I diritti umani nell’ultimo decennio

Il decennio che si è appena concluso ci ha permesso di affrontare riflessioni profonde sul mondo dei diritti umani, messi duramente alla prova da guerre, crisi migratorie, genocidi, ideologie e politiche illiberali. Tra chi ha avuto il coraggio e la forza di parlare e chi invece ci ha lasciato, il rispetto per i diritti umani, anima ancora attivisti così come interi popoli, pronti a non rinunciare a quei diritti enunciati dalle carte internazionalmente riconosciute. Certi di tralasciare tappe e personaggi di rilievo, nei dieci punti che seguono, intraprenderemo una panoramica generale degli eventi, delle leggi e dei personaggi che più hanno caratterizzato questo decennio.

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La morte di Nelson Mandela. “Madiba” è stato sicuramente una figura di enorme riferimento per tutti i difensori dei diritti umani in ogni angolo del mondo; non tanto del decennio passato, quanto più per il secolo scorso. È comunque doveroso omaggiare questo grande uomo scomparso proprio nell’ultimo decennio, più precisamente il 5 dicembre 2013. Grande antagonista dell’apartheid, attivista per i diritti civili ed avvocato, Mandela è stato incarcerato per ben 27 anni a causa della sua strenua lotta contro la segregazione razziale vigente in Sudafrica nella seconda metà del ‘900. Egli fu il grande promotore del processo di pacificazione e riconciliazione del Paese. Nel 1993 gli è stato conferito il Premio Nobel per la Pace, mentre un anno più tardi, nel 1994, è divenuto il primo Presidente non bianco del Sudafrica.

Il coraggio di Malala Yousafzai. Da tempo impegnata per il rispetto e la tutela dei diritti civili e per il diritto all’istruzione delle donne nei Paesi islamici. La sua battaglia ha inizio nel 2009 quando inizia a scrivere un diario dedicato al racconto dei roghi delle scuole femminili da parte dei talebani. Questo diario fu trasformato in un blog da parte della BBC raggiungendo la popolarità mondiale. A causa della sua notorietà, nel 2012, mentre si recava a scuola, venne ferita dai fondamentalisti talebani con un colpo di pistola alla testa. Malala, curata in Gran Bretagna, si salverà e diventerà un simbolo di lotta e resistenza ammirato in tutto il mondo. Nel2014, all’età di 17 anni, riceve il Premio Nobel per la Pace.

L’assassinio di Marielle Franco. A Rio de Janeiro, nella notte tra il 14 ed il 15 marzo del 2018, veniva uccisa brutalmente l’attivista brasiliana, militante fondamentale nella difesa e tutela dei diritti delle donne nere, dei giovani svantaggiati delle periferie e della comunità LGBTI. Marielle Franco è stata assassinata assieme al suo autista, dopo aver denunciato i gravi crimini ed i soprusi che avvenivano, e tutt’ora avvengono, all’interno delle favelas brasiliane. Sempre in prima linea nel denunciare le esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze dell’ordine brasiliane, nel 2016 era stata eletta al Consiglio Comunale di Rio de Janeiro.

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I diritti LGBTI – I diritti delle comunità LGBTI costituiscono uno degli argomenti più dibattuti dell’ultimo decennio. Se da un lato, famiglie di coppie omosessuali si vedono riconoscere – gradualmente – i loro diritti, dall’altro, in molti Paesi del mondo, l’omosessualità continua a rimanere illegale. In Europa e in America la situazione sembra lentamente migliorare, come in Italia, dove sono state regolamentate le unioni civili nel 2016 con la legge Cirinnà. In Africa invece, l’omosessualità rimane ancora generalmente illegale, così come in Asia. L’India ha depenalizzato l’omosessualità nel 2018, e Taiwan è stato il primo stato asiatico a legalizzare, nel 2019, i matrimoni tra persone dello stesso sesso.

I diritti delle donne. Abusi, stalking, molestie; nel mondo una donna su tre è vittima di violenza. Quello sulla violenza contro le donne è un problema complesso e dilagante. Tuttavia, per contrastare il fenomeno, si sta assistendo ad un ampliamento delle leggi a tutela dei diritti delle donne. Un esempio è la recente Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. Quest’ultima, con i suoi 81 articoli, si basa sugli obiettivi delle “quattro P”: prevenzione, protezione e aiuto alle vittime, procedimento contro i colpevoli e politiche integrate. La Convenzione, infatti, non cerca soltanto di punire forme di violenza, ma punta all’uguaglianza di genere nonché all’adozione, da parte degli Stati, di misure idonee ad eliminare il fenomeno.

