Crimini di guerra e genocidio: il Myanmar risponde alle accuse

Di Mattia Marino – Poco più di un anno fa, nell’agosto del 2018, l’ONU accusava il Governo del Myanmar di gravi crimini contro l’umanità, crimini di guerra, e genocidio, perpetrati dalle forze armate birmane contro la popolazione Rohingya. L’allora investigatore speciale delle Nazioni Unite, Markuzi Darusman, aveva definito «di inaudita crudeltà e violenza» il comportamento del Governo e dell’esercito birmano. Egli aveva infatti presentato un report, all’interno del quale dimostrava le violazioni perpetrate. Secondo le indiscrezioni, i militari birmani si sono macchiati di violenze estreme: uccisioni indiscriminate, stupri di massa e sistematici, nonché l’incendio di interi villaggi.

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A seguito delle pesantissime accuse, lo scorso anno il Consigliere di Stato del Myanmar, ed ex Premio Nobel per la Pace nel 1991, Aung San Suu Kyi, aveva dichiarato che il Governo avrebbe potuto gestire meglio la situazione. San Suu Kyi era stata fortemente criticata ed attaccata dall’Alto commissario ONU per i diritti umani, Zeid Raad al Hussein, per non essere intervenuta in quella che la comunità internazionale e le Nazioni Unite hanno definito come una vera e propria “pulizia etnica”. Più di 700 mila musulmani Rohingya sono stati costretti ad abbandonare il Myanmar (a maggioranza buddista), a seguito di un’offensiva lanciata dall’esercito birmano in risposta agli attacchi da parte dei ribelli del Rakhine; lo Stato situato nella parte settentrionale del Paese, al confine con il Bangladesh, dove vivono i musulmani di origine Rohingya.

Attualmente quella Rohingya è la crisi migratoria più complessa e di difficile gestione. I migranti di fede musulmana si sono per lo più rifugiati nel più grande campo profughi al mondo: Cox’s Bazar, in Bangladesh. In Myanmar, secondo le denunce di numerose organizzazioni umanitarie, gli appartenenti alla minoranza musulmana erano e sono tuttora privati di qualsiasi libertà, diritto ed accesso alla vita economica, politica e sociale del Paese. A tutto ciò vanno aggiunte le accuse di persecuzione religiosa nei loro confronti.

A maggio scorso anche Amnesty International aveva riportato l’esistenza di sistematici e protratti crimini di guerra ed altri gravi crimini contro l’umanità da parte delle forze armate birmane nei confronti della minoranza Rohingya. L’Organizzazione rilanciava l’importanza di una forte presa di posizione da parte della comunità internazionale, e denunciava la scandalosa impunità dei militari birmani, i quali dovranno rispondere anche dell’accusa di genocidio.

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La Corte Penale Internazionale dell’Aja (ICC), a seguito delle investigazioni delle Nazioni Unite, aveva deciso di iniziare un’indagine preliminare sulla deportazione delle centinaia di migliaia di musulmani Rohingya nel vicino Bangladesh. Il Myanmar non fa parte della ICC, ma lo scorso anno il tribunale aveva stabilito la propria giurisdizione sulla vicenda per il fatto che il Bangladesh, dove si trova ora la maggior parte della popolazione Rohingya, è membro della Corte. Il Procuratore Capo, la gambiana Fatou Bensoda, ha avviato l’inchiesta contro il Governo del Myanmar. Il Gambia, è infatti un piccolo Stato africano a stragrande maggioranza musulmana, il quale è stato appoggiato da altri Paesi della Cooperazione Islamica (OIC) nel presentare dei documenti che provassero i gravi crimini commessi dai militari birmani.  

Proprio in questi giorni, il Consigliere Speciale di Stato, Aung San Suu Kiy ha guidato una delegazione del Governo birmano per difendere, di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite dell’Aja (CIJ), le misure prese dal suo Governo contro la minoranza musulmana Rohingya. Il Consigliere di Stato del Myanmar ha risposto alle accuse dichiarandole «incomplete ed errate». «Il Gambia ha presentato alle Nazioni Unite un quadro incompleto e fuorviante della situazione nella regione del Rakhine» ha continuato l’ex Premio Nobel per la Pace.

Vista aerea di un villaggio bruciato di Rohingya nello stato di Rakhine (settembre 2017)

La leader birmana nel 2017, anno in cui la crisi è arrivata al suo culmine, era Ministro degli Esteri in carica già da un anno, e dunque ha vissuto la persecuzione del popolo Rohingya fin dal suo inizio. Anche se esente da potere decisionale nei confronti dell’esercito, colei che era un vero e proprio punto di riferimento per la lotta per i diritti umani in tutto il mondo, è accusata di aver taciuto di fronte ad una escalation di crimini e violenze di gravità inaudite, e «di aver cercato di minimizzare la portata dei crimini commessi nei confronti della comunità Rohingya, in maniera del tutto deliberata e pericolosa»; come dichiarato dal direttore regionale per l’Asia di Amnesty International, Nicolas Bequelin. Bisogna comunque precisare che la leader birmana non è tra gli imputati del processo in corso all’Aja. La stessa Amnesty International, che l’aveva nominata ambasciatrice, e nel 2018 gli aveva revocato la carica, attraverso le sue ricerche, ha individuato 13 alti ufficiali dell’esercito del Myanmar, compreso il Comandante in capo, il Generale Min Aung Hlaing, sui quali si dovrebbero aprire procedimenti giudiziari per i gravissimi crimini commessi nei confronti della popolazione Rohingya.

Ad oggi in Myanmar ci sono ancora circa 600 mila persone di etnia Rohingya che si trovano in una situazione di grave instabilità. Il pericolo è che concentrandosi troppo sulla figura di Aung San Suu Kiy, si possa distogliere l’attenzione da ciò che potrà accadere nelle prossime settimane a coloro i quali sono ancora presenti in territorio birmano. Centinaia di migliaia di persone sono a rischio di subire ulteriori crimini e necessitano di urgente protezione internazionale.


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