare polemiche su diversità e inclusione, Netflix ha scelto di assegnare i ruoli di Achille, Patroclo e Zeus ad attori neri, scatenando subito un polverone sugli eccessi del politically correct poichè storicamente inverosimile; stessa cosa accade in Bridgerton, serie uscita lo scorso autunno dove l’alta società è popolata da una serie di personaggi neri, tra cui una regina: la regina Charlotte. 

Uguale sorte per la famiglia Colby in Dynasty (celebre soap opera degli anni ’80) e un altro esempio lo troviamo in Titans, basata su un fumetto della DC Comics dove il personaggio di Starfire, una guerriera aliena, viene interpretato da un’attrice americano/senegalese. Il caso più emblematico è divenuto Lupin, serie di grande successo dove il famoso ladro Lupin è interpretato da un attore nero. Netflix, per evitare accuse di blackwashing, ha spiegato che la trama voleva essere un reboot del celebre Lupin.

Questi esempi riguardano il mondo Netflix, ma numerosissimi sono anche i personaggi del grande schermo: Ariel nel live action Disney, Catwoman nel film con Halle Barry, Domino in Deadpool 2, Ginevra nella serie Merlin, la torcia umana ne I fantastici quattro del 2015, Mary Jane nello Spider Man del 2017. 

La lista sarebbe lunghissima, ma serve solo a far capire come i personaggi stiano lentamente cambiando. Bisognerebbe ragionare su quanto questo possa essere pericoloso e quanto, da strumento di inclusività, possa divenire mezzo portatore di nuovi sentimenti razzisti proprio perchè è una pratica discriminante tanto quanto il discusso whitewashing.

La tutela cinematografica va ben oltre la differenza di etnia. Su Prime a settembre arriva Cinderella che vede protagonista Camila Cabello, attrice cubana statunitense che debutterà al cinema proprio con questa pellicola e che darà il suo contributo anche per la colonna sonora del film, accompagnata da una fata madrina genderless interpretata da Billy Porter. 

«I bambini sono pronti» ha detto Porter, «sono gli adulti che hanno bisogno di tempo». Le prime immagini inedite dell’attore, nelle vesti di Fab G., sono state pubblicate da Entertainment Weekly. Billy Porter indossa un estroso vestito arancione, con paillettes, dando vita a un personaggio che abbandona totalmente la distinzione tra maschile e femminile, verso quella che viene definita “fluidità di genere”.

La critica, legata al passato – per non dire bigotta – afferma che ciò mostra di non avere compreso a fondo i valori archetipici delle fiabe e che tutto ciò è una forma elementare di indottrinamento dei più piccoli per inculcare in loro il nuovo “catechismo LGBT”. Indignati dalla fata madrina impersonata da uomo nero gay, in molti potrebbero restare sbalorditi scoprendo che sono legati a un immaginario Disney del tutto lontano dai racconti letterari reali ai quali si ispira.

Blackwashing e cancel culture: neppure la Disney sfugge alle critiche

Il debutto Disney sullo schermo in black avviene nel 2019 con La Sirenetta che nella nuova edizione viene rappresentata da un’afroamericana: ed è subito polemica. Disney non è estranea a questo fenomeno ed era già stata coinvolta in passato in altre polemiche di questo tipo, tanto che su Disney+ sono stati inseriti “disclaimer” prima di alcuni film, in cui si spiega come questi contengano degli stereotipi su popolazioni e culture minori.

In Regno Unito, pellicole come Dumbo, Gli Aristogatti e Peter Pan sono state vietate. Nel film Dumbo del 1940 la scena incriminata sarebbe quella dei corvi, intorno alla fine del film, in quanto i corvi sarebbero uno stereotipo delle persone nere. In Le avventure di Peter Pan, del 1953, la popolazione indiana dell’Isola Che Non C’è sarebbe rappresentata in modo stereotipato e discriminatorio. Per quanto riguarda Gli Aristogatti, film del 1970, un gatto dai lineamenti asiatici sarebbe rappresentato con delle bacchette cinesi in modo caricaturale. Ma la domanda è lecita: quanto tutto ciò è un’esagerazione?

