La Cina interna i musulmani con l’obiettivo di «rieducarli»

Di Valentina Pizzuto Antinoro – Sono passati soltanto sei anni da quando la Cina ha annunciato di voler abolire il sistema di rieducazione attraverso il lavoro (Laojiao), sistema introdotto nel 1957 con l’obiettivo di riformare i controrivoluzionari. Nel tempo le strutture sono state utilizzate per imprigionare prostitute, tossicodipendenti, attivisti e appartenenti a sette religiose dichiarate illegali in tutto il territorio cinese. Essi venivano rinchiusi per scontare pene amministrative senza diritto a un processo.

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La struttura di «rieducazione» di Shayang nella provincia di Liaoning

L’abolizione di questi campi di lavoro, era stato considerato dalla stampa internazionale un grande passo verso la difesa dei diritti umani, anche se Amnesty International aveva già esposto alcune perplessità sulla vera abolizione: «Abolire il sistema della rieducazione attraverso il lavoro è stato un passo nella giusta direzione. Tuttavia, pare trattarsi di una mera modifica di facciata per evitare la condanna dell’opinione pubblica nei confronti di un sistema in cui la tortura era la norma. […] È evidente che la politica di fondo di punire le persone per le loro attività politiche o per la loro fede religiosa, non è mutata. Gli abusi e le torture continuano, solo in modo diverso» aveva dichiarato nel 2013 Corinna-Barbara Francis, allora ricercatrice di Amnesty International sulla Cina.

Nonostante le autorità cinesi in questi ultimi anni abbiamo continuato a negarne l’esistenza, i campi per la rieducazione non sono mai stati chiusi e dal 2017 addirittura le strutture si sono moltiplicate. Il 10 agosto del 2018 il comitato ONU per l’Eliminazione della discriminazione razziale ha pubblicato un report che mette in luce la trasformazione della provincia dello Xinjiang in una prigione a cielo aperto nella quale sono internati almeno un milione di persone, per la maggior parte Uiguri di religione musulmana e altre minoranze.

Dopo alcuni mesi dalla pubblicazione del report del comitato ONU, l’Agence France Presse (Afp) ha condotto un’interessante inchiesta basata su un migliaio di documenti governativi reperibili nei siti istituzionali cinesi, come bandi di gara e rapporti sui lavori svolti. Da questi documenti si evince che il primo centro è stato costruito nel 2014 e nel 2017 vi è stato un boom nel settore edilizio che ha portato alla costruzione di circa 180 strutture definite formalmente “Scuole di istruzione professionale”. L’esistenza di queste strutture è confermata anche dalle immagini satellitari della provincia di Xinjiang. La costruzione di questi centri è stata finanziata dalla commissione affari politici e legali del partito comunista.

Non appena è stata conclusa la realizzazione di queste “scuole” sono state varate una serie di leggi per la sicurezza nazionale che hanno inasprito le sanzioni contro l’estremismo religioso creando nuovi presupposti per arrestare i cittadini appartenenti alle minoranze etniche, anche per piccole infrazioni come smettere di consumare alcolici o praticare il Ramadan.

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Alcuni cinesi di etnia Uiguri – osservatoriodiritti.it

Principali vittime della carcerazione di massa sono gli Uiguri, minoranza turcofona di religione musulmana, e i kazaki che vivono al nord della Cina. Essi sono accusati di estremismo e di opinioni “politicamente scorrette”.

Amnesty International spiega che i prigionieri seguono il cosiddetto “Regolamento sulla de-radicalizzazione” che si fonda sulla rieducazione forzata di massa per estirpare l’estremismo islamico; in realtà il vero obiettivo è estirpare l’identità musulmana dal territorio cinese. Dalle testimonianze raccolte da attivisti e organizzazioni che si occupano di violazioni di diritti umani nel territorio cinese, gli ex detenuti affermano che oltre a subire punizioni fisiche come la privazione del cibo, percosse, l’uso di restrizioni e posizioni di stress, essi sono costretti a studiare i principi del Partito Comunista attraverso vere e proprie sessioni di lavaggio del cervello per rendere efficace l’indottrinamento.

Non si tratta del primo attacco alla propria identità che i cittadini cinesi di religione musulmana subiscono nella Repubblica Popolare Cinese: già negli anni precedenti era stata varata una legge per vietare le barbe definite “anomale” ai maschi musulmani ed erano state avviate campagne contro il cibo e i prodotti halal.

Nonostante le dure accuse e le prove portate alla luce dagli attivisti e dalle inchieste, il governo cinese non sembra preoccupato e addirittura continua a dare vita a nuove campagne rivolte alla popolazione con l’obiettivo di ottenere maggior controllo: tra queste ricordiamo la campagna (ancora in corso) di censimento tramite controlli medici durante i quali si effettuano prelievi di sangue al fine di creare un database. Secondo Human right Watch, questo database avrà lo scopo di «sorvegliare le persone per motivi etnici, religiosi, ideologici o altri ambiti che riguardano la libertà di espressione». Sophia Richardson, direttrice della divisione cinese di Human right Watch, ha dichiarato: «La schedatura obbligatoria di tutta la popolazione con raccolta di dati biometrici, incluso il DNA, è una grave violazione delle norme internazionali sui diritti umani. È ancora più odiosa, poi, se camuffata da un presunto programma di salute gratuito».


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