L’inadeguatezza della Tv generalista e lo scudo del politicamente corretto

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Mentre polemiche e cadute di stile infiammano i social (fin quando è “trend”), che ruolo ricopre davvero, in televisione, il politicamente corretto?


Le ultime settimane hanno fornito all’opinione pubblica un buon numero di spunti per dibattere su temi diversi ma che hanno a che fare tutti con l’utilizzo delle parole. Da Pio e Amedeo, a Fedez, passando per Propaganda Live, al bacio di Biancaneve, il punto è come vengono utilizzate le parole in un contesto pubblico e quanto sia adeguata la comunicazione mainstream.

Una delle differenze principali tra le piattaforme digitali, come i social media, e i canali di informazione tradizionali «a senso unico», come la televisione, la radio e i principali quotidiani, è che il consumatore di notizie non è più un «ricevitore passivo». Le reazioni ai post sui social, le ricerche e le condivisioni dei contenuti agiscono come feedback immediato in grado di orientare l’offerta per il consumatore di notizie e sono in grado di scatenare dibattiti accesissimi su questioni che un tempo sarebbero passate sotto traccia.

politicamente corretto computer utente

Da qui parte uno dei grandi dibattiti dei nostri tempi: la famosa “dittatura” della cancel culture. Per “cancel culture”, traducibile con “cultura della cancellazione”, negli Stati Uniti e in generale nel mondo anglosassone, si intende quel fenomeno per cui gruppi di persone esercitano pressioni su un datore di lavoro, committente, collaboratore o socio perché punisca o interrompa i rapporti con un dipendente o un partner professionale per via di certe cose che ha fatto, detto o scritto, spesso attraverso i canali social. Oggi il termine spesso viene fatto coincidere con quello di “politicamente corretto nel dibattito pubblico, pur non essendo in realtà del tutto sovrapponibili. 

Visto che basta leggerne la definizione, possiamo spoilerare la risposta all’annosa domanda che ci affligge da settimane: in Italia c’è davvero una dittatura della cancel culture o del politicamente corretto? Decisamente no. In realtà, la vera questione che emerge è che sono soprattutto i mezzi di comunicazione tradizionali che fanno fatica ad avere un ragionamento e un linguaggio più consapevole.

Gli ultimi campioni di incassi (di interazioni)

Sui motivi per cui Pio e Amedeo si siano sentiti mutilati nella loro capacità di fare ironia a causa del fatto che «in Italia non si può più dire niente» si sono versati fiumi di inchiostro. Forse non serve aggiungere molto altro, tranne il fatto che se hanno rivendicato il diritto di utilizzare dei termini offensivi per appellare delle categorie discriminate sulla rete ammiraglia dei canali Mediaset, in una prima serata, vuol dire che in Italia invece si può continuare a dire, dalle proprie posizioni privilegiate, come deve sentirsi chi di questi privilegi non gode e viene per questo discriminato. 

Andiamo a Fedez. Anche qui è nata una grossa polemica sulle parole del rapper a favore del Ddl Zan durante il concertone del primo maggio. Il cantante ha parlato di «tentativo di censura preventiva» da parte della Rai per aver citato nel suo discorso alcuni esponenti della Lega che si erano espressi sul tema dell’omofobia in maniera a dir poco discutibile. Nei fatti poi la censura non c’è stata, ma qualche pressione affinché il testo proposto da Fedez venisse smussato, specialmente nella parte in cui venivano fatti nomi e cognomi, sì. 

Tra smentite e pubblicazioni delle telefonate intercorse tra cantante e organizzatori, più che indignarsi viene quasi da sorridere che mamma Rai abbia avuto una gestione così maldestra della vicenda. Anche qui un dubbio però sorge: sarà che è più semplice nella televisione italiana difendere la libertà dei tanti e dei forti che sostenere i diritti dei deboli e dei pochi?

Il caso Jebreal e Propaganda Live

Nell’ultima settimana invece è giunto un altro caso mediatico interessante, forse quello che può spingere a maggiore riflessione: Rula Jebreal, giornalista di origine palestinese, rifiuta l’invito a partecipare a Propaganda Live contestando il fatto di essere l’unica donna tra gli ospiti della serata. 

Una levata di scudi si solleva nei confronti di Diego Bianchi e della trasmissione che è davvero l’unica della tv generalista che racconta con efficacia molti dei temi cari alla sinistra e molte delle marginalità di cui nessuno parla. Anche qui la scure del politicamente corretto sembra essersi sollevata, stavolta per mietere teste proprio a sinistra, dove i temi dell’inclusività di genere dovrebbero essere di casa.

La toppa che ha provato a metterci Bianchi è stata decisamente peggio del buco. La risposta, più simile a quella che avrebbe dato Pippo Baudo, piuttosto che un conduttore attento a certi temi e con una maggiore dimestichezza con i social, ha scatenato ulteriori polemiche. 

Obiettivamente non serviva aver letto tutta la bibliografia femminista per rendersi conto che se rivendichi la scelta di invitare gli ospiti «in base alla competenza e non al sesso», ti attirerai gli strali di chi a rigor di logica sottolineerà che è come affermare implicitamente che l’altra metà della popolazione italiana, quella femminile, non è altrettanto competente. A maggior ragione se l’altro giornalista ospite della serata, Michele Serra – a cui sono state rivolte un paio di domande tappa buchi sul conflitto israelo-palestinese di cui si sarebbe dibattuto con Jebreal – non ha mostrato particolari competenze sul tema poiché, per sua stessa ammissione, vi si è sempre avvicinato con ritrosia.

Se poi la giustificazione di Bianchi prosegue adottando un pizzico di quell’atteggiamento da “mansplainer” (da mansplaining, l’atteggiamento paternalistico di alcuni uomini quando spiegano a una donna qualcosa di ovvio, oppure qualcosa di cui lei è esperta, perché pensano di saperne sempre e comunque più di lei oppure che lei non capisca davvero), tipico del maschio bianco, trasversale ma ancor più irritante nell’esemplare di sinistra che in quello di destra, la frittata è fatta. 

Lo spirito dei nostri tempi, non in Tv

Il recap di questo intenso mese di polemiche sul politicamente corretto tutto sommato però può essere utile. Può servire a riflettere sul fatto che i mezzi di comunicazione tradizionale, in maniera trasversale, spesso sono incapaci di incarnare lo spirito dei nostri tempi e di problematizzarsi. 

La società è complessa e questa complessità deve essere rappresentata anche all’interno dei media che ancora oggi contribuiscono in larga parte a definire l’immaginario collettivo. Uno dei principali strumenti attraverso il quale questo avviene sono le parole. Lo dice benissimo Zerocalcare nel suo fumetto pubblicato sull’ultimo numero di Internazionale.

Ci sono professioni che hanno a che fare con il linguaggio e l’immaginario e le parole sono il loro strumento di lavoro. Questa attenzione nell’utilizzo delle parole deve essere occasione per riflettere e spezzare «gli automatismi, i “si fa così perché si è sempre fatto così”, che nutrono lo status quo che fanno da tappo a ogni possibile cambiamento in un momento della storia in cui c’è un sacco di gente che si è stufata di stare dalla parte sbagliata di quel tappo». Tappo che però la comunicazione mainstream rischierà di farsi saltare dritto sullo schermo.

Foto in copertina schmilblick


Antinea Pasta

Sono una persona aperta, disponibile all’ascolto, offro il mio sguardo curioso ma sempre fedele alle mie idee, a volte cinico e un po’ sarcastico, a chi avrà voglia di leggere ciò che scrivo.

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