Prima del classico lieto fine esistevano storie crude e terribili tramandate negli anni, dove a dominare erano il sangue, la vendetta e la morte. Giambattista Basile, Charles Perrault, Hans Christian Andersen o i fratelli Grimm preferivano scrivere un racconto inquietante piuttosto che una storia romantica. 

Cenerentola racchiude segreti raccapriccianti, la Bella Addormentata non si sveglia come nel mondo Disney; vi siete mai chiesti perchè i Bimbi Sperduti di Peter Pan non sono cresciuti? E sapete del suicidio della Sirenetta? Dietro le fiabe che noi tutti conosciamo ci sono racconti ben diversi da quelli che poi sono stati portati sullo schermo, pertanto perché indignarsi tanto se la sirenetta cambia etnia? È pur sempre un personaggio di fantasia e se ciò può portare i piccini a crescere con maggiore accettazione del diverso, che ben venga.

Certamente si potrebbe anche pensare di creare nuovi racconti invece di stravolgere ancora quelli del passato. Il tema delle favole antiche è stato discusso dalla scrittrice Barbara Fiorio. Nel suo libro, Qualcosa di vero, ha cercato di recuperare il patrimonio fiabesco tradizionale evidenziando come le favole classiche possono sconfiggere le paure moderne e sottolineando, inoltre, come la classica visione “disneyana” quasi stereotipata delle fiabe riadattate in cartoni animati, ci discosta da quella che è la versione originale della storia. Pertanto non c’è da allarmarsi troppo se la Disney continua ad allontanarsi dal racconto originario, purché ciò sia davvero fatto in un’ottica di maggiore inclusività.

Risulta lecito pensare che questi siano problemi riguardanti gli adulti poichè i bambini sono molto più furbi di loro e ameranno ugualmente il personaggio, a prescindere dal fatto che sia bianco o nero, poichè non sarà di certo il colore della pelle a farlo sembrare un eroe forte e talentuoso, una principessa bellissima o un personaggio divertente.

Tradizione e tradizionalismo 

Marcello Veneziani, filosofo contemporaneo, differenzia la “tradizione” dal “tradizionalismo” dando una sua opinione riguardo la nuova Sirenetta. Vede la tradizione come un senso di  continuità coerente e il tradizionalismo come un ostinato comportamento conservatore. 

Scartando a priori tutti coloro che non hanno gradito Halle Bailey per la sua etnia – in quanto si tratta semplicemente di una critica sterile – restano comunque gli appassionati Disney che probabilmente sono semplicemente legati all’atmosfera più classica. Ma a suscitare le critiche è l’azione in sé di blackwashing in quanto, se si giudica il whitewashing un fenomeno razzista e sottomesso a un pubblico composto da bianchi, anche le speculazioni opposte lo sono.

A preoccupare, però, non è solo la promulgazione di temi a difesa di altre etnie, ma anche la “pericolosissima” propaganda gender. Molte petizioni sono apparse sul web, di cui l’ultima è intitolata “Firma contro l’indottrinamento gender dei bambini targato Disney“. Forse Disney sta cercando di “indottrinare” i bambini? Probabile. Forse, invece, sta semplicemente spiegando loro che siamo tutti uguali, tutti ugualmente importanti e tutti dello stesso valore.

Probabilmente il messaggio del quale vuole farsi portavoce è che non importa se il protagonista sia gay o etero, bianco o nero; restano le sue gesta e i suoi comportamenti giusti e leali per un futuro in cui siamo tutti uguali. Se così fosse, noi “pazzi” che crediamo fortemente nell’uguaglianza saremmo davvero felici.


Simona Di Gregorio

Grazie allo sport ho scoperto che l’unione fa davvero la forza. Qual è la frase che mi rappresenta? "Insisti, resisti, raggiungi e conquisti" (Trilussa).

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