Ungheria: Il muro della discordia

A qualche giorno dalla Marcia di Milano, del 20 maggio, torniamo a parlare di Muri e costruzioni anti migrantiQuesta volta focalizzeremo la nostra attenzione sull’Ungheria, la cui storia è intrisa di passaggi e momenti difficili. Durante tutto il XX secolo, l’Ungheria ha rappresentato uno dei tanti territori chiusi da frontiere interne porose, che non lasciavano spazio al progresso, al libero commercio e alle collaborazioni interstatali.

Il dato paradossale è che, non appena i benefici di queste conquiste si sono resi evidenti, il Paese ha iniziato ad erigere nuove frontiere, questa volta non più per escludersi ma per escludere. Se per l’Ungheria, entrare a far parte dell’Unione Europea rappresentava il primo dei passi da compiere per uno sviluppo socio-economico maggiore, dal primo decennio del suo insediamento, sono iniziati a sorgere i primi concetti di separazione. L’Ungheria, infatti, entrata a far parte dell’Unione Europea il 1° maggio 2004, è ben lungi dal dimostrare interesse collaborativo.

Per la sua posizione geografica, quasi al limite estremo orientale dell’Europa, rappresenta una delle vie di accesso sulla terraferma più immediata dall’Asia. Proprio quando i primi vertici europei stavano organizzandosi al fine di discutere dell’emergenza migratoria e di soluzioni comunitarie, l’Ungheria iniziò ad annunciare politiche in ampia controtendenza. La decisione arriva a giugno del 2015, dal ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, il quale annunciò la costruzione di un muro al confine con la Serbia. Il 15 settembre 2015 l’Ungheria aveva completato il muro anti-migranti. La recinzione, alta quattro metri, è fatta di reti metalliche e filo spinato. Si estende per 175 km, cioè lungo tutto il tratto di terra che confina con la Serbia, al fine di fermare l’afflusso dei migranti lungo la rotta dei Balcani. I miranti infatti entrano dalla Turchia, per poi proseguire verso Grecia e Serbia, approdando successivamente in Ungheria. In realtà, anche quest’ultima è una terra di transito, essendo i migranti principalmente interessati a raggiungere Germania e Inghilterra.

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Sempre nel 2015 il governo ungherese si è attivato nella costruzione di un’altra costruzione, questa volta nel suo confine con la Croazia. Così 41 km di filo spinato sbarrano la strada ai migranti che percorrono la rotta balcanica. Gli altri 330 km del confine sono segnati da uno sbarramento naturale, il fiume Drava, difficilmente valicabile.

Per mitigare qualsiasi traccia migratoria, il paese si è poi munito di nuove leggi che puniscono con l’arresto chiunque entri illegalmente nel Paese. Viktor Orban risulta uno dei promotori più accaniti di questa politica. Già presidente del Consiglio fra il 1998 e il 2002, fu eletto di nuovo nel 2010. Le elezioni legislative del 2014, lo vedono ancora una volta vincente, sebbene questa volta il programma elettorale appaia marcatamente nazionalista e la volontà a collaborare, in seno di politiche comunitarie, fortemente mitigata. Manifestazione evidente di questa tendenza è visibile durante l’emergenza migratoria, che, nel corso del 2015, ha indotto la Commissione europea a prevedere un piano di aiuti nella gestione migratoria. Esso consisteva nella rilocation dei richienti asilo da Italia, Grecia e Ungheria, verso tutti gli altri Paesi europei. Questo schema di distribuzione, votato a maggioranza qualificata, ha ricevuto i voti contrari di Romania, Repubblica Ceca, oltre che della Slovacchia e dell’Ungheria, che hanno deciso di adire la Corte di giustizia europea.

Il voto contrario dell’Ungheria, che ha rifiutato l’intero sistema delle quote, l’ha portata a rinunciare alla possibilità di beneficiare della solidarietà europea, che le garantiva la distribuzione di 54 mila dei suoi rifugiati. In base agli indici decisi dalla Commissione, l’Ungheria avrebbe dovuto accogliere un totale di 1.294 migranti ma secondo i dati della Commissione europea aggiornati al 23 maggio 2017 Austria, Danimarca e Ungheria non hanno ancora accolto un profugo delle quote loro assegnate. Per dare legittimità a questa decisione, Orban decise, nei primi mesi del 2016, di indire un referendum in merito al sistema delle quote di distribuzione previsto dall’Unione Europea. Sebbene la consultazione non abbia raggiunto il quorum, il 98% degli ungheresi che hanno votato, ha scelto il «no» ai migranti. Il che implica che, sebbene la maggior parte della popolazione abbia deciso di non esprimersi, sui voti ottenuti, la tendenza è sicuramente protesa verso politiche di chiusura e respingimento. Orban, che ha fatto della politica contro i rifugiati una delle sue principali basi elettorali, annuncia, i primi mesi di questo 2017, che i suoi paesi deterranno sistematicamente tutti i migranti. Il clima euroscettico che si respira a Budapest, ha portato da ultimo, il Parlamento europeo a discutere e votare una procedura sanzionatoria contro il paese. La risoluzione, approvata il 16 maggio 2017, impegna la Commissione ad avviare le procedure sancite dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona, il quale prevede sanzioni per gli Stati che violino i diritti dei cittadini. L’Ungheria è stata infatti accusata di gravi violazioni, come le norme adottate contro i richiedenti asilo e contro le organizzazioni non governative.

È così che, ancora una volta, sofferenza diffusa, condizioni di vita fatiscenti, violenze e morti, vengono ad assumere una visibilità secondaria, rispetto all’emergenza securitaria e di controllo dei confini statali. Condizioni di vita inumane e degradanti non vengono percepite come conseguenza delle politiche di esclusione, bensì come le opzioni autonome e imprudenti dei migranti. Le vittime, in questo smercio di interessi, sono rese giustificabili dall’intento di mantenere salda l’unità nazionale, preservandone così la stessa sovranità.

Martina Costa


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