Educazione di genere, un antidoto contro le discriminazioni

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Fatica ad affermarsi nel dibattito pubblico, ma l’educazione di genere è un potente mezzo per la lotta alle disuguaglianze e alle discriminazioni di genere.


Nell’ultimo anno si sono rincorse sempre con maggiore frequenza e intensità notizie di violenze, fisiche e psicologiche, perpetrate ai danni delle donne tanto da far parlare di “pandemia nella pandemia” consumatasi silenziosamente all’interno delle mura domestiche, le stesse che avrebbero dovuto offrire loro protezione e conforto. Ma non è, di certo, l’unica forma di violenza che ha visto crescere la sua incidenza.

Con essa, episodi di misoginia, sessismo e omofobia, soprattutto sui social, sono pressoché diventati una costante giornaliera. A fronte di una simile escalation di violenza, le istituzioni sembrano interrogarsi quasi esclusivamente sulle possibili strategie di contrasto piuttosto che su misure di prevenzione che possano effettivamente frenarne l’insorgenza.

La violenza di genere è un problema, prima di tutto, di natura culturale che affonda le sue origini in quel sistema patriarcale, ancora così difficile da estirpare, al quale tutti, più o meno, sono assoggettati e di cui, anche involontariamente, subiscono ancora pesantemente l’influenza. Tale sistema favorisce il riprodursi delle disuguaglianze secondo una rigida differenziazione dei ruoli tra uomo e donna che, come considera Michela Murgia nel suo ultimo libro Stai zitta, dipinge la donna socialmente gradita come una donna silenziosa, asservita all’uomo e relegata ai compiti di cura. Una siffatta cultura condiziona l’uso del linguaggio, interpersonale e mediatico, si ripercuote nel modo in cui uomini e donne si relazionano ed è complice del basso tasso di occupazione femminile. A ciò si aggiunga che tale sistema si riflette nelle scelte e nelle strategie del decisore pubblico, sempre più lontane dalle reali esigenze di determinate categorie di persone.

È allora da queste considerazioni che bisogna muovere per riuscire a comprendere in che modo si possa sradicare questa cultura patriarcale e porre le basi per una società più equa e libera da stereotipi, pregiudizi e discriminazioni di genere. La soluzione non può che passare dall’educazione di genere impartita fin dalla più tenera età quando ha origine il processo di formazione e sviluppo dell’identità di genere di ciascuno.

Abbiamo discusso della sua importanza, del modo in cui la scuola e le istituzioni possono farsene promotori e del suo ruolo nell’abbattimento del cosiddetto “soffitto di cristallo” con Anna Scapocchin, sociologa, ricercatrice e formatrice specializzata in studi di genere e gestione del cambiamento sociale. 

Partendo dalle finalità, l’esperta spiega quanto l’educazione di genere sia essenziale ai fini della valorizzazione delle differenze e della decostruzione degli stereotipi di genere. Infatti, educare al genere fornisce quegli strumenti che permettono di lavorare sulle aspettative sociali legate ai ruoli, sulle rappresentazioni stereotipate di uomini e donne e sulla costruzione di una consapevolezza della disparità sociale di genere presente nella nostra società e dunque, permette di prendere atto dell’esistenza di una gerarchia di potere che vede la donna come naturalmente subordinata all’uomo.

Affinchè questo processo dia i giusti risultati, è necessario agire fin dalla prima infanzia quando ciascuna bambina e ciascun bambino sviluppano la propria identità di genere, intesa come parte dell’identità personale che ognuno acquisisce e costruisce per mezzo del processo di socializzazione. Nelle parole della sociologa Elisabetta Ruspini, tale processo è il risultato della percezione che ognuno elabora di sé e del proprio comportamento, il riconoscimento delle implicazioni che l’appartenenza all’uno o all’altro sesso comporta in termini di sviluppo di atteggiamenti e comportamenti che siano più o meno conformi alle aspettative sociali e culturali.

Sebbene i benefici dell’educazione di genere sembrino innumerevoli, il tema delle differenze di genere, prosegue l’esperta, è stato spesso trascurato, se non addirittura ignorato, in ambito educativo almeno fino allo scoppio delle polemiche legate alla diffusione della cosiddetta «ideologia del gender». Secondo le argomentazioni sostenute dai fautori della campagna anti-gender, per lo più esponenti delle destre ultracattoliche, la promozione dell’educazione di genere condurrebbe a una destrutturazione della famiglia tradizionale e favorirebbe la diffusione dell’omosessualità.

