Contenuti Disney dannosi: esagerazione o eccessiva prudenza?

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Dopo Via col vento e Grease, il “politicamente corretto” investe anche alcuni classici di animazione Disney: esagerazione o eccessiva prudenza?


Alcune settimane fa ha fatto scalpore la notizia che la Disney avrebbe censurato alcuni suoi classici, a causa di contenuti giudicati razzisti e stereotipati, e quindi dannosi per i più piccoli. La prima reazione non può che essere di stupore e di incredulità (sarebbe proprio il caso di esclamare quella famosa frase pronunciata da un noto politico italiano, ormai diventata virale): come possono i cartoni animati Disney, che accompagnano l’infanzia dal 1937 (anno di uscita di Biancaneve), emblema dell’innocenza infantile, una vera garanzia di candore e soprattutto sicurezza per i genitori, venire censurati per contenuti scomodi?

A quanto pare nell’occhio del ciclone sono finiti grandi pellicole d’animazione che hanno caratterizzato l’infanzia di intere generazioni, come Gli Aristogatti, Peter Pan e Dumbo

La scena incriminata del cartone che narra le avventure del gatto Romeo e della gattina Duchessa sarebbe quella del concerto jazz, dove il gatto siamese viene rappresentato con denti sporgenti nell’atto di suonare il pianoforte con le bacchette: gesto considerato caricaturale, e quindi una presa in giro nei confronti delle popolazioni orientali; in Peter Pan la scena “razzista” sarebbe quella degli indiani nell’Isola che non c’è; nella storia dell’elefantino dalle orecchie grandi il problema sarebbe un numero musicale riguardante gli schiavi afroamericani del Sud degli Stati Uniti.

Al di là dei casi specifici, è necessario fare una precisazione: in verità le pellicole suddette non sono state propriamente censurate, nessuna scena è stata eliminata, né tanto meno viene fatto divieto assoluto di trasmettere le pellicole. 

Più semplicemente nella piattaforma streaming Disney+ questi classici non verranno suggeriti ai più piccoli, in particolare ai minori di sette anni, in attuazione del cosiddetto “parental control”, funzione che permette di limitare alcuni contenuti considerati non adatti per una determinata fascia di età.

I film restano disponibili, ma vengono accompagnati da un disclaimer: «Questo programma include rappresentazioni negative e/o denigra popolazioni o culture. Questi stereotipi erano sbagliati allora e lo sono ancora. Piuttosto che rimuovere questo contenuto vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da esso e stimolare il dibattito per creare insieme un futuro più inclusivo».

Nessuna censura, dunque, solo una riflessione e un’attenzione maggiore per alcuni temi, quale quello del razzismo, che soprattutto negli ultimi tempi, dopo il caso George Floyd, è tornato all’attenzione dell’opinione pubblica.

Ma una precisazione del genere era davvero necessaria? O si è trattato solo di un tentativo di “ripulire” l’immagine di una casa come la Disney che da sempre è il punto di riferimento per il pubblico più delicato che ci sia, cioè quello dei bambini? Il confine tra eccessiva prudenza e revisionismo storico è abbastanza labile.

Sì, perché non si deve dimenticare che ogni prodotto culturale, che sia esso artistico, cinematografico, letterario, è figlio del proprio tempo: forse, piuttosto che precisare la presenza di contenuti “dannosi”. Ciò che bisognerebbe fare è, banalmente, contestualizzare la pellicola, inserirla nel momento storico corrispondente, e quindi spiegarla se necessario, anche ai più piccoli come accade nel caso dei cartoni.

Dumbo è del 1941, Peter Pan del 1953, Gli Aristogatti del 1970: non è difficile intuire come quegli anni fossero molto diversi da quelli attuali; e mai fare l’errore di guardare al passato con gli occhi del presente

Così facendo, nessun prodotto culturale in senso ampio ne uscirebbe indenne: film, opere d’arte, opere letterarie; e si rischierebbe di voler censurare pellicole come Grease (1978), giudicato sessista, misogino e con scene che istigano allo stupro, o il grande classico Via col vento (1939), sempre per questioni di discriminazioni di genere (ma ricordiamo che l’attrice Hattie McDaniel che interpreta la Mami fu la prima afroamericana a vincere l’Oscar come miglior attrice non protagonista), di razzismo e di stereotipi.

Ma abbiamo davvero bisogno di questo? O abbiamo semplicemente bisogno di crescere analizzando il passato e contestualizzandolo, e cercare di sottolineare le differenze e i progressi sociali (quando ci sono)? Allora si dovrebbero censurare tutti i poemi epici, dall’Iliade all’Odissea, passando per l’Eneide, per ogni riferimento all’inferiorità della donna, alla supremazia maschile, alla distruzione dello straniero e del “diverso” in generale. 

Il passato è storia, i prodotti culturali sono in linea con il periodo storico in cui nascono, e non si devono cancellare o alterare, bensì studiare: di sicuro tra cento anni saranno i nostri tempi a essere malvisti nel futuro, probabilmente un nuovo Medioevo (e di questo ce ne accorgiamo anche noi stessi che questi tempi li stiamo vivendo), con tutte le loro contraddizioni e ipocrisie, ma ciò non potrà essere un motivo valido per distruggerli.

Silvia Scalisi

Segretario di Eco Internazionale. Laureata in Giurisprudenza, alla passione per il diritto associo quella per la letteratura, il cinema e la musica.

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