Silvia Salis e tutto l’odio social per le donne

Silvia Salis e tutto l’odio social per le donne

Il caso Salis ci ricorda che il sessismo e diffamazione non restano dietro lo schermo: l’architettura dei social amplifica, ma le istituzioni possono trasformare l’odio in responsabilità e sostegno concreto.


La scelta di Silvia Salis di devolvere i 5.000 euro ottenuti come primo risarcimento per gli insulti ricevuti sui social ai centri antiviolenza Mascherona, Per Non Subire Violenza e Casa Pandora Margherita Ferro è un atto simbolico e politico che mette in chiaro un principio: «chi diffonde odio sui social deve essere punito» e «l’odio va trasformato in bene».

La sindaca di Genova ha ribadito che la violenza verbale subita dalle donne è una doppia violenza, perché sposta l’attenzione dal merito al corpo e alla sfera privata, e ha denunciato l’uso di etichette degradanti pensate per delegittimare e zittire: «a un uomo si dice che è uno s**, mentre a una donna dici che è una “Barbie” o che è una p**a». In questa dinamica, l’anonimato non è l’origine dell’odio, ma il suo acceleratore: abbassa le soglie di responsabilità, rende più difficile identificare gli autori e alimenta la riproduzione seriale degli attacchi.

Anonimato e radicalizzazione del sessismo

I dati più recenti mostrano che le donne restano il bersaglio principale dell’intolleranza online. Anche quest’anno la maggior parte dei tweet analizzati dalla Mappa dell’Intolleranza contengono messaggi d’odio, con le donne al primo posto (37%) tra le categorie colpite; un dato ulteriore segnala che un tweet misogino su cinque proviene da utenti donne, segno di stereotipi interiorizzati che rendono il sessismo più pervasivo. Amnesty International registra inoltre un incremento significativo dei contenuti offensivi e dell’hate speech, con una tendenza a delegittimare e criminalizzare il dissenso, che contribuisce a normalizzare linguaggi aggressivi e a restringere lo spazio di parola pubblico.

Questo quadro è reso più acuto dalla “verticalizzazione” dell’odio, che concentra attacchi su bersagli specifici e li intensifica, creando camere d’eco in cui la violenza verbale si autoalimenta e si consolida. In tale contesto, l’intervento pubblico che riconosce il sessismo come violenza e lo contrasta anche simbolicamente, come fa Salis, diventa una leva di contro-narrazione e di responsabilizzazione collettiva.

Diffamazione, responsabilità e ricadute reali

Quando l’odio oltrepassa il confine del dissenso e scivola nella diffamazione, il danno reputazionale si produce rapidamente e si sedimenta nel tempo. Il quadro normativo è chiaro: l’art. 595 del codice penale punisce l’offesa all’altrui reputazione comunicata a più persone, con aggravante quando avviene tramite mezzi di pubblicità, inclusi i social network; il diritto di critica è tutelato, ma entro i limiti di verità, continenza e proporzionalità.

Silvia Salis e tutto l’odio social per le donne

L’anonimato complica l’azione di tutela, ma non la rende impossibile: è possibile proporre querela contro ignoti, ricorrere a consulenze informatiche per l’identificazione e sollecitare gli intermediari a intervenire in presenza di illiceità manifesta, con responsabilità del gestore in caso di inerzia alle rimozioni richieste e motivate .

La prassi mostra che ottenere rimozioni rapide non è scontato e che i ritardi amplificano la lesione, ma la giurisprudenza e il nuovo quadro europeo stanno consolidando il principio per cui ciò che è illegale offline lo è anche online, spingendo verso procedure più trasparenti ed efficaci e verso una riduzione della permanenza dei contenuti illeciti.

Il caso Salis, con la trasformazione dei risarcimenti in sostegno a progetti contro la violenza, restituisce al pubblico un messaggio doppio: l’offesa ha un costo e la comunità può beneficiarne, mentre la sanzione non è soltanto punitiva ma anche riparativa.

In un ecosistema in cui l’odio si concentra e si fa più intenso, questa strategia affianca la tutela giudiziaria a una pedagogia civile, mostrando che lo schermo non annulla la responsabilità e che la reputazione delle figure pubbliche è un bene sociale, perché sostiene la fiducia nelle istituzioni e nel confronto democratico.

Se l’anonimato riduce il rischio percepito degli aggressori, l’effettività delle tutele e la visibilità delle conseguenze possono ristabilire un equilibrio, ricollocando il conflitto entro i confini della critica e fuori dalle pratiche di sessismo e diffamazione che, quando normalizzate, impoveriscono la sfera pubblica e la vita reale di tutti.

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