I campi di detenzione in Cina – Dal 2017 in Cina si è registrato un boom nel campo edilizio che ha portato alla luce l’esistenza circa 180 strutture nella provincia dello Xinjiang: si tratta di campi di detenzione costruiti per internare gli appartenenti alla religione musulmana con l’obiettivo di rieducarli e de-radicalizzarli. Questo trattamento è riservato in particolare agli Uiguri, minoranza di origine turcofona, e i kazaki che vivono al nord della Cina. Dalle testimonianze raccolte da Amnesty International, i prigionieri subiscono punizioni fisiche, percosse e sono costretti a studiare i principi del Partito Comunista attraverso vere e proprie sessioni di lavaggio del cervello. L’obiettivo dei campi di detenzione è estirpare l’identità musulmana.

I morti nel mar Mediterraneo – Questi ultimi dieci anni sono stati segnati da forti flussi migratori verso l’Europa via mare e via terra per raggiungere il continente europeo. La maggior parte dei migranti che attraversano il mar Mediterraneo su imbarcazioni di fortuna, come vecchi pescherecci o gommoni, partono dalla Libia dove ormai è nota l’esistenza dei campi di detenzione controllati dalle milizie libiche. Dal 2013 al settembre 2019 sono oltre 19 mila i migranti morti e dispersi nel Mediterraneo. È doveroso sottolineare che l’attraversamento in mare è l’ultima parte del lungo cammino che i migranti compiono attraverso il continente africano per scappare da guerre e carestie presenti nei loro paesi di origine. Il diritto internazionale, impone determinati obblighi agli Stati (compresi gli Stati europei), quali quello di prestare soccorso in mare, di far sbarcare i migranti nel primo porto sicuro o di non riportarli in luoghi in cui la loro vita sarebbe in pericolo. Tuttavia, la maggior parte dei governi europei, non ottempera a tali obblighi.

I migranti lungo la rotta dei Balcani – I migranti che tentano di raggiungere il Nord Europa via terra prediligono la cosiddetta rotta balcanica; nel 2015 più di 860mila persone provenienti da Siria e Afghanistan hanno attraversato Grecia, Macedonia o in alternativa Bulgaria, Serbia e Ungheria. Come la rotta nel mediterraneo, questa non è priva di controllo da parte di organizzazioni criminali che guadagnano sulla vita di chi tenta di costruirsi una vita migliore. Nella via, sono tristemente famosi i respingimenti violenti e sistematici dei gendarmi croati. L’Ungheria, oltre ad aver dichiarato lo stato di emergenza dopo la crisi migratoria, ha deciso di costruire un muro di filo spinato lungo il confine con la Serbia e la Croazia alla fine del 2015.

Syrian boy Aylan Kurdi found dead on Turkish resort beach (Youtube)

La crisi dei rifugiati siriani – Questo ultimo decennio è stato caratterizzato dalla guerra civile in Siria, conflitto scoppiato nel 2011 durante la lunga scia delle primavere arabe e ancora in corso, con la conseguente crisi migratoria verso il continente europeo. Dal 2013 più di tre milioni di siriani hanno lasciato il Paese verso il Libano e la Turchia, e gli sfollati sono più di 6 milioni e mezzo. Secondo i dati raccolti dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati solo nel 2015 sono 4.9 milioni i siriani coinvolti nei flussi migratori; chi ha tentato di raggiungere l’Europa ha preferito la cosiddetta rotta balcanica, giungendo in Turchia per poi approdare in Grecia e risalire i Paesi dell’est Europa.

Il genocidio dei Rohingya – I Rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica che vive nella parte nord-occidentale della Birmania. Rappresentano una delle minoranze etniche più perseguitate al mondo, e non essendo riconosciuti dallo stato birmano, non possono ottenere la cittadinanza. Più di 100 mila persone dell’etnia Rohingya vivono relegate in campi profughi al confine col Bangladesh, mentre altri sono riusciti ad ottenere asilo in Bangladesh o in Thailandia. Secondo le Nazioni Unite, i soldati birmani hanno commesso contro i Rohingya crimini come uccisioni indiscriminate, stupri sistematici e incendi di interi villaggi.


Di Davide Renda, Giulia Vicari, Mattia Marino e Valentina Pizzuto Antinoro

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