Siria, da un sogno profondo ad un tragico incubo

Di Marco Cerniglia e Davide Renda – Per il dossier Primavere Arabe

Ali Farzat e i fiori del bene. Il sistema politico e militare siriano è grande, forte e pauroso, ma ha delle radici deboli, e può cadere da un momento all’altro. Il fiore della rivoluzione è piccolo confrontato all’albero al suo fianco ma le sue radici sono forti e raggiungono moltissime persone. 

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Una delle vignette più famose di Ali Farzat

È questo il messaggio che Ali Farzat, un disegnatore satirico siriano riconosciuto internazionalmente vuole veicolare con questa sua vignetta contro il regime siriano. Il 25 agosto del 2011 viene rapito dai servizi di sicurezza siriani, collegati ad Assad, che lo aggrediscono e gli rompono la cosa più preziosa per lui: le sue mani. Un chiaro avvertimento del regime per farlo smettere di disegnare quelle vignette potentissime simbolicamente ed emotivamente. Nonostante ciò, Ali Farzat riuscirà a riprendersi e continuerà a disegnare.

Origini del partito di Assad

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Bashar al-Assad

In molti stati di lingua araba, dagli anni successivi al Secondo conflitto mondiale e nell’era post-coloniale, si era iniziata a diffondere una ideologia di tipo socialista, che mirava alla creazione di una sola nazione araba indipendente da tutti i precedenti colonizzatori, e da future influenze. Di questa ideologia si è fatto portatore il partito siriano Ba’ath, fondato il 7 aprile del 1947 dall’unione di varie correnti nazionali Ba’ath, con l’obiettivo di fondare in Siria “una nazione araba con un messaggio eterno”, come riferito da uno dei fondatori di questa ideologia, Michel Aflaq.

Nel 1963 il partito salì al potere in Siria, tuttavia non in modo stabile, tant’è che vi furono numerosi governi in successione. Nel 1966, alla fine, un colpo di stato guidato da Salah Jadid, il capo informale del Comando Regionale Ba’ath in Siria, porterà a un allontanamento di Aflaq e dei suoi seguaci, di un’ideologia più affine al pan-arabismo, e quindi nemici della fazione regionalista di Jadid. A seguito del colpo di stato, verrà posto come ministro della difesa Hafiz al-Asad, il quale acquisì una notevole influenza nel governo. Vedremo tuttavia un ritorno di tensione tra la sua ala militare, assai più razionale dell’ala aggressiva che dominava il Ba’ath, che raggiungerà il culmine a seguito del fallimento della Guerra dei Sei Giorni nel 1967, e della mancata partecipazione al conflitto giordano-palestinese del 1970 (il cosiddetto “Settembre Nero”). Nel Novembre dello stesso anno, un colpo di mano incruento porterà al potere Hafiz al-Asad, mentre Jadid e la figura di facciata del presidente Nur al-Din al-Atassi verranno allontanate insieme all’ala estrema del partito. Sotto il suo governo autoritario si raggiunge una certa stabilità, ma la limitazione monopartitica porterà a numerose ribellioni, represse con le armi.

Inoltre, ignorando i precetti del partito Ba’ath, nominerà un erede per il governo, il suo secondogenito Bāsil al-Assad. La sua morte nel 1994 per un incidente d’auto, tuttavia, costringerà il fratello maggiore Bashar al-Assad a rinunciare ai suoi studi a Londra e accettare il ruolo di successore; il passaggio di consegne avverrà nel 2000, alla morte del padre di Bashar, e il figlio salirà al potere due mesi prima di compiere 35 anni, età prevista dalla legge per assumere la carica, senza alcuna esperienza politica.

Lo scoppio delle proteste

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Proteste in Siria

La posizione di Bashar al-Assad è sempre stata molto precaria, anche per il suo orientamento religioso musulmano degli Alawiti, avverso alla maggioranza sunnita del paese e anche ai Fratelli Musulmani.

Nel Marzo del 2011, l’aria di cambiamento e di coraggio portata dalle rivolte e proteste in corso nei paesi del Nord Africa, tra cui la Tunisia e l’Egitto, inizia ad avere i suoi effetti anche sulla popolazione siriana; l’alta corruzione e la mancanza di libertà politica nel paese avevano già dato vita a del malcontento, e le proteste ispirate alle ribellioni nei paesi vicini richiedevano riforme di tipo democratico dal presidente, senza per forza averne anche la rimozione, almeno inizialmente. La Siria, che da sempre per i suoi abitanti rappresenta la culla del mondo arabo, condivideva le ragioni strutturali del processo di trasformazione del Medio Oriente, che ha subito una accelerata nel 2011 ma che trova le sue ragioni di fondo negli ultimi decenni. La risposta ricevuta fu la repressione totale con l’esercito, che portò a nuove proteste, stavolta richiedendo le dimissioni del presidente.