Purtroppo tale campagna di disinformazione ha contribuito alla diffusione di un clima di ostilità e pericolosità sociale, inducendo a guardare con diffidenza simili temi e ignorando, invece, che educare alle differenze significa da un lato, respingere l’idea dell’identità come qualcosa di predestinato anziché una scelta e dall’altro, educare le giovani generazioni a relazioni quanto più possibile paritarie e inclusive.

A differenza di quanto qualcuno voglia far credere, l’educazione di genere non impone ai giovani alcun cambiamento, ma li rende protagonisti nella costruzione della propria identità e fa sì che esse rispettino le scelte e le identità degli altri, anche se diverse. 

Come più volte ripreso dall’esperta, l’educazione di genere implica un costante mettersi in gioco e un porre in discussione tutto ciò che si è stati abituati a osservare passivamente e a riprodurre senza mai chiedersi il motivo ma semplicemente perché imposto o ritenuto conforme dalla società e dalla cultura dominante. È forse proprio questo il motivo di così tante resistenze tanto nell’ambiente istituzionale quanto nelle famiglie? 

D’altronde, è proprio nei primi anni di vita che i bambini iniziano a maturare la convinzione che il mondo sia diviso in maschi e femmine e che la società si aspetta da loro comportamenti, atteggiamenti e scelte diverse in ragione del loro sesso. Ed è proprio in questa direzione che i genitori agiscono ogniqualvolta si verifica una deviazione dal percorso precostituito. Basti pensare alla differenziazione dei giocattoli destinati alle bambine e quelli destinati ai bambini, ripresa ed enfatizzata anche nelle pubblicità. Non solo, la scuola tende a istituzionalizzare questo sistema di disuguaglianze incentivando, ad esempio, percorsi di studio differenziati con le materie umanistiche considerate più adatte alle bambine e le materie scientifiche ai bambini. Se si passano poi in rassegna i libri scolastici, non si può non constatare la presenza di frasi che perpetuano stereotipi di genere, poi interiorizzati dai bambini. L’educazione di genere mira proprio a decostruire il modello binario di genere socialmente e universalmente accettato e al contrario, rende ciascuno consapevole dell’esistenza di modelli alternativi.

Alla luce di simili considerazioni, si comprende bene l’importanza dell’educazione di genere da promuovere nelle agenzie formative. Anzitutto, occorre considerare l’impatto del linguaggio sull’educazione di genere. Nonostante l’uso che ancora oggi se ne faccia tende a riprodurre una gerarchia di potere in cui le donne diventano pressoché invisibili, l’esperta si dice convinta che il linguaggio possa diventare strumento di parità e di inclusività. È certamente un percorso pieno di resistenze, ma educare al genere significa anche educare a un uso inclusivo della lingua (e viceversa), sviluppando così una nuova coscienza sociale, culturale, linguistica e di genere. Inoltre, operare scelte linguistiche appropriate e non discriminatorie, paritarie e inclusive, consente di passare da uno spesso strumentalizzato politicamente corretto a un personalmente corretto, dove la lingua diventa mezzo e strumento che si fa carico e cura del rispetto delle differenze e dei diritti delle soggettività.

L’educazione di genere avrebbe un ruolo strategico nell’accesso delle ragazze alle materie STEM, superando la tradizionale segregazione formativa di genere grazie alla promozione di una cultura della parità e della non discriminazione. In Italia sussiste un’elevata segregazione formativa cui fa eccezione soltanto il liceo scientifico in cui si registra un’equa distribuzione di ragazze e ragazzi.

Ma c’è un altro elemento su cui, secondo l’esperta, è necessario soffermarsi ma che spesso è trascurato e riguarda la bassissima percentuale di maschi negli indirizzi umanistici e sociali e quindi, di conseguenza nelle professioni di cura e assistenziali. Fino a quando non si agirà in questa direzione, i compiti di cura continueranno a essere considerati appannaggio esclusivo delle donne.

Alla domanda “quali sono le iniziative da portare avanti nel perseguimento di un’adeguata educazione di genere”, la dott.ssa Scapocchin sembra non avere dubbi. Consapevole che il tema della parità di genere stenti ad affermarsi nell’agenda istituzionale, l’esperta auspica adeguati investimenti, attività di programmazione e pianificazione che garantiscano la giusta continuità agli obiettivi dell’educazione di genere. Tutte le agenzie formative devono farsi carico in maniera attenta dell’educazione di genere affinché quest’ultima assurga a un punto di vista da cui guardare il mondo, rapportarsi con le persone, compiere scelte consapevoli per il futuro. 


Immagine in copertina di US Department of Education

Mimma Randazzo

Appassionata del diritto in tutte le sue forme. Strenua sostenitrice dei diritti umani, trascorro il mio tempo libero studiando e scrivendo di diritti delle donne e di parità di genere.

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