Il passaggio da un insieme di rivolte ad una rivoluzione organica avviene nell’estate del 2011, e per il primo anno il tentativo di rivoluzione è caratterizzato da un protagonismo diffuso e trasversale ad appartenenze religiose e confessionali, evidenziando caratteri pacifici e popolari. In questa fase iniziale, la scelta coraggiosa si misura nel rifiuto da parte della popolazione di scendere sul piano degli oppressori rispondendo con la violenza, non cadendo nella tentazione di abbracciare le armi che venivano lasciate intenzionalmente dall’esercito governativo nelle zone rivoltose delle città. Questa intenzione trova il suo limite nella necessità, avvertita fortemente dalla popolazione, di difendersi dai continui attacchi governativi. La repressione perenne del regime, che assume caratteristiche sempre più violente, porta alla costituzione di nuclei di autodifesa, di cui fanno parte anche soldati e ufficiali che si sono dimessi dall’esercito siriano.

Guerra civile

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Il 26 giugno del 2012 Assad dichiara: «Viviamo in una situazione di guerra. Tutte le nostre politiche e tutti i settori devono essere messi al servizio della vittoria. Il terrore non basta e non basterà mai più, viene decretata la guerra totale». È la svolta che era nell’aria (e nelle azioni dei militari) da tempo, e decreta una escalation che porterà effetti catastrofici. L’accusa del governo è che le forze ribelli sono manovrate da potenze straniere con interessi in Siria, e che non poteva esservi compromesso con queste. L’esercito siriano si ritrova appoggiato fisicamente dalle forze inviate dall’Iran, e dalle forze aeree russe, oltre ad avere l’appoggio politico di Russia e Cina.

Dall’altra parte troviamo invece le forze ribelli, divise in milizie curde affiliate al PKK, islamisti, e l’Esercito siriano libero. Queste forze hanno l’appoggio politico occidentale, e di Israele, che contribuisce bombardando i convogli iraniani accusati di rifornire Hezbollah di armi. Lo stato israeliano è effettivamente visto come un nemico dal governo degli al-Assad, tanto che la Siria è l’unico stato sconfitto nella Guerra dei sei giorni a non avere avviato rapporti di normalizzazione con Gerusalemme.

Successivamente, a queste forze si uniscono anche i combattenti ribelli estremisti dell’ISIS, l’organizzazione salafita e jihadista originatasi nel 2013 con il progetto di fondare un califfato musulmano in zone geografiche appartenenti sia alla Siria che all’Iraq.

La tragedia umana

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La situazione è critica e ancora irrisolta sotto ogni punto di vista. Le risoluzioni ONU, definite nel tentativo di intervenire ufficialmente, non trovano riscontro per via del veto di Russia e Cina, e la diplomazia internazionale ha fallito nella creazione di equilibri tra le forze in campo.

L’emergenza umanitaria è catastrofica: centinaia di migliaia di morti, e un milione e mezzo di persone con disabilità permanenti. Sei milioni di siriani sono scappati dalle loro case senza abbandonare il territorio siriano, altrettanti hanno invece tentato la fuga oltre i confini. L’esodo ha riguardato il Libano, la Turchia e la Giordania che si sono ritrovate a far fronte ad uno degli spostamenti numericamente più rilevanti della storia recente, e numerosi profughi sono arrivati anche negli stati dell’Unione Europea.

Le forze governative all’interno dello stato hanno ripreso il controllo di tutte le città più grandi, ma una buona parte del territorio è ancora in mano ai ribelli siriani e curdi, mentre l’ISIS, quasi scomparsa, ha ancora alcune roccaforti nella zona orientale del paese. Il governo continua la sua avanzata sulle zone dei ribelli, dichiarando che jihadisti di Al Qaeda si sarebbero infiltrati nelle loro fila.

Fa riflettere una dichiarazione profonda di Noura Ghazi Safadi, avvocatessa siriana per i diritti umani, in un’intervista pubblicata dal quotidiano Repubblica. Alla domanda “C’è ancora speranza oggi in Siria?” la sua risposta è stata «Deve esserci. Dobbiamo continuare a sperare. Quello che la gente deve sapere è che all’inizio di questa storia c’è stato amore, tantissimo amore: per il nostro Paese, per la libertà. C’è stato amore in mezzo alla guerra: per la vita e per i nostri sogni. Ci sarà amore fino alla fine».

Le aspirazioni della gente comune si sono scontrate pesantemente con le logiche militari e diplomatiche, spesso anche interne ad alcune forze ribelli al regime di Assad, che hanno trasformato la Siria in uno degli scenari più tragici della storia contemporanea e di cui ancora non abbiamo coscienza di una sua possibile soluzione.


 

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